Quando dico no è no

i say no Ho appena scoperto che su Google Earth i segnaposto che metti sulla Terra rimangono anche sulla Luna, per cui visitandola scopro di abitare a meno di venti chilometri da un cratere che porta il nome del figlio di Matusalemme, nono nella classifica della longevità dai tempi della creazione (777 anni, oppure 753 secondo la versione dei Settanta) e che mio fratello lo scorso anno ha vissuto alcuni mesi ad una quarantina di chilometri dal monte lunare Piton.

Tutto ciò che avete letto finora non c’entra nulla con quello che avevo intenzione di scrivere. Vorrei, invece, sottolineare una cosa: se dico no, e spiego perché no, e non obietti al fatto che sia no, sono legittimato a pretendere da te che il tuo comportamento sia conseguente al mio no, e non che tu invece dica sì. Esempio: come sapete (ma potete anche non saperlo), sono entrato nella categoria dei disoccupati. In attesa di alcune cose che vorrei/dovrei fare dopo l’estate per iniziare a vedere un modo che possa approssimativamente tendere ad una mia appena decente e desiderabile sistemazione di qualche vago ed indefinito tipo, e meditando sull’opportunità di un lavoretto finesettimanale già propostomi e che non mi piace tanto, pensavo di fare quello che mi è già capitato per alcuni mesi durante i miei studi universitari: ripetizioni. Preparo il foglietto con scritto “Laureato in bla bla offre ripetizioni e aiuto allo studio nelle seguenti materie: bla bla e bla per studenti di scuole medie e superiori”. La sottolineatura non serve ad agevolare l’eventuale ricerca su Google, serve piuttosto a chiarire un concetto. Un concetto si chiarisce anche specificandone i termini, ripetendolo e addirittura chiedendo un’attenzione solenne mentre lo si espone: è ciò che ho fatto con mia madre. Nel momento in cui le chiedo di appendere l’annuncio appena preparato in giro per i negozi che lei frequenta (alimentari, macellerie, insomma roba da femmine di una volta)  le chiarisco il suddetto concetto: “i bimbi delle elementari no”. Perché no? Non ho voglia di star dietro i bimbi, e soprattutto prendono troppo tempo, ché devi star loro dietro quando fanno i compitini. Sono sicuro di aver ripetuto nei giorni successivi le stesse cose almeno un’altra volta.

Non è che io voglia necessariamente del tempo a disposizione, ma – come mia madre anche sa – probabilmente sarò impegnato 5-6 settimane tra marzo e maggio all’Aquila, per seguire dei corsi per ottenere quei pochi crediti formativi mancanti al fine di accedere a quei tirocini di abilitazione che la Gelmini si è inventata nel pieno mese di agosto – che poi uno dice la precarietà, la flessibilità, i giovani: quanto da me letto e constatato sul sito del Miur vale fino a nuovo decreto del ministero, perché valgono ancora quelli vecchi che fanno riferimento alla famigerata Ssis, che mi risulta sia anche discretamente costosa considerando che è dedicata a chi un lavoro più o meno sicuro ancora non ce l’ha; io il posto fisso pubblico non lo voglio, e non penso nemmeno che il problema dell’Italia sia quell’insieme di contrattini scemi da tre mesi, sei mesi, a da sigle da verso di gallina; tante volte basterebbe eliminare quell’ostacolo che consiste nel non sapere cosa fare per sapere cosa bisogna fare (no, non mi sono ripetuto, è come Toto che deve sapere dove andare per sapere dove deve andare, o come il centrosinistra di qualche anno fa che si riuniva per decidere se decidere di decidere, o cose del genere. Giuro che c’era veramente un comunicato di Piero Fassino di questo tenere e forse mi metto a cercarlo). E’ la burocrazia, bellezza, associata alla sfrenata voglia di legiferare sempre e comunque, e tu non puoi farci niente.

