Il 25 aprile è la liberazione dal non poter dire quello che si vuole dire

By | 24th April 2011

Liberazione[Post ispirato dal suo ultimo, perfetto, Facebook status]

Come sempre, o almeno come ogni anno da che io ho memoria, tornano a galla le critiche, i distinguo, le obiezioni di chi il 25 aprile proprio non riesce a festeggiarlo. C’era chi una volta si rinchiudeva in casa ad ascoltare i discorsi di Mussolini, e chi oggi tira su polemiche improvvisandosi storico senza averne i crismi. Ebbene, a questi signori bisogna innanzitutto replicare che il mestiere dello storico va lasciato agli storici, sebbene le stesse persone, nella nostra politica, si improvvisino di volta in volta economisti, moralisti, bioeticisti, esperti di relazioni internazionali, sociologi, sondaggisti, fisici nucleari e, come nel nostro caso, storici. Non è certo fuor di dubbio l’indispensabile apporto angloamericano nella lotta di liberazione al nazifascismo; non è altresì fuor di dubbio il fatto che qualche partigiano pensasse più a Baffone che alla libertà e alla democrazia; non è fuor di dubbio che molti degli esuli dalmati ed istriani non abbiano avuto la migliore delle accoglienze una volta tornati in patria; non è fuor di dubbio la contemporanea tragedia delle foibe; non è fuor di dubbio il tipico voltagabbanismo italiano ancora una volta venuto a galla in quella guerra; non sono fuor di dubbio la buona fede o l’incoscienza non maligna di molti giovani nell’appoggiare Salò piuttosto che la resistenza. E non sarà forse fuor di dubbio neanche il fatto che i treni arrivassero in orario ai tempi del Duce. E così via.

Quello che, però, è assolutamente, categoricamente, primariamente fuor di dubbio è che la semplice possibilità di discutere del 25 aprile, o di criticarlo, è data dal 25 aprile stesso. La possibilità di dissenso, di schierarsi altrove, di dividersi, di scegliere la propria parte politica, la propria visione della storia, il proprio personalissimo o parziale o condiviso o iperconformista punto di vista è merito di quello che è successo in quel periodo, e di quello che il 25 aprile rappresenta. Se oggi l’Italia è un paese migliore – migliore non perché privo di corruzione, criminalità, conflitti d’interesse diffusi, estremismi politici che sfociano fino alla violenza, inefficienze, giustizia lenta e ingiusta, mancanza di visioni strategiche e così via, ma migliore perché libero di parlare e discutere di sé, del proprio futuro, del proprio ruolo nel mondo e della politica che riguarda i propri cittadini, sbagliando dieci, cento, mille volte, ma avendo sempre aperta l’unica via che permette, prima o poi, di correggere i propri errori e di rispettare chiunque dignitosamente, cioè una sostanziale libertà di parola, di pensiero, di stampa, politica e religiosa – se oggi l’Italia è migliore, dicevo, lo deve al 25 aprile.

Aggiungo, inoltre, che il 25 aprile è una festa di tutti, e non solo di una parte politica, come pensano i molti che si autoescludono per i motivi di cui sopra e i molti che escludono gli altri perché fuori dall’arco costituzionale, perché fuori da una certa tradizione, perché non sono calorosi come loro nel ricordare l’evento, o semplicemente perché “fascisti” (a prescindere dal fatto se, categorie politiche da manuale alla mano, fascisti lo siano davvero oppure no). A tutti questi è giusto ricordare la parte finale del discorso di insediamento di Luciano Violante alla presidenza della Camera nel 1996 (discorso che ad ogni modo rifiuta «inaccettabile parificazione» e «revisionismi falsificanti» e riesce comunque a capire le ragioni degli altri). A tutti questi è giusto ricordare che è impossibile non festeggiare la Liberazione proprio perché questa ha permesso a tutti di dividersi in fazioni, in partiti, in gruppi, in associazioni, in organizzazioni e così via. E questa è un’altra verità che non si può cancellare. Includete, e sentiatevi inclusi. Ricordando che c’è chi è morto combattendo i nemici di queste libertà.

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