Della nazionale di calcio dell’Italia e di come sia divenuta un club per pochi eletti

Marcello Lippi Immaginate di chiamarvi Alberto Gilardino, buono e regolare goleador da ormai un certo un numero di anni (infortuni e crisetta milanista esclusi), che viene spesso e volentieri convocato da Marcello Lippi per indossare la maglia azzurra; immaginate inoltre di aver giocato, su tredici partite ufficiali degli ultimi due anni, otto volte con quattro reti all’attivo (il gol della qualificazione ai mondiali più una tripletta ad evitare una figuraccia epocale contro Cipro a Parma) e di non avere colpe rilevanti nella pessima prestazione di Confederations Cup, a differenza di qualche senatore.

Immaginato tutto questo, in vista del torneo in SudAfrica potreste trovarvi nella seguente situazione: nel reparto offensivo della nazionale azzurra ci sarebbero degli attacanti snelli, quelli nani, da mettere sulla fascia e che magari hanno buoni mezzi tecnici, tipo Totò Di Natale e Giuseppe Rossi; ci sarebbe un’ottima ala o mezzala che è Mauro Camoranesi; poi il signor Vincenzo Iaquinta, insostituibile per la sua capacità di essere prima punta, seconda punta, terzino, picchiatore, autista, ferrotranviere, capocomico e via dicendo, col pregio della maglia bianconera sulle spalle; troverebbe spazio il brasiliano Amauri, proveniente da due mezzi campionati deludenti ma ultrasponsorizzato da Lippi, che quindi ora che arriva il passaporto non può non convocarlo e addirittura non farlo giocare titolare; ci sarebbe, infine, er pupone, quello che diceva di non poter giocare nella nazionale di Donadoni per insormontabili problemi fisici, e ora voglioso di partecipare alla spedizione africana di quella attuale (con tanto di campagna di stampa a proposito). Considerate, infine, la presenza del bomber Pazzini: cosa vi rimane? Un bel posto in panchina dietro l’asino brasiliano? Un’estate di critiche e pressioni dalla stampa, poichè non si hanno santi in paradiso come i colleghi bianconeri?

fabio cannavaro Sono strani i criteri di selezione di Marcello Lippi: Antonio Cassano  no, e vabbè, Massimo Ambrosini no, e già va bene di meno, perchè poi si convoca il Gattuso al quale ha allegramente soffiato il posto nel Milan (fatto avvenuto solo negli ultimi mesi per via delle disavventure fisiche del pesarese) – lo stesso Gattuso che per fare l’uomo vero combina pasticci nell’ultimo derby di Milano, oppure rompe la serenità dello spogliatoio del suo club. Infine, se proprio bisogna convocare un oriundo, si convochi un Thiago Motta, che di esperienza in campo internazionale ne ha certo di più del discontinuo Montolivo e di Palombo. Visto il Fabio Cannavaro degli ultimi due anni, inoltre, sarebbe meglio spingere sul ritorno Alessandro Nesta, che tuttavia, con coerenza, vuole restare fuori.

Così dovrebbero andare le cose. Il pianeta azzurro, però, pare funzionare in maniera differente.

One Reply to “Della nazionale di calcio dell’Italia e di come sia divenuta un club per pochi eletti”

  1. Tutto giusto e anche un bel pezzo, ma ti correggo, perché questa confusione viene propagandata al fine di giustificare l’eventuale convocazione di Amauri (che se diventa italiano è convocabile come tutti).

    Amauri non è oriundo. Gli oriundi sono i “figli” della diaspora italiana. AMauri è uno scarto della nazionale brasiliana. Motta è oriundo, è già italiano infatti, così come lo sono Cambiasso, Milito, Camoranesi, Cicinho e tutti quelli che sono figli di mamma o padre discendenti da genitori o nonni italiani (che non sono pochi nel mondo).

    Il problema Amauri è che è scarso. E il problema Lippi è che convoca badando anche ad altri interessi, un po’ meno condivisibili di quelli tecnici. Per me può far fuori Ambrosini (è ridicolo ma pazienza), ma mi insospettisce se chiama Motta la cui metà era dell’Udinese, in modo che la metà della Roma valga di più e tanti altri casi. Troppi.

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