Tripoli, bel suol d’amore

By | 18th March 2011

Ribellioni in LibiaPare ormai praticamente scontato che l’Italia prenderà parte alla coalizione – dei “volenterosi” o Nato si vedrà – che si preoccuperà del rispetto della no fly zone e del cessate il fuoco in Libia e dell’emergenza umanitaria, secondo la risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu del 17 marzo. Da un lato il passato coloniale giustifica, forse, il profilo basso tenuto dal governo nell’ultimo mese, ma è decisamente difficile ritenere che i rapporti personali di Berlusconi con Gheddafi, il trattato di amicizia italo-libico nonché gli interessi energetici e la preoccupazione di nuove ondate di immigrati abbiano portato il governo a non criticare aspramente – pur nell’attuale crisi – il regime libico. Fatto sta che il movimentismo di Francia e Gran Bretagna ci ha fregato, e che per una volta un ruolo da protagonista nello scenario internazionale potevamo avercelo noi. Ancora una volta nella storia, decidiamo all’ultimo di partecipare ad una guerra non per convinzione ma solo per riuscire a sederci, alla fine, al tavolo dei vincitori.

Il punto politico tutto italiano è che, nel giro di una dozzina di anni, l’atteggiamento del centrodestra in parlamento nei confronti della politica estera italiana si è trovato di fronte ad un capovolgimento dei ruoli: alla fine degli anni ‘90 furono i voti di Forza Italia e di Alleanza Nazionale a permettere al governo D’Alema di bombardare la Serbia; nel 2001 e nel 2003 i richiami alla fedeltà atlantica e alla necessità di rovesciare i regimi pericolosi per l’occidente avevano portato il secondo governo Berlusconi a sostenere, politicamente e militarmente, gli interventi americani in Afghanistan e in Iraq; poi è accaduto che durante la scorsa legislatura, per motivi politici interni (il famoso senato ballerino dell’Unione), il centrodestra ha rifiutato di appoggiare il finanziamento della missione in Afghanistan da parte del governo Prodi (comunque poi approvato), e, infine, oggi il PdL riesce a far passare nelle commissioni competenti di Camera e Senato – così come accadrà in Parlamento nei prossimi giorni – la partecipazione italiana alla missione libica grazie ai voti di gran parte dell’opposizione, mentre c’è stata l’astensione della Lega (della quale alcuni membri oggi tirano fuori argomenti in stile Giulietto Chiesa e altri fasciocomunisti) e dei cosiddetti “Responsabili” (in questo caso, probabilmente, per una questione di poltrone). Stiamo parlando della stessa Lega che impedisce il mantenimento delle promesse elettorali sull’abolizione delle province, la stessa Lega che in occasione del 150° dell’unificazione italiana boicotta le celebrazioni (e qui chissà gli ex An cosa hanno da dire), la stessa Lega, per bocca del governatore del Veneto Luca Zaia, che dice sì al nucleare, ma per carità non al nord che energeticamente è autosufficiente (anche se è costume comune col PdL). E qui – lasciando le beghe nostrane – bisogna capire che cultura di politica estera ha il PdL: se è legata alla comunità atlantica (pur con tutti i distinguo, ok), alla realpolitik delle nostre esigenze energetiche, ai legami personali di Silvio Berlusconi, e se è veramente affidabile per noi italiani. Da elettori bisognerà pure chiederselo. E c’è da chiedersi, se in fondo, le vecchie argomentazioni a favore delle guerre in Asia dello scorso decennio – quelle dell’esportazione della democrazia, dell’alleanza atlantica e così via – non siano state solo delle scuse per farsi belli agli occhi degli americani, nel migliore dei casi, o peggio.

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