Link del 19 aprile 2010

By | 19th April 2010

Novamag 2006-2010: è stato bello (Massimiliano Di Giorgio, Novamag, 17 aprile 2010)

One thought on “Link del 19 aprile 2010

  1. Giovangualberto Ceri

    L’amatissimo Cardinale DIONIGI TETTAMANZI, secondo le mie “salutari inquietudini”, avrebbe fatto ancor meglio se avesse indicato pubblicamente lui il suo degno successore a Milano. Poi doveva stare a vedere cosa diceva il VATICANO. Avrebbe costituito una fertile precedente per tutti i vescovi italiani. Le mie “salutari inquietudini”? Così appellava MONS, ENRICO BARTOLETTI le mie idee che, “forse”, lui avrebbe riportato al CONCILIO VATICANO II. Me lo scrisse in una delle sue lettere autografe: in quella datata 22 sett. 1963. Chiude così il Bartoletti la sua lettera: ” Da Roma, al CONCILIO, penserò spesso anche a te e forse porterò qualcosa delle tue salutari inquietudini”. Questa lettera è stata pubblicata anche su FACEBOOK, FOTO di Giovangualberto Ceri. Se il Bartoletti durante il CONCILIO non disse nulla, e fece bene!!!, lo dirà poi autorevolmente e con l’appoggio di PAOLO VI. Aggiungo adesso un mia “salutare inquietudine”. Eccola.

    GIOVANGUALBERTO CERI

    IPAZIA e DANTE

    Dal cristianesimo, al laicismo, all’autentica, futura e completa cristianizzazione del mondo pagano-classico.

    Commento filosofico-astrologico-liturgico.

