Le primarie viste da destra

By | 2nd October 2009

Questo articolo è stato pubblicato inizialmente su Novamag.it il 2 ottobre 2009. Il titolo potrebbe non essere fedele a quello originale.


 

L’istinto consiglia, a ogni buon simpatizzante del Pdl, di rispolverare il buon vecchio motto “Me ne frego” di fronte alle primarie del Partito democratico. O, almeno, credo che sia così, visto che la scena politica di questo paese è ormai dominata, per vari motivi, da un solo partito, quello di Berlusconi, e dai suoi più perfidi nemici (Di Pietro, Santoro, secondo alcuni Fini). Il Pd è ridotto alla parte del fantoccio destinato inevitabilmente a malefìci e punzecchiature.

Detto questo, poiché di questo paese più o meno ci frega, e poiché in politica (soprattutto in quella italiana) nulla dura per sempre, allora è bene interessarsi anche di questo Pd.

Visto da destra, dove vige la monarchia assoluta e se qualcuno si azzarda a chiedere almeno qualche consultazione allargata (Fini e i suoi) passa per eversivo, questo sistema di primarie sembra veramente folle: ad esempio, per me non ha senso che si proceda all’elezione di un’assemblea e alla scelta dei candidati da parte degli iscritti, poi l’elezione del segretario da parte di tutti (anche da parte mia, ad esempio), e infine, se nessuno passa la soglia del 50%, la convocazione di una nuova assemblea (in base alle percentuali delle primarie). Pura follia. A sto punto, meglio il leader carismatico rispetto alle idee strampalate piddine: passare, in altre parole, dai plebisciti prodiani e veltroniani al caos attuale non è un esercizio di democrazia, ma di psicanalisi. Certo, tre anni fa qualcuno propose le primarie anche per il centrodestra e andò tutto in cantina nel giro di due giorni per poi avere quei bei gazebo in giro per l’Italia e frequentate chissà da chi, ma amen.

Passando ai candidati, dico chiaro e tondo che a me piace Ignazio Marino, ma voterei Pierluigi Bersani. Marino è diventato il candidato chic, il professorino tornato dall’estero che è amato dai circoli stranieri, quelli web, e quelli del centro di Milano. A Ragusa, a Potenza, ma anche a Velletri e a Roncobilaccio, chi lo vota?

La sua performance alla convenzione nazionale – perdonate il termine che sto per usare – è stata veramente stracciapalle: leggeva il temino preparato così come un bimbo di terza elementare recita la poesia trovata sul sussidiario. Bene la laicità (qualcuno direbbe che sono finiano, mah), bene i diritti civili e l’autodeterminazione della persona, ma – mi scusi professore – la politica è un’altra cosa. Tanto per darle un modello, Bersani.

Bersani, innanzitutto, guarda alla ciccia e non al gossip. In secondo luogo, è appoggiato da Massimo D’Alema, di volta in volta amato o odiato dalla destra e dal suo popolo. In terzo luogo, è comunista, quindi è lo stereotipo del nemico (ok, non è comunista, ma ha quell’accento lì, viene da quel partito lì, parla come quella gente lì). Per quel che mi riguarda, apprezzo l’idea liberalizzatrice che ha cercato di portare avanti durante il secondo governo Prodi, e allo stesso tempo dubito che questa opinione sia anche dei tanti elettori del Pdl appartenente ad alcune categorie protette quali tassisti, avvocati, notai eccetera. Detesto, invece, la volontà di importare la socialdemocrazia in un paese già abbondantemente socialista qual è l’Italia.

Dario Franceschini, piuttosto, è il solito, odioso, saputello, cristiano democratico che si è buttato a sinistra dopo una lunga militanza dc, e che dopo decenni di grigiore è riuscito a spuntare fuori dal mucchio; una specie di Follini de sinistra, insomma, solo con maggior loquacità e col pregio di essere stato vicedisastro e postdisastro in soli due anni. Allo stesso tempo, rappresenta il nuovismo, l’alleanza con Di Pietro, l’adinolfismo, Rosy Bindi. Potrei mai tifare per lui? La risposta è ovvia: no.

La curiosità, a lasciar perdere la foga della propria appartenenza politica, è vedere se e come il Pd e il suo nuovo segretario usciranno dalle sabbie mobili. Alla bocciatura del ddl Concia, pochi si sono azzardati a riflettere sull’inadeguatezza del Pdl di fronte ai temi della modernità, ma è scattata la caccia al Pd per via del caso Binetti (e non sto parlando del Tg4, bensì del taglio e dei titoli delle notizie uscite dieci minuti dopo il fatto); consiglio spensierato al nuovo compagno in capo è quello di iniziare ad evitare autogol simili.

Altro consiglio è quello di iniziare ad evitare di dire no a qualsiasi proposta berlusconiana: come ha scritto recentemente Giuliano Ferrara sul Foglio, Bersani potrebbe essere un buon segretario anche perché, probabilmente, sarebbe disposto a mettere mano al sistema delle immunità nel nostro paese. Franceschini, su qualsiasi grande tema (giustizia, federalismo – quello vero – e riforme, politica estera, pensioni eccetera), si arroccherebbe come ha fatto il centrosinistra degli ultimi otto anni, rincorrendo i soliti moralisti e oppositori ad oltranza in stile Di Pietro e dimostrandosi quello che è: uno bravo ad ottenere gli applausi dei militanti da scrivania o dei votanti svogliati solo grazie a qualche strillo alzato qua e là. E, come si è visto nell’ultimo anno, un segretario del Pd così non conviene certo al partito stesso, al paese, e nemmeno a chi oggi governa.

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