La parziale illusione dell’ingegneria istituzionale

CC0 License ✓ Free for personal and commercial use ✓ No attribution required https://www.pexels.com/photo/colorful-toothed-wheels-171198/Le ultime novità che vengono dalla politica italiana riguardano l’accordo raggiunto dalle tre principali forze politiche (Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Forza Italia) rispetto a una nuova legge elettorale ispirata a quella in vigore in Germania ma, in realtà, differente in numerosi e sostanziali dettagli. Le probabilità che questa venga approvata appaiono alte, ma pochi metterebbero la mano sul fuoco, visto che l’intoppo è dietro l’angolo.

La spinta all’accordo da parte dei vertici dei tre partiti (Renzi, Grillo, Berlusconi) sembra svelare un’attitudine secondo la quale gli interventi di carattere costituzionale e istituzionale siano le chiavi attraverso cui si può modellare il sistema politico e non solo politico. Detto in altri modi: questa è stata un’altra legislatura in cui si è dato molto peso alle riforme elettorali e costituzionali, anche giustamente, dove però la spinta verso cambiamenti economici e sociali ha trovato numerosi ostacoli e tentennamenti. Pensiamo, ad esempio, al Jobs Act del governo Renzi, che doveva essere il testo che avrebbe rilanciato il contratto a tempo indeterminato, con lo sfoltimento delle forme contrattuali e il rinnovo delle politiche attive per il lavoro e dei sussidi. Quelle novità positive riguardanti l’occupazione e la stabilizzazione avute nell’ultimo triennio sono state probabilmente causate soprattutto dalla decontribuzione temporanea dei nuovi contratti e dalla congiuntura economica internazionale. L’ennesima riforma del mercato del lavoro ha invece lasciato tanti e tali spazi alle eccezioni rispetto a quello che doveva essere il nuovo modello prevalente di rapporto di lavoro, cioè il contratto unico a tutele crescenti, da aumentare sì la stabilità del posto di lavoro, ma permettendo altresì parecchie zone grigie (vedi gli interventi fatti in materia di contratto a tempo determinato o l’uso come minimo improprio dei voucher, ad esempio), oltre a non intervenire in maniera efficace rispetto all’occupazione giovanile (ancora in forte crisi) e al rilancio delle politiche per l’impiego (non sembra migliorato molto nei centri per l’impiego e misure come Garanzia Giovani non sono sembrate un esempio di efficacia).

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Daniele Giglioli, Critica della vittima, 2014

Daniele Giglioli, Critica della vittima. Un esperimento con l’etica, Nottetempo, 2014.

“Perché lo dico io”: così si intitola uno dei paragrafi di Critica della vittima, un breve volumetto di Daniele Giglioli, docente di Letterature Comparate, pubblicato da Nottetempo nel 2014. E’ un frase che esemplifica sia l’atteggiamento dell’intellettuale escluso o che si presenta come tale, sia delle masse ai tempi del web 2.0. Non si possono mettere in discussione lo status di vittima, l’emarginazione sociale o culturale, il torto subito e l’assoluta rivendicazione che da questa ha origine.

Non è, questo, un libro che critica la vittima in sé o che si lancia solamente in una distinzione tra vittima reale e vittima presunta o immaginaria – come ricorda l’autore, «(d)alle vittime reali alle vittime immaginario il tragitto è lungo e accidentato» (p. 11). E’ piuttosto un testo che esamina un’antropologia e un’etica negative, che fondano su un’ingiustizia la propria potenza, la propria autorità, o semplicemente il proprio diritto a un’indiscutibile opinione, soddisfacendo così anche un certo desiderio di identità, di innocenza originaria (la vittima è innocente per definizione) e di una narrazione fondata sulla verità. Quest’etica negativa, così, richiede una riparazione dall’ingiustizia che non avverrà mai e che richiede uomini forti e soluzioni decise. Da qui, quindi, la crisi dell’analisi complessa, la ricerca di una soluzione semplice o semplicistica, del rifiuto della complessità in nome della parola incriticabile della vittima. Continue reading “Daniele Giglioli, Critica della vittima, 2014″

Anatomia di un istante, ovvero della fatica del cambiamento politico

Javier Cercas, Anatomia di un istante, Guanda, Parma, 2012 (ed. originale: Anatomía de un instante, 2009).