    Gentili lettrici e lettori,

    personalmente ritengo che sia vero! Nonostante siano trascorsi duemila anni dalla venuta di Cristo o, similmente, dall’inizio dell’èra volgare, o èra cristiana, alcune fascinanti e feconde idee e comportamenti del mondo pagano-classico, su cui il cristianesimo ha dovuto innestarsi, si sono trascinate nel ricordo fino a noi senza però venire adeguatamente integrate. Probabilmente questo è dovuto ad un malinteso che si è subito creato fra la mentalità greco-romana e la mentalità dei cristiani dei primi secoli, e forse non solo a causa delle persecuzioni. Io vorrei poter dissolvere questa incomprensione, cercare di capire, seguendo soprattutto Ipazia e Dante quali simboli di questa lunga fase di tragica integrazione. Cercare di colmare tale vuoto mi è parso, appena mi sono reso conto di tale possibilità, molto positivo per l’evoluzione della nostra civiltà, se pur tale stessa incresciosa situazione di vuoto culturale comunemente non sia stata esaminata, almeno in età moderna, né semplicemente ricordata. Se tale vuoto ha creato un senso di nostalgia in Goethe, o in Friedrich Nietzsche, per esempio, è stato perché loro non erano, appunto, persone comuni.
    I gentili, per ciò che ci riguarda qui direttamente, e cioè per la parte più profonda e coinvolgente del loro stile di vita, possiamo affermare che amassero soprattutto una cosa: la libertà di coscienza, la libertà di ricerca personale della verità in ogni campo che, effettivamente, costituisce anche un incommensurabile piacere esistenziale, oltre che essere il motore della nostra civiltà. Ed è stato per questo loro desiderio di continuare a godere di un tale piacere, di un tale stile di vita, che i pagani, almeno oltre un certo livello ontologico-vissuto, sono stati presi di mira dai cristiani e si sono trovati ad essere in conflitto col cristianesimo, o meglio, con l’idea che i cristiani si erano fatti delle verità contenute nel Vangelo, quasi che la divulgazione del Vangelo stesso esigesse una rinuncia, a monte, della ricerca personale. La vita, il pensiero e il crudele assassinio, ad opera dei cristiani legati al vescovo Cirillo, della neoplatonica Ipazia di Alessandria (370 – 415 d.C.) e, analogamente, la condanna a morte, ad essere bruciato vivo, emessa contro Dante Alighieri (1265 – 1321 [1322 ?]) anche per essersi opposto a papa Bonifacio VIII, trovano una convincente spiegazione dentro questo contesto, o contrasto di idee, che ha per epicentro la continua negazione, o la negoziazione, durante questi nostri duemila anni di storia, della libertà di ricerca personale.
    Allo scopo di subito mostrare al lettore un reperto sintomatico della dialettica in questione faccio osservare che nei poeti del medioevo fino a Dante già si era cercato di integrare, con successo, questa libertà personale. Essa veniva sintetizzata dall’idea di nobiltà di comportamento che era un’insieme combinato, e incarnato, di libertà personale da una parte, e di grande virtù dall’altra. Per i poeti medievali e la cavalleria non si dava infatti nobiltà, o cortesia, al di fuori di un comportamento che non fosse risultato fin dall’inizio, cioè prima di tutto, autenticamente libero: per cui quando loro indicavano “nobile”, come fa Dante tanto nella Commedia, che nel Convivio, che nella Vita Nuova, non indicavano solo altamente virtuoso ma, prima di tutto, “libero”. Sembrerà paradossale ma questi intellettuali-poeti stimavano la libertà più necessaria all’umanità di quanto non la reputassero così gli scettici dell’Umanesimo-Rinascimento e poi gli Illuministi e il Romanticismo. Con la sua idea di nobiltà il medioevo era già entrato in comunione, ad un tempo, con il classicismo da una parte e con l’autentico spirito evangelico dall’altra, si pure attraverso l’inaugurazione, del tutto originaria, di un modo cristiano di essere del mondo del tutto inatteso, il suo. Di lì a poco non fu però più possibile seguire l’evoluzione ontologica architettata da Dante e dai suoi predecessori a causa soprattutto, io credo, del risorgere di una mal celata antipatia della chiesa verso la libertà, verso le libere iniziative anche caritatevoli nei