La rivoluzione in una sola Camera

L'aula del Senato a Palazzo MadamaNegli ultimi giorni Silvio Berlusconi ed il PdL hanno portato avanti l’idea secondo cui, in caso di sfiducia del governo solo a Montecitorio, si possa andare alle elezioni solo per il rinnovo della Camera e non del Senato, proprio come prevede l’art. 88 della Costituzione.

Sarebbe un atto estremamente innovativo nella prassi (mai è successo che le due camere fossero sciolte separatamente) ma totalmente corretto e legittimo. Il Presidente della repubblica potrebbe comunque essere fortemente contrario ad una soluzione di questo tipo, che pure avrebbe una sua ragione politica: l’attuale tripartizione del sistema politico (centrodestra berlusconiano, centrodestra non berlusconiano, centrosinistra) quasi sicuramente non permetterebbe a nessuna coalizione – a legge elettorale vigente – la conquista della maggioranza assoluta dei seggi al Senato; d’altro canto, allo stato attuale delle cose non pare possibile un accordo in parlamento su un nuovo governo per una nuova legge elettorale, sia per motivazioni elettoralistiche, sia per quel che riguarda il merito (si consideri, ad esempio, che il Pd al suo interno è diviso sulle modifiche da proporre). In altri termini, conservare la stabilità di governo potrebbe essere un ottimo motivo politico per sciogliere solamente la Camera, e su questo Berlusconi tiene il punto e potrebbe mostrare, obiettivamente parlando, ottime ragioni. Questo sarebbe vero a meno che, però, al Senato non si profili una situazione diversa: cioè quella di una maggioranza risicata, aggrappata a un paio di senatori controribaltonisti, ad un qualche neonato gruppuscolo parlamentare o, ancora peggio, a qualche senatore a vita deciso a non schierarsi contro il governo Berlusconi. Cadrebbe del tutto, ovviamente, l’idea dello scioglimento a metà in caso di sfiducia al Senato, e a tal proposito, la mia opinione è che stando ai fatti così come sono ora, questa sia un’ipotesi realistica, e quella di un tenuta sul filo del rasoio molto probabile.

I numeri del Senato della maggioranza ad ora sono i seguenti:

– il PdL ha 134 voti (in realtà 133, Schifani non vota come da consuetudine), la Lega 26, e in più c’è Cuffaro, per un totale di 160 (senza presidente), sotto di 1 rispetto alla maggioranza assoluta;

– a ballare sono i voti di Massidda (nel PdL), Musso (ex PdL, ora gruppo misto ma dato in avvicinamento a Fini), Poli Bortone (ex An, già contraria alla fiducia di settembre e in forte riavvicinamento verso Fini), Villari (ex Pd, ora gruppo misto con tessera radicale) e c’è addirittura chi indica gli ex Forza Italia Pisanu e Martino;

– voti contrari saranno quelli di FLI e, salvo ripensamenti, Mpa, più l’opposizione;

– da capire l’atteggiamento del Svp (astenuto durante la fiducia di settembre), del senatore dell’Union Valdôtaine (favorevole un mese e mezzo fa) e dei senatori a vita (Andreotti votò a favore due anni e mezzo fa, ma a settembre si è astenuto come gli altri 5).

La maggioranza oscilla tra 157 e 163 voti, mentre i contrari/astenuti in aula oscillano tra i 149 e i 161. La mia opinione è che il PdL oltre quota 162 non riesca ad andare, e che solo un gioco di astensioni (cioè di fuoriuscita dall’aula, poiché al Senato il voto dell’astenuto presente è un voto contro) possa garantire la fiducia al governo, e quindi la minima e marginale tenuta di quella che comunque rimane la proposta estrema di scioglimento di una sola camera.

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