A un certo punto, ed erroneamente, si potrebbe essere superficialmente portati a pensare che questo libro sia il racconto del coinvolgimento collettivo in una delle più longeve dittature di estrema destra dello scorso secolo, quella franchista in Spagna, e delle sue appendici postume. Invece, arrivati alla fine, Anatomia di un istante di Javier Cercas, professore di letteratura spagnola all’Universitat de Girona, si rivela essere un tributo letterario al gradualismo politico e alla faticosa pratica riformatrice (opposta, questa, anche a un certo riformismo radicale forte nelle intenzioni piuttosto che negli esiti). Continue readingAnatomia di un istante, ovvero della fatica del cambiamento politico”

Is Black Mirror already happening?

A couple of days ago I have finished watching the third season of Black Mirror on Netflix. I must say that it was pretty good, but, perhaps not as good (and, sometimes, frightening) as the previous seasons. However, as I already experienced with the episodes produced by Channel 4, I sometimes got the sense that what I was watching on my screen was not just a bleak premonition of the near future or, just as many viewers, commentators and even Charlie Brooker itself put it, the logical outcome of the current technological and social developments led to the extreme, but that it was also something that already happened or that is happening right now. Continue reading “Is Black Mirror already happening?”

Sul referendum costituzionale di dicembre: questione di approcci

Due o tre appunti di metodo, più che di merito, sul referendum costituzionale del 4 dicembre e sulla campagna che lo sta precedendo.

Alcuni degli istituti di sondaggi che nelle ultime settimane si sono occupati di rilevare le intenzioni di voto e le relative motivazioni sono concordi nell’indicare l’avversione al governo Renzi come ragione principale, o più diffusa, o comunque numericamente consistente, che indirizza coloro che votano No. Già a fine settembre, Index Research segnalava che la spinta principale al voto contrario alla revisione costituzionale Renzi-Boschi è far dimettere il capo del governo. Ora, anche Ipr Marketing e Techné mostrano la stessa tendenza: tra gli oppositori della legge, pensa più all’operato del governo che ai temi del referendum tra il 46% (secondo Techné) e il 54% (secondo Ipr Marketing) di coloro che pensano di votare contro, mentre solo tra il 15% e il 27% di coloro che intendono votare Sì indica la medesima motivazione. Sarà pure vero che Matteo Renzi ha commesso l’errore, come minimo tattico, di legare, almeno nei mesi scorsi, la sua esperienza politica all’esito della consultazione referendaria. E’ altresì sicuramente e come minimo vero, però, che le motivazioni che meno si concentrano sul merito e più su questioni di tipo politico sono assai più forti nel fronte del No. A me sembra che questo atteggiamento pregiudiziale sia assai discutibile, nel senso che è legittimo ma sicuramente strumentale. Continue reading “Sul referendum costituzionale di dicembre: questione di approcci”

Tre giorni a Grisciano

A fine agosto, come volontario della Protezione Civile, ho avuto l’opportunità di passare tre giorni nel campo di Grisciano, frazione di Accumoli, in provincia di Rieti, a 3 km dall’epicentro del terremoto che il 26 agosto ha provocato 296 morti e causato numerosi danni a cavallo tra Lazio, Marche, Abruzzo e Umbria. Non faccio da molto tempo parte del corpo dei volontari, ed è stata la prima mia esperienza in servizio di questo tipo. Devo dire che due cose mi hanno colpito.

Foto del campo dei volontari, poco distante da quello degli abitanti di Grisciano. Io, fortunato, non ho dormito in tenda, ma in roulotte.