confronti dei poeti medievali, di quelli cavallereschi, dei provenzali, degli stilnovisti e di quanti erano stati presenti alla corte di Federico II. Faceva paura soprattutto una cosa: l’emergere di una strada concreta per la spiritualizzazione dell’anima che si appellasse all’amore sessuale inteso sia come gioco, sia come scienza della soggettività in generale. Faceva paura perché la chiesa mirava a relegare l’amore verso l’altro sesso in un campo spiritualmente inferiore poiché si sarebbe trattato di un’occupazione del tutto laica che trovava la sua giustificazione naturale e morale soprattutto nella procreazione. Quindi faceva paura soprattutto che la spiritualizzazione dell’anima potesse poggiarsi su una condotta intima e personalissima del rapporto amoroso e che questa fosse simile ad un’opera d’arte, ad una scienza inerente l’ontologia vissuta fondata soprattutto, ed ovviamente, sulla libertà di scelta. Con i poeti cavallereschi, provenzali e stilnovisti, la chiesa avrebbe avuto meno da controllare, insegnare e redarguire. Si sarebbe trovata in contrasto come nel primo secolo si trovarono in contrasto i vescovi, nelle Comunità seguaci della Dottrina della Didaché, di fronte ai profeti, persone completamente libere di agire in tutto, e al tempo con pari dignità e poteri dei vescovi. Anche Dante del resto si ritiene un profeta, e prima di orientare definitivamente la sua mente verso la bellissima, giovanissima ed eterna Beatrice, non per caso ci fa sapere di avere avuto dei rapporti amorosi con donne giovanissime, come del resto anche Raimondo Lullo prima di prendere i voti. Forse per san Francesco fu diverso? Tali rapporti avrebbero costituito una caduta, da mettere però in inventario, durante il tragitto di libera ricerca della verità la quale, come risulta anche dal Convivio e dalla Vita Nuova, faceva comunque parte di una scienza: quella del nono cielo riguardante la cristiana MORALE FILOSOFIA quale integrazione della pagana FILOSOFIA DI PITAGORA (Convivio, II, XV, 12; II, II, 1; Vita Nuova XXXV). Trattandosi di scienze inerenti la soggettività in generale come avrebbero potuto praticarsi se non in piena libertà personale? Con il rapporto stretto fra Filosofia pitagorica e Morale Filosofia noi abbiamo già messo in luce il livello di integrazione paganesimo cristianesimo presente, per cultura, in certi ambianti dell’epoca di Dante e la conseguente accettazione di presupposti di libera ricerca personale. Un decisivo ed importantissimo passo in avanti era stato compiuto dai tempi dell’assassinio di Ipazia di Alessandria e quelli di Dante, la l’invidia e i contrasti non erano stati affatto vinti. Si può parlare di invidia poiché chi insegnasse con successo una strada spirituale al di fuori del contesto degli insegnamenti delle gerarchie ecclesiastiche e ipotizzabile che potesse andare incontro a venire invidiato, e si tratterebbe di una specificità tutta infernale (Inf., I, 109 – 111). Relativamente all’esperienza indicata da Dante e alla via dantesca verso la salvezza, non sarebbe fuori luogo un’ampia libertà di ricerca e quindi il seguire i propri suggerimenti intimi e personali, le proprie passioni, al posto dei “Decretali” del Vaticano (Par., IX, 133 – 135). Recita Dante: “Non ti dovea gravar le penne in giuso, / ad aspettar più colpi, o pargoletta / o altra vanità con sì breve uso” (Purg., XXXI, 58 – 60)”. In affetti col medioevo dell’epoca fino a Dante compreso L’arresto della marcia in avanti è inoltre anche da imputare, più in generale, alla mancanza, nella classe dominante, di un’autentica nobiltà: sia che tale stessa classe fosse gerarchicamente riconducibile all’Imperatore, o al Papa, o alla nascente borghesia. Così si esprime Dante dolorosamente criticando la nobiltà di casta, cioè legata alla genealogia del suo tempo: “O poca nostra nobiltà di sangue,/ se gloriar di te la gente fai / qua giù dove l’affetto nostro langue, mirabil cosa non mi sarà moi” (Par. XVI, 1- 4 ): con ciò puntando però anche l’indice sull’importanza di una vera nobiltà per l’evoluzione della umanità.
