Blogopedia / Dopo la casta

By | 19th September 2007

Questo articolo è stato pubblicato inizialmente su Novamag.it il 19 settembre 2007.


Dopo la Casta, il liberismo. Saranno due settimane che Sua Santità il Corriere della Sera ha stabilito e soprattutto pubblicizzato la verità a proposito della teoria economica liberale, così come pubblicato in Il liberismo è di sinistra, libro edito dal Saggiatore (euri dodici) e scritto a quattro mani dagli economisti Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, note firme, rispettivamente, del Sole 24 Ore e del già citato Corriere.
Il tema – il lettore lo capirà – avrà sicuramente fatto infuriare (o sbellicare dalle risate, dipende dai casi) chi liberista è (o si definisce) senza pur considerarsi di sinistra.
C’è il giornalista ed economista Nicola Porro (che lavora per Il Giornale), che sul suo Zuppa di Porro scrive a proposito: «per le mani mi è capitato un libello di due liberisti doc, Alesina e Giavazzi. Il titolo: Il liberismo è di sinistra. Chiaro no? Non solo Einaudi (come aveva affermato Walter Veltroni pochi giorni prima, ndr): ma da Smith ad Hayek, a Friedman a Nozick, e mettiamoci pure chi più ci piace della nostra banda, sarebbero di sinistra. Ho letto il libro. È pessimo. Le tesi sono sacrosante, e sono la rimasticatura dei pezzi fatti dai due prof su Corsera e Sole. Ma il punto è che i due sostengono che siano tesi di sinistra. A me delle etichette frega poco, come penso a molti liberali», lanciando l’accusa perchè «il timore è che dietro ci sia una sfacciata operazione elettorale: una minestrina calda per rassicurare i moderati che a sinistra possono trovare del liberisti doc. Da non comprare. Anzi da non subire».
Dell’etichetta, però, c’è chi si preoccupa, perché in fondo anche i contenitori hanno la loro importanza: Alesina e Giavazzi «cercano di spacciare idee di destra per idee di sinistra, citando perfino Margaret Thatcher: ma se il Labour si è spostato sulle posizioni dei Tories ciò non significa che la Thatcher fosse di sinistra, semmai che il socialismo inglese ha riconosciuto di avere sbagliato per decenni e che l’asse delle dottrine economiche dominanti si è spostato negli ultimi venti anni del XX secolo a destra», argomenta Harry, e soprattutto si ripropone «questo cliché, che sopravvive solo in Italia e che stupisce in bocca a due professori universitari: l’idea cioè che “sinistra” significhi bello e buono e “destra” brutto e cattivo. E’ così dunque che, per far passare come positiva una cosa tradizionalmente “di destra” qual è il liberalismo economico, i due debbano definirla “di sinistra”».
Ovviamente, qualcuno si impegna di combattere più precisamente la tesi della coppia. «La sinistra “moderna” (gargarismi) sarà anche bisnipote della gauche française di 218 anni fa, ma i suoi genitori più prossimi sono i filosofi (gargarismi) della lotta di classe e dell’egualitarismo sociale (…).
«Non solo, ha pure contratto matrimonio ideale con la parte più populista – e pauperista – dello schieramento cattolico, quello che adora la povertà altrui consapevole che si tratti di una risorsa di consenso formidabile nonché l’unico target sensibile al prodotto commercializzato, cioè una vita migliore a patto di dilazionarne la consegna al giorno del trapasso nell’aldilà. Certo, oggi le posizioni sono ulteriormente sfumate e, ragionevolmente, è difficile dare del marxista anche a Giavazzi, ma il cuore dell’elettorato mancino non mi sembra che batta appassionatamente per le libertà economiche e il premier che hanno votato tutto sembra fuorché un reaganiano convinto. (…)
«Non a caso, i cosiddetti poteri forti prediligono le cene con lui e con Veltroni a quelle organizzate dalla parte avversa, a meno che non si voglia sostenere che Montezuma indossi la corazza lucente di Paladino della Concorrenza Leale».
Così è scritto su La voce del padrone, secondo cui è parecchio discutibile che l’eroe del liberismo, oggi, in Italia, sia addirittura Pierluigi Bersani; non manca nemmeno la sferzata al campo destrorso, perché «in sintesi, il liberismo se non è di sinistra dovrebbe essere di destra, ma anche questa è un’affermazione discutibile. Il liberismo non è un’idea politica, ma un modello economico», e alla fine «chi crede nel liberismo, oggi, è costretto a barcamenarsi alla meno peggio e, se si colloca preferibilmente a destra, è solo perché da quella parte c’è almeno chi finge di starti a sentire mentre dillà ti prendono direttamente per malato».
Tesi sostenuta anche su Camelot Destra ideale, aggiungendo anche la difesa di alcuni provvedimenti del governo Berlusoni e la continua ripetizione della qualifica del prof. Giavazzi: non economista, ma ingegnere elettronico.
Non troppo carino, ed elude il merito della problematica, che alcuni affrontano con un excursus storico e quasi dottrinale (come Ismael), altri (Xamax) titolando con ironia: «E il socialismo è di destra?».
Sulla stessa lunghezza d’onda, scrivono anche altri blogger (per citarne alcuni, si vedano The Mote in God’s Eye, The Right Nation).
Rimangono comunque in piedi le bontà delle tesi liberiste di Alesina e Giavazzi, quindi, se Prodi vorrà fare il liberista, ben venga (così commenta La Favilla, ricordando comunque che gli ispiratori del centrosinistra italiano variano da Marx a Keynes…).
A difesa dei due economisti anche sulla questione della collocazione à la Gaber (di destra o di sinistra?) interviene il radicale JimMomo, che come il suo partito vuole portare la bandiera delle libertà economiche nella coalizione di centrosinistra (chiunque legga abitualmente questo blog, sa che assume spesso posizioni economiche e di politica estera più simili a quelle di Forza Italia che a quelle dei Ds, tanto per far comprendere): «più libertà vuol dire più equità, che le uniche politiche "di sinistra" sono quelle liberali, che le disuguaglianze provocate dalle politiche liberali sono le uniche tollerabili».
E inoltre, sull’etichetta di cui sopra: « Giavazzi e Alesina usano il termine "sinistra" in modo provocatorio, perché la battaglia si svolge in quel campo. Si rivolgono proprio a coloro che per riflesso gli attribuiscono valore innatamente positivo, per cercare di comunicare il fatto che il liberismo risponde ai loro principi, è politica di governo efficace a centrare i loro obiettivi».
A tutto ciò, una critica forte e sarcastica viene anche da sinistra. Ecco Titollo, giovane economista, che non se la sente affatto di far proprie le visioni di Alesina e Giavazzi, ottimi studiosi, sì, ma di destra: «In un Paese Normale (citazione dalemiana, ndr) una tesi così bislacca, oltre a ricoprire di ridicolo chi l’ha partorita, passerebbe totalmente inosservata nella galassia dei partiti di sinistra, troppo occupati a fare quella che si chiama "elaborazione politica seria". Invece sono convinto che in Italia, il libercolo dei due ayatollah RCS diventerà il piatto forte di seminari, convegni, meeting e forse pure di qualche documento programmatico. “Sinistra: dopo Marx & Engels, Alesina & Giavazzi”».

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