Scusate la digressione laburista: insomma, ho spiegato bene che i bimbi delle elementari no, ma c’è sempre l’inghippo, e nella fattispecie si chiama signora del palazzo di fronte, che a malapena prima salutavo e nell’ultimo mese me la sono ritrovata almeno tre volte a casa mia. La scena è la seguente: io, mia madre e la vicina in soggiorno, col sottoscritto che aspettava una chiamata per scendere – mi passavano a prendere per andare a pranzo da un amico. Iniziano a parlare dei figli – immancabilmente, e se usassi gli emoticon ora metterei un sacco di faccine incavolate – si arriva a parlare dei cavoli miei – “Glo’, se conosci qualcuno a cui servono ripetizioni…” – “Oddio Rosse’, ma adesso l’ho incontrata” (con accento napoletaneggiante per giunta, la signora dovrebbe essere campana, credo di Benevento). Fine del mondo. Morale: si mettono d’accordo in mia presenza per contattare un’altra signora del palazzo di fronte che, per inciso, è filippina e quindi c’è pure l’ostacolo della lingua. Io non volevo fare la figura del guastafeste, né di quello che non vuole darsi da fare (se mi ci metto riesco a essere pigro con criterio e ad ottimizzare il riposo), ma quando le due donne hanno iniziato a fissarmi, ho storto la bocca, ho detto “Ma…, veramente, fa le elementari…” e cose del genere, e insomma dico che va bene. Arriva la telefonata, vado via e delego mia madre a parlare con sta signora. Torno il pomeriggio e dice tutto bene. Bene, pensavo tra me e me, tanto vive qua di fronte, forse il problema non sussisterà più di tanto. Invece, il problema sussisteva: non avevano parlato di ore e io non avevo controllato gli orari di quei corsi di cui sopra. Morale: per alcuni dei prossimi cinque mesi dovrò essere contemporaneamente a dare ripetizioni tutti i pomeriggi fino ad esaurimento compiti ad una bimba straniera (argh) e allo stesso tempo a sentire lezioni sull’editoria in epoca fascista in qualche aula provvisoria da terremotati (tipo capannoni industriali) all’Aquila. Impossible is nothing, diceva qualche pubblicità, col cazzo rispondo io, per giunta per qualche soldo, non per un 6 al superenalotto.

Mi tocca disdire un impegno, e questa cosa mi irrita profondamente: non è che posso seguire sta bimba fino a inizio marzo e poi dire “cucù me ne vado” perché sta signora chiede un rapporto continuativo per la figlia che, seppur nata in Italia, non vive in un ambiente che la aiuta ad apprendere con proprietà la lingua italiana. Ora ci mando mia madre a parlarci, tiè, perché quando dico no e ti spiego perché no e tu non obietti perché no, allora non c’è motivo per cui sia sì, e soprattutto mi sto scocciando del correttore di Windows Live Writer che mi costringe a trasformare gli accenti gravi in acuti quando scrivo “perché” per non vedere quella linea rossa a zig zag che è insopportabile. Passo e chiudo.

Scrivere post del genere forse è terapeutico ed aiuta ad ordinare le idee.

3 Replies to “Quando dico no è no”

  1. 🙂 Le ripetizioni ai bambini delle elementari sono – dopo i forum sparsi per la rete – la seconda prova inconfutabile che la scuola italiana sta fallendo.

    Minchia, che cosa deve fare uno alle elementari? Imparare, imparare, imparare, mica deve sapere. Per sapere ci sarà tempo, e non si smetterà mai di farlo (bella questa alla Socrates eh?)

    Prova un sito di potature delle piante, se sei esperto ci guadagni 🙂 lo so da alcune ricerche di lavoro fatte da poco.

  2. Sta bimba, sebbene nata in Italia, come lingua madre ha il filippino, visto che la sua – come tutte quelle che vengono dall’Asia orientale – è una comunità molto chiusa i cui membri molto difficilmente frequentano indigeni e dove la lingua usata non è affatto l’italiano.

    A meno di comprarle libri e invogliarla alla lettura (dubito) o di piazzarla davanti alla tv, la bimba usa l’italiano da non madrelingua 4 ore al giorno. Un po’ poco per impararlo e conservarlo, secondo la mia ipotesi.

  3. Si, in effetti si impara molto di più frequentando le persone. Tranquillo però che con Lega e la Gelmini avremo le presenze straniere contingentate 🙂 hanno capito l’antifona…

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