La prima è il fatto che la vita nei campi per le persone colpite dal terremoto sia sì difficile per tutti (e fin qui è tutto scontato), ma lo sia in particolare per le donne. Faccio alcuni esempi. Nel campo di Grisciano, uno di quelli gestiti dalla Protezione Civile della regione Abruzzo, erano a disposizione dei moduli per i bagni che, nei primi giorni, non prevedevano distinzione nell’utilizzo tra uomini e donne. Considerando che si trattava di bagni turchi (mi hanno spiegato che questi sono più igienici dei bagni normali, visto che evitano contatto con superfici), capirete la difficoltà. Un altro aspetto problematico per le donne è quello che riguarda una serie di prodotti personali che le più timide o le più riservate evitavano di chiedere. Nel periodo in cui sono stato a Grisciano, c’era a gestire il magazzino e a effettuare l’inventario un ragazzo assai in gamba, che, se non ricordo male, si chiama Dante. Ciononostante, nel chiedere certi tipi di prodotti, alcune signore, specialmente le più anziane, preferivano rivolgersi a una presenza femminile, quando era presente, piuttosto che a un grosso e un po’ barbuto giovanotto. Inoltre, nel fare l’inventario dei prodotti, magari un uomo non coglie la differenza tra un assorbente e un salvaslip, mette tutto in un mucchio e rende la ricerca successiva più difficoltosa (quest’ultimo aspetto me l’ha fatto notare la bravissima Daniela, che era nella mia squadra). In generale, in quel contesto, non esiste praticamente la privacy e tenere un’igiene personale quotidiana e curata come nella vita normale non è affatto scontato. Continue reading “Tre giorni a Grisciano”

Breaking Bad vs Game of Thrones

A few days ago – actually, a few nights ago – some friends and I were discussing which is the best TV drama ever made. The choice was between Breaking Bad and Game of Thrones. One was arguing that Game of Thrones is definitely the best TV show ever – however, he never watched Breaking Bad, perhaps only the first couple of episodes. According to another friend, both shows are at the same level. Instead, I think that under many aspects, Breaking Bad is superior to Game of Thrones. If you use, for instance, Academy Awards or Emmys categories, I think it would be fair to say that the contest would end up this way:

  • Best Actor in a Leading Role: Bryan Cranston as Walter White (Breaking Bad)
  • Best Actor in a Supporting Role: Aaron Paul as Jesse Pinkman (Breaking Bad)
  • Best Actress in a Leading Role: Lena Headey as Cersei Lannister (Game of Thrones)
  • Best Actress in a Supporting Role: perhaps Michelle Fairley as Catelyn Stark (Game of ThronesBreaking Bad weak point is notably the absence of remarkable female characters, I have never been able to stand Skyler White)
  • Best Original Score: Game of Thrones (really, the best)
  • Best Directing: Breaking Bad (do you remember that Neverending Story-style scene when Daenerys is saved by her dragon during an attack by the Sons of the Harpy? Well, that would have never happened in Breaking Bad)
  • Best Screenplay: Breaking Bad (as Breaking Bad‘s screenplay is original and Game of Thrones‘ one is adapted, I used a generic category)
  • Best Costume Design: Game of Thrones
  • Best Makeup and Hairstyling: Game of Thrones (due to the setting of the show, this one and the costume one are quite obvious decisions)

This is what I came up with. It is 5-4 for Game of Thrones. However, I am quite unsure as for the best actress in a non-leading role, and the last two awards are due to the specific setting and nature of the series, which is set in a fiction world. So, really, I would say the advantage is for Breaking Bad, which – and we know this for sure – has given us a great series finale, one of the most difficult things to achieve when making a tv series (see Lost and Dexter finales, for example).

“Dove ho sbagliato?”, chiese Matteo

Mi è capitato sotto gli occhi un post di Massimiliano Di Giorgio che tenta di analizzare l’appannamento, almeno apparente, dell’immagine di Matteo Renzi e del calo della sua popolarità. E’ stata l’occasione per rimettere mano a questo blog, ma anche per scrivere un paio di idee che mi frullavano in testa.

Massimiliano sostiene che il sostegno popolare a Renzi si sia ridotto per via della grande delusione seguita alle grandi aspettative, nonché per la sua narrazione politica tutta tesa a dirci che l’Itaila è un grande paese e le cose stanno migliorando, soprattutto alla luce del fatto che l’Italia non sta cambiando verso come promesso e che la rottamazione è percepita sempre più come la creazione di un’altra élite amica dei soliti noti. Questa è una lettura che coglie una parte di realtà. Sono necessari per Renzi cambiamenti di forma e di sostanza, in effetti – ma di quale sostanza? Sospetto che per alcuni degli oppositori non malevoli di Renzi si tratti solo della necessità di fare marcia indietro e di identificarsi più marcatamente “di sinistra”. Io invece ritengo che Matteo Renzi debba essere più fedele a se stesso.

