L’opposizione dentro al centrodestra

Questo articolo è stato pubblicato inizialmente su Novamag.it il 12 maggio 2009. Il titolo potrebbe non essere fedele a quello originale.


 
L’idea che in questo paese non ci sia un’opposizione – o che ci sia, ma sia talmente debole e confusa da risultare inconsistente alla prova dei fatti – non è nuova, né originale. La troviamo da tempo sui giornali e nelle opinioni di politologi e giornalisti in tv. Ed è, diciamo, piuttosto fondata. L’idea che in questo frangente storico sia il Pdl stesso a riassumere in se stesso anche una certa opposizione, un sorta di frangia autonoma da Silvio Berlusconi, di fronda al re, di corrente minoritaria, è meno presente nelle analisi degli esperti, ma è altrettanto fondata della prima. A ben vedere, infatti, troviamo molti nomi – alcuni dei quali di peso – che tendono a portare avanti un altra idea di conservatorismo italiano.

Se n’erano già avute avvisaglie due legislature fa, ma dal congresso del Pdl in poi è chiaro che sia Gianfranco Fini il portabandiera della minoranza interna del Pdl. Il ruolo istituzionale di terza carica dello stato lo aiuta, ma certo la provenienza dalla leadership del partito-socio di minoranza del centrodestra e le sue posizioni riguardo alla bioetica e (testamento biologico, fecondazione assistita, e pare che presto si pronuncerà in maniera importante anche sulle coppie di fatto) e al voto amministrativo per gli immigrati lo pongono di fatto in alternativa alla linea politica di maggioranza del Pdl, che si muove di fatto su due linee: quella economica e sociale del duo Tremonti-Sacconi, e quella valoriale, biopolitica delle Roccella, dei Quagliarello, degli atei devoti ecc. E’ in particolare rispetto alla seconda che Fini si è posto in alternativa, poiché, com’è noto, uno degli obiettivi almeno dichiarati del governo è la tenuta della coesione sociale, e l’attenzione a problematiche di questo tipo sono care a tutta la tradizione della destra italiana, molto sociale e poco tory.

Attorno alla figura di Fini se ne intersecano altre: certamente quella di Sofia Ventura, docente di scienza politica presso l’università di Bologna e autrice dell’articolo contro il “velinismo” pubblicato dalla fondazione presieduta proprio dall’ex leader di An, Fare Futuro. Dalla lettura dei retroscena e dei corsivi sui giornali, pare, inoltre, che sia proprio lui uno dei candidati all’accusa di sobillatore di Veronica Lario; la moglie del premier, oltre ad aver acceso qualche speranza a sinistra e aver offerto lo spunto per un attacco anche politico al premier da parte di seconde e terze linee del Pd, da qualche anno ormai, nelle sue rare uscite pubbliche, si pone in contrasto con le scelte del marito. Veronica Lario ha nel tempo mostrato simpatie verso il movimento pacifista contro la guerra in Iraq, ha dichiarato che avrebbe votato a favore dell’abrogazione parziale della legge sulla fecondazione assistita, e per ultimo si è scagliata contro il divertimento dell’imperatore, chiedendosi come il paese faccia a digerire tutto questo.

La separazione annunciata sembra porre la Lario fuori dalla galassia berlusconiana, e forse è esagerato – visto il suo ruolo extrapolitico – includerla nell’opposizione Pdl. Le sue esternazioni anche politiche, e il fatto che, in un modo nell’altro, rimarrà per sempre legata a Silvio Berlusconi (come non farlo, visti i tre figli in comune?) la costringono a non schierarsi tra quelli che operano per distruggere il premier, e di conseguenza il suo impero economico, ma le lasciano lo spazio per bordate di non poco conto. In altre parole: anche lei è forse destinata al ruolo di antiberlusconiana pur rimanendo nel mondo di Silvio.

