Da cosa scappa David Beckham

Questo articolo è stato pubblicato inizialmente su Novamag.it il 10 marzo 2009. Il titolo potrebbe non essere fedele a quello originale.


 

L’ufficialità è arrivata domenica mattina dal sito dei Los Angeles Galaxy: David Beckham resterà al Milan fino al termine del campionato italiano, successivamente tornerà a giocare nel campionato americano. In ipotesi, aggiungiamo, potrebbe tornare a vestire la casacca rossonera a gennaio 2010 – sembra questa l’intenzione del giocatore, sentite le dichiarazioni di ieri («Il Milan appartiene alla Champions, e spero di poterne fare parte anch’io»). In America non l’hanno presa bene, rimborseranno il 10% dei biglietti, e hanno deciso di togliere la fascia di capitano allo Spice Boy, per consegnarla a Landon Donovan, centrocampista ex Bayer Leverkusen, eterno astro nascente Usa nonché trascinatore della nazionale americana all’ottimo risultato dei mondiali 2002 (quarti di finale contro la Germania), anch’egli di ritorno dall’Europa, in cui ha giocato per tre mesi poco soddisfacenti con la maglia del Bayern Monaco.

E’ ovvio che David, riassaporato il grande calcio del vecchio continente, torni ad avere nostalgia di giocare partite di un certo tasso tecnico, visto che la Major League Soccer (così si chiama il campionato Usa, o, ancor meglio, nordamericano, visto che vi partecipa anche una squadra canadese, il Toronto Fc) non è certo paragonabile alla Serie A, né ai campi dei tornei cui Beckham ha partecipato (Premier League, Liga, Champions League). Attualmente, in una squadra non proprio al suo meglio come il Milan, i compagni di squadra sono Kakà, Ronaldinho, Pirlo – grandi nomi del calcio mondiale – mentre a Los Angeles, i più quotati sono il già citato Donovan e l’allenatore, santone del soccer, Bruce Arena, così come i grandi nomi del recente passato si riducono al mister Ruud Gullit e all’ex terzino destro portoghese di Bari, Liverpool e Roma Abel Xavier, noto più per il colore dei suoi capelli che per le sue prestazioni sportive. Non si creda, inoltre, che a Los Angeles possa comunque godere di effimeri successi nel calcio minore: l’anno scorso i Galaxy sono stati la peggior squadra della Mls, con 13 sconfitte in 30 partite, l’esclusione dai play off e l’ultimo posto nella propria Conference.

Play Off. Conference. Squadre di altri paesi. Soccer. Queste parole hanno poco a che fare con la nostra Serie A. Come funziona la Mls? Nata nel 1996, la struttura del torneo, che si svolge nell’anno solare, è simile a quella degli altri tornei americani di sport di squadra: per il 2009, ad esempio, sono previste due conference, una orientale e una occidentale, rispettivamente di sette ed otto squadre, e oltre ai normali gironi di andata e di ritorno (che sono doppi), sono previste partite aggiuntive per arrivare ad una regular season di 30 partite per tutti. Le migliori tre di ogni conference più le due successive meglio classificate di tutto il torneo, partecipano ad una serie di scontri diretti con una finale per il titolo – proprio come accade nella nostra Prima Divisione, la ex C1. I campioni in carica sono i Columbus Crew, squadra dell’Ohio. I più titolati sono i D.C. United (che fino all’anno scorso schierava un’altra ex conoscenza di noi europei, Marcelo Gallardo, ex Monaco, Psg, tornato al River Plate, in cui ha iniziato la carriera da giovane promessa, poi non mantenuta), squadra della capitale, con quattro titoli. A seguire, i San José Earthquakes, Houston Dynamo, e proprio i Galaxy, con due: la ex e futura squadra di Beckham nel primo decennio della Mls – quello durante il quale non esistevano i pareggi e venivano assegnati due ed un punto a vincenti e perdenti della sfida agli shoot out – l’ha fatta da padrona, ottenendo, oltre ai due campionati, tre secondi posti e il titolo continentale centronordamericano (Concacaf Champions League), di solito appannaggio dei messicani, nel 2000.

Un’altra particolarità della Mls è la presenza delle franchigie: le squadre, cioè, non sono legate ad una città, ma si possono spostare come avviene, ad esempio in Nba. Gli Earthquakes, ad esempio, si sciolsero nel 2003, perdendo tutto lo staff tecnico che si trasferì in blocco alla Houston Dynamo (nata nel 2005), ed è tornata a competere nel 2008. Non si è mai arrivati, comunque, oltre lo scioglimento e la successiva ricostituzione della franchigia: in Nba, invece, è normale che questa cambi semplicemente sede senza perdere il nome. Stiamo, comunque, sempre parlando di calcio, e benchè sia americano, non mancano le rivalità: tra i derby più sentiti c’è il SuperClasico, giocato a Los Angeles, tra i Galaxy e i Chivas. La prima è la squadra dei bianchi, la seconda è quella degli ispanici, così come a Milano l’Inter è la squadra della borghesia bauscia, mentre il Milan è quella degli operai – o almeno era così fino a qualche tempo fa. Il Chivas, tra l’altro, non è altro che la succursale statunitense dell’impero calcistico di tale Jorge Vergara, ricco produttore cinematografico messicano e proprietario degli omonimi Chivas Guadalajara (il più titolato club del Messico), e del Deportivo Saprissa (Costa Rica, nel 2005 campioni Concacaf e terzi classificati al Mondiale per club).

