Berlusconi e la formica-cicala

By | 11th December 2008

Questo articolo è stato pubblicato inizialmente su Novamag.it l’11 dicembre 2008.


 

«Un imprenditore ha il dovere dell’ottimismo», così urlava Silvio Berlusconi – era la campagna elettorale 2006 – durante il famoso convegno di Confindustria, in cui gli imprenditori cercavano, in due giorni, di capire i programmi economici del Cavaliere e del suo sfidante, Romano Prodi. Di fronte a Berlusconi, i grandi industriali rimanevano perplessi, Della Valle era infuriato, mentre i piccoli imprenditori, forzisti fino al midollo per semplice fatto naturale, rendevano ricche le loro estetiste spellandosi le mani dagli applausi.

Spostiamoci al novembre 2008, e il ritornello sembra il medesimo: i giornali e la tv pubblica deprimono il paese, bisogna spendere per tenere in piedi l’economia, ci vuole ottimismo. Per giunta, nel 2001, al primo calciomercato della legislatura, Berlusconi comprò per il Milan Rui Costa e Inzaghi (l’anno dopo Nesta e Rivaldo); quest’anno è arrivato Ronaldinho. Sembra tutto uguale, ma non lo è.

Campagna elettorale 2008, Berlusconi è serio, si sbilancia poco («non metterò le mani nelle tasche degli italiani», promessa che risulta meno esaltante dello storico “Meno tasse per tutti” del 6×3 di sette anni fa), tiene i toni bassi con Veltroni, sa benissimo che i due anni di lieve crescita stanno finendo, e il ciclo tornerà a scendere. Chiamala sfiga, ma il ciclo da lì in poi scenderà parecchio -così come la temperatura dei rapporti con l’opposizione.

Le proposte economiche berlusconiane sono cambiate, e si vede: dalla flat tax di alcuni settori forzisti del ‘94, al taglio Irpef da 11,5 miliardi del quinquennio della Cdl, non c’è paragone con le magre concessioni odierne, siano esse tagli agli straordinari o abolizione totale dell’Ici sulla prima casa.
La Berlusconomics a pochi giorni dal 2009 è striminzita, rattrappita, mostra i segni del tempo: il rigorismo tremontiano assomiglia tanto a quello di Visco e Padoa Schioppa; l’ideologia del partito non è l’entusiasmo del brianzolo rampante, ma i toni bassi di Tremonti; cinque anni fa si tagliava la tassa sul reddito alle fasce più basse della popolazione (e finì tutto in risparmio, e addio effetti positivi sull’economia), oggi si regala la social card da quaranta euro mensili e si fanno convenzioni con banche e supermercati.
Certo, rimangono gli strali contro la Cgil (e al premier si associano numerosi ministri, ma non quello dell’Economia, guarda il caso), le telefonate in tv contro i giustizialisti, e le solite ombre di conflitto d’interessi – e questo porta l’antifiscalista Silvio a tassare il suo maggiore concorrente privato. Abbiamo visto, però, che alle solite parole seguono fatti differenti: quali ipotesi avanzare, a questo proposito?

Berlusconi, in passato, è già stato scottato dai suoi modi spicci (o simil-spicci): liti con Fini, con Follini, con Casini, di nuovo con Fini, e Cofferati che va in piazza, e gli altri sindacati che tornano tra le braccia della Cgil, fino a vedere gli italiani preferire (seppur per soli 25mila voti) il cuneo fiscale al suo indomito istinto anti-tasse, tutte e per tutti.
C’è da considerare l’età, poiché anche il premier, nonostante il parere contrario dell’on. Scapagnini, appartiene al genere umano. Ci sono anche fattori politici di più alto livello: il ruolo di ideologo assunto da Tremonti porta, probabilmente, il superministro ad avere una maggiore autonomia dal Cavaliere nella gestione dei cordoni della borsa (e c’è da considerare che il tributarista di Sondrio ha sempre incarnato una personalità indipendente, in Forza Italia; ora il suo ruolo risulta maggiorato, secondo la nostra ipotesi). Sarà che i rigurgiti socialisti del suo governo sono usciti fuori (Brunetta, Sacconi, Frattini, lo stesso Tremonti), e certe parole d’ordine non possono reggere più di tanto. Sarà anche – e questa è l’ultima ipotesi che azzardiamo – che il capo del governo ha sbattuto la faccia di fronte alla realtà; rimane però, ad ogni modo, una certa ambiguità: l’Italia formica si rialzerà perché risparmia, ma deve farlo spendendo – questo è il Silvio-pensiero espresso in una settimana.

E’ una lettura della realtà, seguita da una dichiarazione di intenti. E’ la ragione empiricamente fondata che sbatte contro l’ottimismo della volontà, non riguarda solo l’annosa lotta di Berlusconi contro le self-fulfilling prophecies, e l’unica vittima di questa dinamica non sono solo il premier ed il suo ideologo.

Si può leggere, ad esempio, Il Foglio, che sta subendo una sorta di avvitamento – o meglio, non il quotidiano, ma il suo direttore Giuliano Ferrara, impantanato nelle sue battaglie culturali, avvitato su alcuni temi che certe volte, al lettore attento degli articoli ferrariani, potranno apparire noiosi anche per chi ne sta scrivendo. In altri termini, per i foglianti l’antistatalismo del Cav. ha fatto il suo tempo. Non serve avere la memoria lunghissima per ricordare l’intervento dell’autunno 2005 di Berlusconi, proprio sul Foglio, quando duellava con gli alleati per il taglio delle tasse: la teoria era una e semplice, cioè deficit spending. Oggi, rigore, rigore, rigore.
Anche Oscar Giannino, su Libero, si è lanciato per mesi nella difesa dell’operazione Cai che, stando al suo credo ultraliberista, dovrebbe risultare fastidiosa, se non altro per l’intervento della mano ben visibile dello stato; solo alla fine dei giochi la campagna del principale giornalista economico di Libero ho mostrato flessioni, perché frenata dal dubbio; prima, nisba.

Per tornare a Berlusconi, non si contano più i telefonini, le lavatrici, le televisioni degli italiani: si è creato uno scontro tra due visioni, il “penso positivo” silviesco e il gelo dell’animo e del portafoglio di questo fine 2008. Non è più la teoria economica il lato attraente del berlusconismo, il fascino della sua ideologia risiede ormai nel cuore, non più nel portafoglio (che, ben riempito, può arrivare a pesare più del cuore stesso).

Tutto questo è colpa della crisi, bellezza. Potrebbe anche influenzare il futuro mega-partito di centrodestra che sta per nascere, e sarebbe importante nel futuro delle dinamiche politiche e politologiche di questo paese. Qualcosa è cambiato, lo abbiamo notato, e ci si può fare ben poco. Anche se ci si chiama Silvio Berlusconi.

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