    Alle gerarchie ecclesiastiche il concetto di piena libertà personale, anche se congeniale al crescere dello spirito nobile, è sempre dispiaciuto poiché per loro sarebbe solo esclusivamente nell’idea di virtù che, successivamente, avrebbe potuto concretizzarsi quello di libertà: per cui, per essere liberi, non restava altro, per la chiesa, che essere prima virtuosi. E questa idea si è purtroppo trascinata fino a noi. La chiesa aveva capovolto l’ordine ontologico-spirituale dando man forte al potere di Cesare: quel potere che Gesù Cristo si era raccomandato di tenere separato dalla diritta via spirituale. In cosa consistesse poi la virtù a cui la chiesa si rifaceva veniva indicato, o imposto, dalla interpretazione che lei stessa dava via via del Vangelo. Il giusto modo di pensare e di comportarsi, già esaltato dai poeti medievali, veniva con ciò stravolto poiché gli insegnamenti della Chiesa, rispetto all’essenza dell’essere umano, finivano per fungere da protesi e quindi per inibire la “queste du graal”. Sarai libero, incalzava la chiesa, quando te lo meriterai. Ma nell’attesa di meritarselo, l’essere umano, in assenza di libertà, non sarebbe mai arrivato alla maturazione. Questa infatti non si dà senza quel rischio implicito ad ogni crescita, mentre la chiesa mirava proprio a ridurlo, non foss’altro che per rafforzare, per invadenza culturale, il proprio dominio. In assenza del rischio, e la libertà è un rischio!, non potendo l’essere umano mettersi liberamente davanti alla prova, egli non cresce: ma la libertà davanti alla prova sarebbe stata anche nello spirito del Vangelo. La virtù anteposta alla libertà funge da protesi esistenziale, e fin tanto si ricorre alle protesi si impedisce che un organo possa crescere, o rinnovarsi: in questo caso l’uomo nuovo. Il neoplatonismo, insieme a Ipazia e a Dante, partendo dalla libertà di ricerca, miravano ad una più alta virtù e nonostante questo loro sacro indirizzo di vita, la chiesa volle ugualmente perseguitarli entrambi. Essa fu offuscata dal desiderio di dominio sulla mente degli uomini e dai vantaggi che ne ricavava, o invece non ebbe sufficiente fiducia in loro né, soprattutto, pazienza? L’interrogativo è grave, pesante ed essenzializzante gran parte della nostra storia occidentale.
    Predicato il Vangelo, nella misura in cui i cristiani hanno preteso il rispetto generalizzato di alcuni suoi principi, delle virtù in esso contenute, questi stessi cristiani hanno finito, da un punto di vista esistenziale, o fenomenologico trascendentale, per indurre nell’umanità una mentalità servile, volgare e al tempo stesso prepotente e depotenziata. Conseguentemente anche invidiosa della libertà altrui. Probabilmente essa ha invidiato quello che essa stessa impediva che l’umanità ottenesse. Una cattiva interpreazione di come e di quando sentirsi, o giudicarsi, liberi può indurre veramente a tutto questo disastro? Credo che la storia di questi duemila anni occidentali dica, molto spesso: sì. In seguito al lento crearsi nel mondo cristiano di tale negativa situazione ontologico-vissuta la sorte subita, nel V secolo, dalla neoplatonica Ipazia di Alessandria appare invece dipendere da una sua indole sommamente nobile, poiché non volle piegarsi, non volle rinunciare alla sua libertà di ricerca. Certi cristiani dei suoi tempi possiamo invece sostenere che si siano comportati volgarmente, servilmente, oltre che in maniera crudele e illegittima, con ciò dimostrando di rifiutare il paganesimo e, al tempo stesso, anche lo spirito del Vangelo.
    La libertà amata dai gentili si legava a due loro peculiarità culturali.
    Prima: a quella dipendente della ricerca scientifica, empirico-intuitiva e logico-razionale, inaugurata dai presocratici, da Platone ed Aristotele e che finiva per influenzare anche la letteratura greco-romana. È di tutta evidenza che il Parmenide di Palatone e la figura di Socrate, da cui ancor oggi noi siamo fortemente attratti, costituiscono anche un inno alla libertà personale. Per quanto attiene all’indagine ontologico-vissuta, cioè della psiche umana realizzata con la letteratura classica, nell’antichità, ma anche nel medioevo, essa veniva sempre considerata su base scientifica: e questo data la concezione unitaria e gerarchica di tutto il