La politica estera di Silvio Berlusconi

Berlusconi bacia la mano di GheddafiHo sempre pensato che uno degli aspetti più degni di studio e di approfondimento dei governi di Silvio Berlusconi sia quello che riguarda la politica estera. O, almeno, a me incuriosisce, e molto. Non so se esistano già ricerche e analisi serie e approfondite da parte di accademici e studiosi della materia, e a dire il vero nemmeno le ho cercate, però credo che se si vuole capire l’Italia di questo decennio e il lascito di Silvio Berlusconi a questo paese non si può ignorare la sua particolarissima politica estera.

Se in economia gli aspetti da analizzare sono quello ideologico-propagandistici da campagna elettorale e quello pratico che non è altro che il tremontismo (fatto salvo il periodo di assenza di Tremonti dal ministero dell’Economia), se sotto il profilo delle politiche di riforma istituzionale e della giustizia non si può che prescindere dalla sua concezione del rapporto leader-popolo, dalle sue beghe con la magistratura e dai suoi rapporti con la Lega Nord, se dal punto di visto politologico e comunicativo è chiaro come il suo carisma e il suo legame con i mass media siano i punti cardine di qualsiasi riflessione, quello della sua politica estera sembra essere l’aspetto più particolare della sua attività di governo, nonché quello che più differisce dagli altri.

In primo luogo, in Italia Berlusconi è il centro di tutto: è l’imprenditore che scende in politica e spiazza la sinistra post-comunista pronta a salire al potere, é il premier del governo più duraturo della storia repubblicana, é l’obiettivo di quasi tutte le invettive lanciate da intellettuali e giornalisti, così come il leader quasi adorato da un gran pezzo del paese. All’estero no. All’estero il tycoon che scende in politica senza risolvere il proprio conflitto di interessi e i propri problemi giudiziari non è visto molto bene; all’estero è il leader di una media potenza regionale sempre molto “tradizionalista” nei rapporti internazionali e la cui voce a livello globale è nettamente sovrastata da quella di almeno un’altra dozzina di paesi, e così via.

In secondo luogo, un leader così attento ai sondaggi, così pronto a lanciare popolarissime parole d’ordine (“meno tasse per tutti”, “abolirò l’Ici”) e a rappresentare l’italiano medio coi suoi pregi e difetti, è stato capace di prendere una scelta decisamente malvista dall’opinione pubblica nonché dalla burocrazia della Farnesina, cioè l’appoggio agli Stati Uniti nella guerra in Iraq e il successivo contributo militare ed economico alla ricostruzione, al nation building e alla lotta all’insurgency baathista e non.

Infine, a differenza del resto dell’attività governativa berlusconiana dove la rottura dalle linee politiche del passato è avvenuta più a parole che ha fatti, la linea internazionale dei governi CdL-PdL è sembrata realmente di smarcamento rispetto alla tradizione Dc e dei governi dell’Ulivo, sia per il filoamericanismo e filoisraelismo spinto dei primi anni del Berlusconi bis, al grido di “proteggiamo, promuoviamo, esportiamo la democrazia”, sia per l’abbraccio con i vari Putin, Gheddafi, Lukashenko e via dicendo della seconda fase di Silvio attorno al mondo. Per fare un esempio: laddove la Dc andreottiana si limitava a fare patti col diavolo, l’Italia del Cav. sembra vendergli direttamente, e senza neanche discutere troppo sui particolari, la propria anima. E nonostante questo – come si evince dalle ultime rivelazioni di Wikileaks -  e nonostante la cattiva opinione sulla politica interna del Cav., gli Usa continuano sostanzialmente ad avere fiducia nell’alleato italiano nello scacchiere internazionale.

Anche nell’Ue, il triangolo dei primi anni con Spagna e Gran Bretagna è stato seguito da una sorta di riallineamento con l’asse franco-tedesco – anche se oggi di asse non si sa se si può parlare ancora. Di tutto questo però bisogna trovare una spiegazione, per capire perché in questi giorni l’Italia è rimasta fino all’ultimo titubante nel chiedere a Mubarak di lasciare il potere in Egitto, e perché solo ieri sera Berlusconi ha avuto parole di preoccupazione per i massacri di civili in Libia, dopo che lui stesso aveva detto che preferiva «non disturbare» e Frattini non trovava di meglio da dire che gli alleati europei dovevano pensare ai fatti loro.

C’è probabilmente un profilo psicologico nella linea tenuta dal Cav. dal 2001, legato alla politica delle pacche sulle spalle, al gigioneggiare di un uomo che forse lo fa per tattica, forse improvvisa, o che forse è solo un anziano spaccone brianzolo non riesce, data l’età e l’abitudine, ad adeguare i propri comportamenti giocosi alla scena internazionale.

C’è, forse, un profilo affaristico: questo è solo un retropensiero, un gossip giornalistico e politico tutto da provare (ci sono degli articoli su Repubblica di cui non ritrovo il link, ad esemepio), ma bisogna capire se la politica – oserei dire – “filotirannica” dell’ultimo Cav. sia o no guidata da interessi personali propri o di persone vicine.

C’è, quindi, da analizzare l’interesse nazionale, quanto (il se non è in discussione) l’Eni, in certi casi l’industria militare, e quella delle costruzioni abbiano influito sulle scelte del governo.

C’è poi da capire il riflesso sulla politica interna, sulla necessità di fermare i clandestini direttamente sulle coste libiche e, più in generale, di accreditarsi presso il proprio elettorato come importante attore della scena internazionale, capace di difendere il prestigio e gli interessi (anche quello meno presentabili) del proprio paese – come tra l’altro il vertice Nato-Russia a Pratica di mare cercava di fare, mentre dei probabili scarsi risultati pratici di quel vertice qualcuno più titolato di me potrà discutere.

C’è da capire, insomma, quanto queste ragioni abbiano influito, quanto uno o alcuni di queste abbiano escluso o messo da parte gli altri, quanto siano intrecciate a livello di scelte politiche generali e particolari. C’è da capire, inoltre, quanto siano riuscite a penetrare nella burocrazia della Farnesina e della rete diplomatica italiana nel mondo. Nel futuro tutto questo forse ci servirà per capire l’Italia di questi anni, e l’influenza di Berlusconi su di essa, che voi la giudichiate fantastica, deprimente o terrificante. E oggi potrebbe aiutarci a capire perché, di fronte a quello che accade a Tripoli e a Bengasi, ci sia un po’ di imbarazzo da parte di chi ci governa.

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