W. Stafford, John Stuart Mill, 1998

By | 16th November 2010

Con questo post do inizio ad una rubrica che vuole molto modestamente offrire recensioni ed opinioni delle mie personali letture. Non c’è alcun intento promozionale alla base, forse divulgativo, ma il mio scopo primario, ora, è quello di fare un po’ di pratica volta all’automiglioramento e di esercizio intellettuale utile alle mie abituali occupazioni. Per questo motivo, molto probabilmente, numerose letture saranno legate al mio ambito di studi, alcune di queste potrebbero anche essere decisamente datate, ma soprattutto tutte le vostre considerazioni,le vostre critiche, le vostre correzioni e i vostri punti di vista saranno benvenuti e molto graditi.

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William Stafford, John Stuart Mill, London: Mac Millan Press, 1998.

William Stafford, John Stuart Mill, London, 1998William Stafford è professore emerito di scienze politiche presso la University of Huddersfield, dove ha insegnato a partire dagli anni settanta. Ho iniziato a leggere questo libro proprio perché l’autore non si occupa primariamente di studi filosofici, e avrei forse potuto trovare un punto di vista originale.

Nell’introduzione l’autore esplicita il suo obiettivo di cercare di contestualizzare Mill, il suo pensiero, di non cadere nell’errore di darne una lettura ed un’interpretazione anacronistiche. E’ un testo di carattere assolutamente introduttivo, utile per chi sta iniziando i propri studi universitari o per chi si avvicina per la prima volta al pensiero di John Stuart Mill; è ad ogni modo interessante per il rilievo dato non solo all’Autobiografia, ma anche a quanto questa corrisponda al vero Mill, in particolare per quel che riguarda il rapporto col padre James e con la moglie Harriet, e il loro contributo intellettuale; Stafford inoltre non ignora le varie linee interpretative che si sono date e del testo autobiografico, e di una delle opere principali di Mill ancora oggi attuali, cioè On Liberty: come già detto, questo volume si rivolge ad un pubblico non necessariamente specialistico, e riesce benissimo nel suo intento di far capire le intepretazioni che ha trovato il testo milliano, da quelle tradizionali rappresentate, ad esempio, da Isaiah Berlin, passando per quelle revisioniste che cercano di conciliare il saggio sulla libertà con la dottrina utilitarista, per arrivare alla singolare interpretazione conservatrice di Maurice Cowling (solo successivamente alla pubblicazione del volume si è avuta la lettura di un Mill illiberale come quella di Joseph Hamburger, Mill on Liberty and Control, 1999).

La prospettiva storica si perde un po’ nel momento in cui si ricostruiscono le teorie milliane sulla democrazia e le proposte del pensatore britannico a proposito della riforma elettorale: quella che fu una serie di rielaborazioni di proposte, e anche di qualche cambio di opinione nel corso del tempo, qui è illustrata senza qualche utile scansione cronologica – anche se, a dire il vero, ricostruire in un breve volumetto le differenti proposte elettorali di Mill, magari comparandole con quella di Thomas Hare, avrebbe richiesto uno spazio decisamente sproporzionato rispetto a quello dedicato ad altri argomenti.

Emerge comunque chiara, dal testo, l’idea di un Mill attento a cogliere i problemi posti sia dalle istituzioni sia dalle società democratiche, e non perché Mill sia un critico della democrazia, ma perché è un suo forte sostenitore sulla scia del radicalismo di Bentham e del padre James, e quindi interessato a risolverne le criticità nonché ad interpretarla nell’ambito dell’idea dell’essere umano inteso come progressive being, di una vita umana all’insegna della Bildung, di una filosofia che sì ha molti debiti col pensiero francese e anche tedesco, ma che in realtà, a dispetto della sopravvalutazione data da questi dallo stesso John Stuart Mill, secondo Stafford non fa altro che restare nell’ambito del radicalismo filosofico benthamiano.

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