cosmo. Si proponeva un fatto simbolico-letterario al fine di produrre piacere nella gente per il fatto che le loro coscienze finivano per aderirvi o, comunque, per riconoscerlo autentico. Con ciò si faceva subire all’umanità, intenzionalmente anche se per cultura, una spinta alla crescita ontologico-spirituale e, da qui, la componente scientifica all’indirizzo della soggettività universale. In tale modo anche Dante concepirà la Divina Commedia e la Vita Nuova, se pur all’insaputa dell’esegesi accademica e tradizionale. L’indagine ontologico-vissuta della tragedia greca, che ha per scopo di procurare piacere nello spettatore per maturazione della propria coscienza, sarebbe stata però impossibile senza che vi fosse a monte una forte tensione-intenzione per la libertà di ricerca della verità.
    Seconda: a quella ancorata alla Mitologia e alla devozione verso le Divinità dell’Olimpo celebrate, per la parte più significativa, nel Pantheon. Le divinità dell’Olimpo erano concepite poi anche quali rappresentazioni simboliche degli influssi esercitati dagli astri, sia superiori (Cielo Stellato e zodiaco delle costellazioni), che inferiori (i sette pianeti: Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove e Saturno), in base al loro proprio moto in cielo e sullo zodiaco dei segni. La sacra LITURGIA PAGANA, ma poi anche la sacra LITURGIA CRISTIANA che involontariamente, o inavvertitamente, la rispecchia, risultano oggettivamente sempre su base astrologico-liturgica: e può essere un indizio della tesi che sto sostenendo, e cioè che mentre un’integrazione in certa misura ci fu, anche se non con spirito pacifico, poi si negò che ci fosse stata, come se non avesse lasciato tracce, e questo perché non si voleva concedere ai pagani alcun riconoscimento. Con la celebrazione dei suoi riti la liturgia pagana esaltava, per esempio, il moto annuale del Sole sullo zodiaco dei segni, cioè il suo passaggio, o pasqua, dai quattro angoli del cielo e, particolarmente, dall’angolo del solstizio d’inverno, ritenuto freddo e umido (Dante, Convivio, IV, XXIII, 7 – 10), e da quello dell’equinozio di primavera, ritenuto umido e caldo, e perciò, iuxta sentetiam Ptholemaei, particolarmente fecondo e attivo (Tetrabiblos, I, V, 1; I, VIII, 1-2). Non sarà per caso che la pasqua di Resurrezione i cristiani l’abbiano posta proprio su questo virtuosissimo e pagano angolo del cielo, il 1° grado dell’Ariete dello zodiaco dei segni la cui virtus verrà catturata (virtus contracta), per essere poi riversata giù sulla Terra, dal successivo plenilunio, oppure anche, potrebbe essere, dal successivo novilunio, iuxta sentetiam Ptholemaei (Tetrabiblos, II, XI, 5 – 7; I, XI, 5). Quando Ipazia, nella sua scuola di Alessandria, sta ipotizzando che il moto dei pianeti sugli eccentrici e sugli epicicli di Tolomeo non sia circolare ma ellittico, essa cerca di controllare meglio il fenomeno ma non solo per ragioni matematiche, o astronomiche, ma, soprattutto devozionali e ontologico-spiritulai. Le scuole neoplatoniche, tutte in continua comunicazione fra di loro attraverso il girovagare degli allievi, avevano infatti per fine ultimo la Mistagogia, cioè una crescita spirituale e di coscienza. Il cristianissimo Dante, nel suo tentativo di integrazione del paganesimo, celebrerà, all’inizio del Purgatorio, su indicazione del libertario e pagano Catone l’Uticense e per mano di Virgilio, il rito pagano di sottomissione alla grazia divina con brillante il cielo, e non per caso e per semplici ragioni poetiche, unicamente la lucentissima stella di Venere mattutina, o Lucifero, o Citerea (Pur. I, 19 – 135), tutta umida e calda per essere passata da poco dal perigeo umidicatore. Sempre sotto questa stessa Venere mattutina il Poeta sarà incoronato, dal pagano Virgilio, re e gran sacerdote al termine della risalita del Purgatorio (Pur., XXVII, 94 – 142), per quanto gli esegeti non vi abbiano ancora fatto caso, sia per la loro ignoranza dell’astrologia tolemaica, sia per non avere messo bene a fuoco il forte impegno di Dante nel riuscire ad integrare il paganesimo nel cristianesimo che è poi anche lo scopo di questo mio lavoro. Fra Ipazia e Dante, circa l’intenzione delle loro ricerche e l’adozione di un certo metodo di ricerca, io non trovo grosse differenze. La tensione ontologica e la stessa anche se gerarchizzabile: cioè anche se il mondo di Dante è gerarchicamente più importante di quello di Ipazia, tuttavia senza questo suo mondo, il mondo stesso del nostro Poeta, compresa la sua poesia, mai avrebbe potuto essere concepito, mai avrebbe potuto crescere. Questo per dire che nonostante la repressione del paganesimo ad opera del cristianesimo, il paganesimo stesso, soprattutto attraverso le sue scienze, ebbe ugualmente una funzione illuminante.