Un oppositore integrale della linea maggioritaria del Pdl è il deputato ed economista Benedetto Della Vedova. Ex radicale (così come l’altro deputato azzurro Peppino Calderisi, esperto di sistemi elettorali), europarlamentare pannelliamo dal 1994 al 1999, oggi è sempre più ascoltato dagli ambienti finiani e la sua visibilità sta leggermente crescendo sui giornali. Nel tempo si è lamentato del welfare estemporaneo messo in piedi dall’esecutivo, del ddl Calabrò sul testamento biologico, del porcellum, del comportamento del governo sul caso Englaro, del voluto e vantato immobilismo del ministro Sacconi in materia previdenziale, delle rottamazioni auto ecc., senza contare le critiche a tutta la serie di sparate leghiste in Lombardia. Come Fini, anche lui è nella lista dei nomi dei presunti sobillatori del caso-Lario, però la loro vicinanza raccontata dai giornali è probabilmente di convenienza: c’è da dubitare che in materia economica i due abbiano da andare molto d’accordo.

Chi sta sfuggendo all’ortodossia berlusconiana è anche Beppe Pisanu. Il suo caso è particolare perché viene dalla Forza Italia della prima ora e perché è stato due volte ministro durante i governi Berlusconi II e III (per un anno dell’attuazione del programma, e per i successivi quattro anni dell’interno). Si lamenta dell’appiattimento pidiellino alle politiche di sicurezza della Lega e dell’attuale inquilino del Viminale, Roberto Maroni. Da buon cristiano e democristiano di lunga data (quindi meno clericale di tanti entusiasti della fede recentemente scoperta) non aderisce alla battaglia sul ddl Calabrò. Recentemente si è fatto sentire nella sua Sardegna per una serie di critiche, velate ma non troppo, nei confronti del governatore Cappellacci, noto iperberlusconiano. In fondo, nonostante la ricerca di consenso nei confronti della Chiesa, questo governo, per provenienza partitica, è il meno democristiano della storia repubblica: toni, metodo e merito delle questioni oggi sul tavolo possono non piacere ad un moroteo come Pisanu.

A questi nomi possiamo aggiungerne altri: Renata Polverini, ad esempio, segretaria Ugl, da sempre vicina ad An ma sempre autonoma rispetto al mondo del Cav.; Roberto Menia, già oppositore della fusione con FI all’ultimo congresso di An, e che anche pochi giorni fa sul Secolo d’Italia si lamentava dell’assoluta mancanza di luoghi ufficiali e pubblici di dibattito interno e di democraticità all’interno del nuovo partito. Possiamo anche aggiungere nomi di quel mondo vicino per un molto tempo al centrodestra, ma che in un modo o nell’altro, volenti o nolenti, oggi ne stanno fuori: da Paolo Guzzanti (che ha coniato il termine mignottocrazia) a Vittorio Sgarbi, ed altri.

Lasciamo perdere le più o meno fisiologiche differenziazioni politiche in seno ad un governo e ad una maggioranza. Questi personaggi che abbiamo descritto si portano dietro anche una serie di simpatie – e di deputati – che, alla fine dei conti, messi insieme fanno numero.

Il problema per questa fronda interna è l’eterogeneità: una minoranza interna organizzata, pronta, almeno al momento della successione al principe, a dare battaglia, non può prescindere anche da una certa unità dei contenuti. I filoni su cui questa minoranza interna si muove (diritti civili, ruolo della donna, bioetica, economia, welfare) sembrano però solo portare occasionali e contingenti coincidenze di vedute tra persone che globalmente potrebbero non trovare tra loro molta armonia – e comunque non più di quanta se ne potrebbe trovare nel resto del Pdl.

Il problema per Berlusconi, invece, molto più semplicemente potrebbe essere il seguente: il giorno in cui la crisi si renderà ancora più grave e più evidente negli effetti di tutti i giorni, il giorno in cui qualche elezione non sarà così vincente da rendere contenti tutti (amici, collaboratori, uomini di partito, outsider, clientele); il giorno, insomma, in cui le cose non a
ndranno così bene, e in cui chi viene da una tradizione di democrazia interna (ad es. gli ex aennini) chiederà di scoprire qualche carta e di vederne qualcuna nuova, l’espressione “avere problemi in casa” potrebbe non riguardare più, solamente, la sua condizione matrimoniale e famigliare di marito doppiamente – quasi – divorziato e di padre di cinque figli con grandi aspirazioni imprenditoriali.

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