I cespugli attorno a Berlusconi

Questo articolo è stato pubblicato inizialmente su Novamag.it il 24 febbraio 2009. Il titolo potrebbe non essere fedele a quello originale.


 

Abbiamo già scritto del Pdl, in particolare degli eredi al trono di Silvio Berlusconi. La cosa che era stata appena accennata riguardava la presenza di una larga schiera di nanetti dentro e attorno il Pdl. Non è solo il centrosinistra, infatti, che subisce frammentazioni di massa una volta arrivati al governo: infatti, anche il centrodestra (una volta solo FI, An e Udc) hai suoi piccoli caimani alla perenne ricerca di poltrone ed è affetto dalla stessa sindrome – e tralasciamo, per il momento, la candidatura alle europee di Clemente Mastella (come i rifiuti per strada, la pizza, Pulcinella e la mozzarella di bufala, è «un prodotto regionale della Campania», così l’ha definito il suo ex e futuro collega di partito, Lamberto Dini), anche perché i suoi salti in carriera sono stati solo due, ed altri, per i medesimi demeriti, non subiscono la stessa sorte (e addirittura possono diventare presidenti della commissione Salute al Senato al posto di un medico di chiara fama e limpidezza indiscutibile).

Già al momento della formazione del Berlusconi IV, Gianfranco Rotondi, leader della Dc per le autonomie, aveva minacciato l’uscita dal progetto unitario del centrodestra se non gli fosse stato riservato un ministero; l’allarme è poi rientrato, ma rende l’idea dello spirito con cui molti, da posizioni estremamente minoritarie (diciamo nulle) vogliono far pesare la propria utilità marginale. Nel PdL entreranno (stanno entrando) Forza Italia, An e la già citata Dca, ma non solo, poiché nell’elenco dei fondatori del nuovo mega partito troviamo altri nomi.

C’è Azione Sociale della Mussolini, che lasciò An perché troppo moderata, scontrandosi con Storace alle regionali del Lazio nel 2005, e ora Storace è all’estrema destra, mentre il movimento della nipote del Duce è tra i “moderati” del Pdl; troviamo inoltre gli ex radicali Riformatori Liberali (già nelle liste di FI nel 2006), il Partito Pensionati (con la Cdl fino al 2006, poi con l’Unione, ora tornati nell’alveo berlusconiano), il Nuovo Psi, gli Italiani nel mondo del noto ex dipietrista all’estero De Gregorio, la Dc di Pizza (che usa lo storico scudo crociato, conquistato in tribunale), i Popolari Liberali (cioè Carlo Giovanardi), e la nuova di zecca Alleanza di Centro per la Libertà (anche qui siamo di fronte al partito-persona: Francesco Pionati, già notista politico del Tg1, deputato Udc dal 2006 fino alla sua recentissima fuoriuscita).

Da raccontare nei particolari è l’andirivieni della Federazione dei Cristiano Popolari, altrimenti nota col nome di Mario Baccini (e qualche suo amico romano), ex ministro dei governi Berlusconi II e III con l’Udc (Unione dei Democratici Cristiani) nonché uomo delle tessere laziali. Baccini, il 30 gennaio 2008, ha lasciato l’Udc (Unione dei Democratici Cristiani), e con Savino Pezzotta e Bruno Tabacci ha fondato la cosiddetta Rosa Bianca in dissidenza con Pierferdinando Casini, per via del suo moderato antiberlusconismo, leader allora come oggi dell’Udc (Unione dei Democratici Cristiani). Alle politiche 2008, però, la Rosa Bianca ha creato con l’Udc (Unione dei Democratici Cristiani) una lista unica dell’Udc (Unione di Centro), con candidato premier il criticato Pierferdi. Il 14 maggio 2008 ha votato al Senato la fiducia al Berlusconi IV, ha lasciato lascia l’Udc (Unione di Centro), e il 20 giugno seguente fonda la sua federazione, con altissimo filoberlusconismo. Avete la nausea? Sappiate che non è l’indignazione, ma è l’effetto da montagne russe con triplo giro della morte.

Meritano un capitolo a parte i cosiddetti LD, sigla che sta per LiberalDemocratici ma anche per Lamberto Dini. Ricordate? Nacquero da una scissione dalla Margherita al momento della nascita del Pd, nel 2007, potendo contare nella scorsa legislatura su tre esponenti nel Senato spaccato a metà tra i due schieramenti. Essendo Dini persona stimata e navigata, sembrò essere uno smarcamento serio e politicamente fondato, ma pochi mesi dopo la cosa iniziò ad assumere tratti comici. Al voto di fiducia del febbraio 2008, quello che fece cadere il Prodi – bis, i tre senatori votarono ognuno per conto proprio: uno favorevole, uno contrario ed uno astenuto. Spettacolare, ma non finisce qui! I LibDem aderirono al Pdl alle ultime elezioni, eleggendo quattro parlamentari. Il resto è storia recentissima: durante la presente legislatura, il fondatore Dini e un altro deputato, Giuseppe Scalera, entrano nel Pdl, mentre il resto del partito decide di restarne fuori. Mettiamola così: LD è dentro, mentre gli iscritti LD sono fuori, e votano contro la finanziaria di Giulio Tremonti sei mesi dopo avergli dato la fiducia, e otto mesi dopo essere entrati in parlamento col Pdl. Mal di testa, eh?

Da comprendere il caso del più antico partito ancora in vita, il Pri, che fa parte degli organi costituenti del Pdl, è nelle sue liste così come lo era in quelle di FI già da qualche anno, eppure il suo statuto vieta la doppia tessera di partito, e non pare che la dirigenza abbia intenzione di aderire al nuovo partito (soprattutto per i mugugni della Romagna, dove i repubblicani accattano ancora qualche voto utile). Rimanere nel limbo (in alleanza come Lega e Mpa) sembra, paradossalmente, la posizione più degna: le continue transumanze destra-sinistra e ritorno caratterizzano la storia di molti neo-berlusconiani. Scommettiamo che, al prossimo calo di popolarità di Berlusconi, queste sigle che tra un po’ si fonderanno nel Pdl torneranno a popolare la cronaca politica e parlamentare, e i trafiletti dei giornali. Perché questi sono nani, ma a differenza di quanto canticchiavano gli amici bassi di Biancaneve, sembra che non abbiano affatto l’intenzione di andare a lavorare.

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