    La Mitologia pagana ricordava, per esempio, simbolicamente il Sole nella figura di Adone. Dal solstizio d’Inverno al solstizio d’estate il pianeta si trovava in fase montante, crescente e nobile, e perciò veniva posto nelle braccia di Venere; dal solstizio d’estate a quello d’inverno, cioè fino al Natalis Solis invicti escluso, o giorno della Natività di Cristo, nelle braccia di Proserpina. Il cristianesimo, quando nacque, si trovò dunque d’avanti un tale contesto culturale.
    I cristiani, interpreti della vita di Gesù Cristo, del Vangelo, della Bibbia e della testimonianza dei Dodici Apostoli, mirando ad una totale cristianizzazione del mondo, tendevano invece a considerare questa mentalità libertaria dei gentili un ostacolo all’unità della Chiesa, della cristianità, e al progetto di divulgazione del Vangelo nel mondo, cioè di ostacolo alla formazione di una civiltà completamente nuova, quella cristiana. Essi si sbagliarono? La civiltà cristiana veniva immaginata, per lo più, sotto il vessillo della Chiesa e del papa di Roma quale unico rappresentante in terra di Gesù Cristo, e tale disegno, per come veniva realizzato, lasciava poco spazio alla ricerca soggettiva, o personale, circa l’assetto del mondo e le credenze che l’essere umano avrebbe potuto scegliere di seguire. Conseguentemente assistiamo, fin dai Padri della Chiesa, ad un attacco alle divinità pagane e all’astrologia proprio perché custodi di una certa discrezionalità di comportamento, oltre che quali possibili concorrenti del messaggio cristiano. Ma questo soprattutto per i cristiani che avevano frainteso il Vangelo. L’attacco al paganesimo, da un punto di vista letterario verrà sferrato, soprattutto, all’Apologetica cristiana che si ispirava, per convincere senza possibilità di appello logico-razionale, alla logica dialettica di Aristotele. Da questo momento il conflitto paganesimo-cristianesimo sarà aperto e durerà, attraverso alterne vicende e sottili tesi filosofiche, fino a noi, cioè durerà in occidente per tutto il nostro periodo. Le discussioni durante il recente CONCILIO VATICANO II avrebbero teso a ridare spazio alla libertà di coscienza, alla sensibilità laica e pagana e a riconoscere, conseguentemente, anche l’importanza della religione Protestane ancorata a Martin Lutero (1483 – 1546), ma poi tale indirizzo, in quanto tendeva, fra le altre cose, a giustificare il divorzio coniugale, l’aborto e l’eutanasia, dopo la morte di papa Albino Luiciani venne di fatto lasciato cadere. Si perse l’occasione di poter dire al mondo agnostico, ateo, eretico o diversamente religioso, di essere in speranzosa attesa di vedere cosa questo, in piena libertà, sarebbe stato capace di fare. Non ci si fidò, ma forse anche per paura della perdita di potere, di vedere cadere un ruolo sociale di controllo superiore posseduto per secoli.
    Intanto mi preme osservare che tutte le grandi civiltà antiche hanno avuto le loro particolari divinità e tutte si sono interessate all’astrologia. Come pensare, da cristiani, se seguiamo la logica e il buon senso, ma anche un’idea di giustizia verso la mentalità altrui, di poter soppiantare ogni cosa senza arrecare gravi danni alla sensibilità umana e all’umanità dell’uomo? Se il Vangelo ha ragione, quale che sia la sua contingente interpreazione, perché non attendere di vederlo spontaneamente imporsi ricorrendo semplicemente alla sua libera divulgazione e all’esempio dato dai fedeli?

    … seguono pp. 170.
    F.to Giovangualberto Ceri

    Reply

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *