La crisi e i soldi degli altri

By | 13th January 2009

Questo articolo è stato pubblicato inizialmente su Novamag.it il 13 gennaio 2009. Il titolo potrebbe non essere fedele a quello originale.


 

Di fronte all’attuale situazione economica, sono molteplici gli atteggiamenti che si possono tenere: dall’ottimismo ad oltranza, al pessimismo cosmico, passano per tutta una serie di gradazioni intermedie, dall’esortazione a saper trarre buoni insegnamenti da questa crisi (il capo dello stato nel discorso di fine anno), alla distruzione creatrice di marca spiccatamente liberista, fino all’interventismo economico made in Usa di queste settimane. Nulla di sorprendente, anche gli specialisti del settore sanno che l’economia non è una scienza esatta; ciò che, al contrario, può incuriosirci è che una filosofia di fondo la possiamo trarre non da libri, interviste, analisi, dati empirici (o, meglio, non solo da questi): è, per fare un esempio, da un film degli inizi degli anni ’90 che emergono i due poli opposti del pensiero economico di fronte alla crisi.

Ne “I soldi degli altri” del 1991, ci troviamo di fronte ad una fabbrica di fili e cavi del NordEst degli Stati Uniti, dalla storia centenaria ma dai bilanci in perdita, tenuta su in borsa e sul mercato dai profitti delle altre aziende controllate dalla proprietà (il titolare dell’impresa è interpretato da Gregory Peck); su questa azienda mette gli occhi un astuto e ricchissimo finanziere di New York City (Danny De Vito), nonché ghiotto mangia-ciambelle, per rastrellarne azioni, smembrarla, mandare tutto all’aria, incassare gli utili delle aziende in attivo e cestinare il resto. Sullo sfondo c’è anche una commedia amorosa, nonché qualche spunto sociale. Più che la trama, a noi interessa la parte finale del film: i discorsi di fronte agli azionisti di Peck e De Vito.

Il vecchio e romantico padrone, che vuole salvare la storia della sua famiglia e molti posti di lavoro, dice parole che a molti italiani non suonerebbero nuove; il finanziere è descritto come «l’operatore economico dell’America post industriale che fa il Dio giocando sulla pelle e sui soldi degli altri». E continua: «i magnati ladri del passato almeno lasciavano qualcosa di tangibile nella loro scia, quest’uomo non lascia niente, non costruisce niente, non crea niente, non dirige niente. Se dicesse: “io so come dirigere la compagnia meglio di voi”, questo sarebbe degno di discussione, ma questo lui non lo dice. Lui dice: “io ora vi ucciderò perché in questo particolare momento sul mercato voi valete più da morti che da vivi”; ma un giorno questa industria si riprenderà, quando finalmente cominceremo a ricostruire le nostre strade, i nostri ponti le infrastrutture del nostro paese, allora noi saremo sempre qua, più forti perché saremo sopravvissuti. Dio salvi questo paese se questo veramente è il segno del futuro , saremo allora un paese in cui non si fabbrica altro che hamburger, non si crea altro che avvocati e non si crea altro che paradisi fiscali». «A Wall Street mettono la cartamoneta al posto della coscienza» – così conclude il vecchio padrone – «Qui noi costruiamo le cose, non le distruggiamo. A noi interessa la gente». Vi ricorda qualcosa? Questa non è altro che una esposizione retorica di quella che da noi si chiama “politica industriale”; oppure, soprattutto la parte finale, vi si legge anche la difesa di quelle operazioni che gli anglofoni chiamano bailout, e noialtri in Italia salvataggio. Nobili intenti che magari, successivamente, si trasformano in quattrini che vanno in tasca alla General Motors, perché gli operai certo si devono salvare, ma poi GM offre finanziamenti a tasso zero mentre il suo concorrente Ford, privo di aiuti statali, non può offrire altrettanto. E agli operai ed azionisti Ford, chi ci pensa?

E’ il perfido Lawrence Garfield (De Vito) che risponde nel suo intervento: «Questa compagnia è morta. E’ troppo tardi per le preghiere. E sapete perché? Esistono le fibre ottiche, la nuova tecnologia, e noi siamo indietro, siamo morti. Sapete, un tempo ci saranno state decine di compagnie che fabbricavano fruste da calesse, costrette poi a chiudere con l’avvento dell’automobile, compresa quella che produceva le migliori fruste da calesse sul mercato. Ditemi se vi sarebbe piaciuto essere azionisti di quella compagnia. Allora si abbia il coraggio, l’intelligenza di firmare il certificato di decesso, incassare l’assicurazione ed investire in qualcosa che abbia un futuro. Ah, ma non si fa – dice la preghiera – non si fa perché abbiamo la responsabilità verso i nostri dipendenti, verso la comunità. Che ne sarà di loro? Io ho quattro parole per rispondere: chi se ne frega!» – e qui siamo allo stereotipo del cattivo capitalista. E’ contro questo modello che molti si battono, e sono quelli che parlano di responsabilità sociale dell’impresa (a sinistra, ma anche a destra), dei valori che vengono prima del mercato, degli antiglobalisti di ieri, e quelli tremontiani di oggi. Tutti costoro, però, non badano agli esiti del modello cattivo che combattono. Continua il finanziere: «Io sono l’unico amico che avete, io vi faccio guadagnare. Prendete i soldi, e investiteli in qualche altra attività, può darsi che sarete fortunati, che saranno usati produttivamente, se così sarà creerete posti di lavoro e renderete un servizio alla società e all’economia, e chissà, forse guadagnerete anche voi qualche dollaro, e se non vi sarà passata la vostra smania di generosità, potrete sempre donarne qualcuno alla fabbrica». Non è filantropia, si chiama distruzione creatrice. Quando i governanti salvano una banca, salvano i ricchi manager che hanno intascato i bonus, ma per azionisti e dipendenti è l’ora X è solo posticipata. Se qualche azienda è sovvenzionata, sappiate che state pagando prodotti che non comprerete né userete mai. Guidate un’auto, ma comprate fruste da calesse. Qualcuno confonde capitalismo con industrialismo o con globalizzazione: purtroppo per loro, sono termini solo sovrapponibili, e non coincidenti.

E’ vero, forse, che sono troppe le conclusioni tratte qui da un semplice film, neanche uno tra i più osannati o ricordati. E’ stato, però, un ottimo spunto per parlare di cinema e, insieme, di economia: molti cinefili, o anche non espertissimi ed assidui appassionati di pellicole, legano i due temi solo nell’ambito della denuncia sociale. Sarà un caso che in Italia, uno dei paesi con maggiore presenza ed interventismo dello stato in occidente, i salari sono molto più bassi rispetto agli altri paesi? La risposta ve la darà un economista. Per il finale del film, invece, vi sarà sufficiente andare in videoteca. Oppure, se vi va, fare zapping durante i Bellissimi di Rete Quattro.

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