A mio avviso Renzi ha fatto scelte di governo che si sono rivelato sbagliate sopratutto in base ai criteri da lui stesso stabiliti: il Jobs Act e la decontribuzione dei nuovi assunti avrebbero dovuto creare occupazione e stabilizzazione, è una cosa che è stata dichiarata a destra e a manca. E’ successo che l’aumento dell’occupazione è stato modesto (penso sopratutto per via della natura transitoria della decontribuzione) e che il lieve aumento dei nuovi contratti a tempo indeterminato siano stati in parte controbilanciati dall’allargamento delle soglie per i voucher, tradendo lo spirito del Jobs Act che avrebbe voluto o dovuto creare un mercato del lavoro col contratto a tutele crescente come contratto unico o prevalente. Aggiungiamoci il fatto che sulle politiche attive del lavoro e sui centri per l’impiego i buoni propositi del Jobs Act sono quasi tutti fermi al palo (anche per certi vincoli costituzionali, va concesso), salvo quel quasi fallimento pre-annunciato di Garanzia Giovani. Ecco che Renzi non può ripetere all’infinito che il Jobs Act è una grande riforma, e non può dirlo non perché ha toccato l’articolo 18 o altre cose denunciate dalla minoranza interna o dalle opposizioni o dalla Cgil, ma perché, invece, è stato un provvedimento che ha tradito proprio gli scopi dichiarati dal governo stesso. Se prometti stabilizzazione poi non puoi far dilagare i voucher. Non è poco, almeno nell’Italia post-crisi.

Prendete un altro esempio, quello degli 80 euro: sarà pure vero che col ricalcolo la platea dei beneficiari si è allargata, come mi pare di aver letto da qualche parte, ma ci sono 300 mila persone che hanno dovuto restituire il bonus non perché col reddito troppo alto (come molti altri) ma perché incapienti. Diciamo che 300 mila persone non l’avranno presa con grande piacere, no? Ecco, ed è un numero che vale uno 0,7-0,8% alle politiche. Questi sono tutti errori non di narrazione o di comunicazione o di trasparenza amministrativa o di rapporti con qualche forza politica, ma di semplici scelte concrete di governo.

La comunicazione è stantia e ripetitiva, come Berlusconi (che però aveva ragione quando diceva di avere abbassato le tasse), tanto è vero che Renzi ha lanciato migliaia di tavolini per ricordare l’abolizione dell’Imu, ma è finito tutto in un flop a cui non partecipa neanche lui, o l’inutile raccolta di firme per un referendum che comunque si farà perché chiesto da parlamentari della maggioranza come delle opposizioni. Ci sono stati sicuramente pesantissimi fattori cittadini ad avere influenzato la scelta degli ultimi sindaci. Probabilmente il profilo di alcuni candidati rivali è stato effettivamente convincente dal punto di vista pratico e programmatico, non semplicemente di protesta. Mettiamoci anche un po’ di fuoco amico, dai. Il punto però è e resta che il cambio di verso nel settore del lavoro e delle tasse non ha avuto luogo. Non sono critiche da sindacalista della Fiom ed eviterei di pensare che sono solo problemi di comunicazione, come forse Renzi davvero crede.

Beerbohm’s ethics of democracy

I have not touched this blog for about five months. Meanwhile, I submitted my thesis, I sat for my viva and got a pass with major corrections, and I also visited some bits of Germany, spent some time in Italy, and started planning on my personal and professional future – but these are stories for another time.

Today, I am just writing for signalling my review of Eric Beerbohm’s In Our Name: The Ethics of Democracy, just published on Plurilogue, an online and open access journal of political and philosophical review.

I quite enjoyed reading it, it is an interesting work on democratic theory, which tries to give some solutions in the field of political ethics and answering questions regarding the moral responsibilities of citizens in a democratic state.