Dopo dice che uno si butta a destra

By | 28th May 2011

Radical ChicE’ successo che stamattina mi sono alzato, ho acceso il computer, o inziato a girare il web e ad un certo punto mi sono imbattuto in questa cosa qua, cioè un editoriale del Post, la rivista on-line (o superblog o maxiaggregatore o quello che volete voi) diretta da Luca Sofri, sulle elezioni di Milano. E mi è venuta voglia di votare Berlusconi. Sono cose che capitano.

Il fatto è che parti che inizi a pensare che questo paese abbia bisogno di una riforma fiscale, di meno tasse, di una sostanziale riforma federale, di una riforma della giustizia, ma poi ti accorgi che quelle idee, almeno per te, restano buone, ma chi è al governo le usa solo come propaganda, e l’unica politica di fatto è prestare attenzione ai processi del Cav. Allora inizi a spostarti un po’, diciamo inizi a guardare il FLI, ma poi ti accorgi che di proposta politica ce n’è davvero pochina finora, e che l’unico obiettivo del partito è buttare giù il Cav. In poche parole, un’Idv di destra. Allora che fai? Ti inizia a stare simpatico Bersani, sì, quello là, l’ex comunista emiliano che tuttavia occupa il secondo posto nella classifica dei liberalizzatori della storia repubblicana, subito dietro l’ignoto democristiano che un giorno decise di far entrare l’Italia nella Cee. E che ha anche il pregio di essere terra terra e di parlare di politiche concrete, anche se magari spesso mi capita di non essere d’accordo, come ad esempio sul recente flip flop fatto sull’acqua e sul suo referendum, che prima era no e poi è diventato sì. Ma poi vedi gli altri, la loro lotta eterna contro froci comunisti zingari islamici giornalisti magistrati drogati frequentatori di centri sociali, e chi più ne ha più ne metta, che è solo un’accozzaglia di urla utile solo a coprire una proposta politica ed un’attività di governo davvero misere, e quindi realizzi che forse forse Bersani non è così malaccio. Non lo voterei ancora, certo, però se vincesse sarei abbastanza sicuro che le varie corporazioni di farmacisti, tassisti, avvocati e via dicendo finalmente sarebbero calate nel duro mondo del mercato, proprio come noi comuni mortali. Infine, dicevo, leggi quella roba là. L’altra Milano e l’altra Italia, come se vivessimo in compartimenti stagni. La linea da spostare lontano, scrive. Le diverse visioni del mondo. Che la differenza non va tracciata tra chi ascolta De André e parcheggia il Suv in seconda fila, ma che poi – dice – comunque di quella stessa differenza va spiegato il valore. Che le persone informate – sostiene – scelgono sempre meglio, e quindi a sinistra (sottinteso), e gli altri son buoi (sequitur). Insomma, siamo al livello della politica come pedagogia, dell’uso dello stereotipo nell’analisi sociale (l’avversario evasore col Suv in doppia fila che vota Forza Italia), dell’inevitabile sensazione di superiorità verso gli altri, del mancato riconoscimento – aggiungo io, visto che ad onor del vero nell’editoriale non c’è – del fatto che l’esigenza di normalità di questo paese non deve coincidere con l’intoccabilità di alcuni dogmi della politica e della repubblica (a prescindere dal fatto di essere d’accordo su questo con alcune delle parole del Cav. o no). Ci sarebbe da spiegare che la democrazia moderna nasce proprio perché c’è l’esigenza di rappresentare tutti, anche chi magari non si informa o si informa diversamente, perché col poco tempo a propria disposizione c’è da fare lavoro, industria, commercio, ricchezza e in definitiva un po’ di benessere e felicità per sé e per i propri cari, e che magari da tali persone ci sarebbe anche da imparare qualcosa, anche se non hanno il tempo di leggere il New York Times e Internazionale, di passare da Feltrinelli, di studiare le lingue e di curare un blog, sito, Twitter feed o quel cavolo che è col proprio aggeggio di ultima generazione. Ma non lo spiego. Mi limito solo a dire che è bastato leggere questa roba qua, da sinistra renziana made in Milan, per ricordarmi perché non voto a sinistra.

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