A proposito di proprietà, la struttura societaria dei club americani è decisamente diversa da quella a cui siamo abituati nell’Europa continentale. L’Aeg (Anschutz Entertainment Group), compagnia operante nel campo della musica e dell’intrattenimento, è proprietaria dei L.A. Galaxy, del 50% degli Houston Dynamo, dello stadio di Los Angeles, l’Home Depot Center, nonché dello Staples Center, campo di gioco delle squadre Nba dei Lakers (in cui l’Aeg ha partecipazioni) e dei Clippers, e della squadra svedese di calcio dell’Hammarby. In passato, aveva la proprietà anche degli Earthquakes, e di altre tre squadre della Mls. Uno dei problemi, infatti, che la Mls si è ritrovata a risolvere nel tempo è stata quello delle proprietà multiple: nel 2001, le dieci compagini allora esistenti facevano capo a tre soli proprietari, cioè la già citata Aeg, Lamar Hunt (oggi defunto, è stato uno dei fondatori della Mls, e a lui oggi è intitolata la coppa nazionale, che come la Fa Cup inglese concede la partecipazione a tutti i club, dagli amatori ai professionisti), e Robert Kraft (New England Revolution). Nel 2008, invece, il rapporto è stato di quattordici a dodici, segno che per gli affari forse il calcio americano non è così disastroso come sembra: basti pensare che la squadra di New York (team di secondo livello che nella seconda metà degli anni ’90 ha potuto contare tra le proprie fila il nostro Roberto Donadoni), ex Metrostars, hanno cambiato il proprio nome in Red Bull proprio perchè acquistati dalla azienda austriaca, già proprietaria dell’ex Austria Salisburgo (anche questa ribattezzata), di due team di Formula 1 e di un team nel campionato Nascar. C’è da scrivere, per essere onesti, che questo problema delle proprietà multiple si è presentato anche in Europa: la Uefa ha sempre posto attenzione a casi come questi, quando negli anni ’90 una società finanziaria acquistò contemporaneamente Chelsea, Aek Atene, Sparta Praga e Vicenza, o quando si trovarono nello stesso girone di Champions League il Chelsea di Roman Abramovich ed il Cska Mosca sponsorizzato proprio dall’azienda del magnate russo. Certo, in Europa certe patologie non sono mai state estreme come quelle appena descritte in Mls.

Si consideri, inoltre, che la lega è proprietà delle singole franchigie, e non un organo superiore come la Figc o la Lega calcio in Italia, e che per procedere all’iscrizione è vincolante la proprietà del proprio stadio, e potremo così capire cosa signi
fica fare business col calcio.

Proprio come negli altri campionati americani, anche in Mls non si retrocede mai: in realtà, esistono serie inferiori (a cui alcuni club, come i Chicago Fire, sul modello spagnolo iscrivono le proprie squadre giovanili – e questa è una differenza da altri sport di squadra Usa), e i vincitori di tali serie acquisiscono il diritto di accedere a quella superiore, Mls compresa. In realtà, mai nessuno ha fatto valere questo diritto per via del lievitare dei costi nel passaggio da una serie a quella successiva (in Italia, molto più semplicemente, soprattutto nelle serie minori, si costruisce una squadra di brocchi, si chiama un allenatore compiacente, e si gioca allegramente col celato obiettivo di retrocedere – come il presidente della Longobarda con Oronzo Canà, per farvi capire meglio).

Un’ultima curiosità riguarda una regola impensabile in Europa e in SudAmerica. O meglio, le regole impensabili sono tre, la terza eccezione della seconda: proprietà dei cartellini, il salary cap e la cosiddetta Beckham rule. Almeno formalmente (ma non solo), i cartellini dei giocatori non sono detenuti dalla singola squadra, bensì dalla lega, che decide in seguito dove farli giocare. Per quel che riguarda la seconda regola, nella stagione 2008, il salary cap, cioè il tetto salariale complessivo che ogni squadra è tenuta a rispettare, era di 2,3 milioni di dollari per squadra (nel 2006, era di 1,9); in precedenza era più basso. Dalla stagione 2007, fino almeno a quella 2009, è altresì in vigore quella che è chiamata la Beckham rule: ogni squadra, cioè, può ingaggiare un giocatore il cui ingaggio verrà calcolato solo parzialmente all’interno del tetto salariale obbligatorio per ogni team. L’introduzione di questa nuova regola, anche su pressione degli sponsor, ha permesso così l’arrivo in America non solo di David Beckham, ma anche dell’ex Arsenal, lo svedese Freddie Ljungberg, dell’argentino Claudio Lopez, già al Valencia e alla Lazio, più una serie di giocatori sudamericani non famosissimi, ma comunque abituati agli ingaggi stellari europei.

Questo girare di soldi, sponsor, ed eccezioni ai tetti salariali, significa che, forse, il calcio in America non fa così schifo. O meglio: non si riempiranno gli stadi da 80mila posti, non si avranno Cristiano Ronaldo e Ibrahimovic in campo, ma in America pare stiano trovando il modo di fare business anche col soccer. Così si spiega come Beckham, da bravo manager di se stesso, si sia confinato in quel limbo dorato, e come, da bravo sportivo qual è, voglia restare in Italia, capendo che il calcio è tutta un’altra cosa.

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