Referendum 2011: con la vittoria del Sì i privati restano nell’acqua, ma come?

By | 2nd June 2011

Acqua libera tuttiUna delle armi in mano ai sostenitori del Sì al referendum è quella della gestione dell’acqua nel basso Lazio, in particolare il caso di Acqualatina. Secondo loro è la prova che la nuova disciplina dei servizi idrici non agevolerebbe affatto la qualità del servizio e gli investimenti, ma si produrrebbe solo in salati aumenti delle bollette. Questa, però, è solo una verità parziale, per non dire distorta, dei fatti.

E’ bene ricordare infatti che Acqualatina ottiene in gestione il servizio idrico di una parte del servizio idrico del Lazio meridionale nel 2004, quindi non vigente la legge oggetto del referendum (che, ricordiamolo, è del 2008), bensì quella precedente, se vincesse il Sì al referendum. Infatti, il comma 11 della norma messa in discussione col referendum (legge 133/2008, art. 23 bis) recita: «L’articolo 113 del testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali, di cui al decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, e successive modificazioni, è abrogato nelle parti incompatibili con le disposizioni di cui al presente articolo». Cosa diceva l’articolo abrogato, e che potrebbe tornare in vigore con la vittoria del Sì? Diceva, nella sua versione originale, questo:

«I servizi pubblici locali sono gestiti nelle seguenti forme:
a) in economia, quando per le modeste dimensioni o per le caratteristiche del servizio non sia opportuno costituire una istituzione o una azienda;
b) in concessione a terzi, quando sussistano ragioni tecniche, economiche e di opportunità sociale;
c) a mezzo di azienda speciale, anche per la gestione di più servizi di rilevanza economica ed imprenditoriale;
d) a mezzo di istituzione, per l’esercizio di servizi sociali senza rilevanza imprenditoriale;
e) a mezzo di società per azioni o a responsabilità limitata a prevalente capitale pubblico locale costituite o partecipate dall’ente titolare del pubblico servizio,
qualora sia opportuna in relazione alla natura o all’ambito territoriale del servizio la partecipazione di più soggetti pubblici o privati;
f) a mezzo di società per azioni senza il vincolo della proprietà pubblica maggioritaria
a norma dell’articolo 116».

Nelle successive modificazioni che ha avuto nel tempo, sia per via legislativa sia da parte della Corte Costituzionale, l’articolo in questione prevede l’affidamento dell’erogazione dei servizi pubblici a «società di capitali», «società a capitale misto pubblico e privato» e «società a capitale interamente pubblico».

Come ho evidenziato in grassetto, la gestione mista o privata dell’acqua sarebbe comunque ancora possibile anche con il ritorno alla legislazione precedente, e l’unica differenza rilevante sarebbe la modalità di affidamento di questa gestione: se con affidamento sostanzialmente diretto da parte dell’ente locale, cioè del politico di turno, o con gara “a maglie larghe” tale da garantire distorsioni ed inefficienze, (come con la precedente legge e come per Acqualatina e tutti i casi di gestione privata finora esistenti in Italia) oppure se – di regola – con gara ad evidenza pubblica, dove possono partecipare aziende sia pubbliche e sia private, che rispettino tutta una serie di criteri e requisiti stabiliti per legge e nello stesso bando di gara (seppur rimangano da fare dei passi in avanti a livello di Authority del servizio idrico e della sua regolamentazione). Questa è l’alternativa vera, e tutti gli esempi negativi che vi citano (solo nel Lazio, per la verità) nascono dalla legislazione precedente, che potrebbe tornare in vigore (ma non è detto) con la vittoria del Sì. Su questo punto, però, c’è da essere più precisi. Infatti la sentenza della Corte Costituzionale che ha dichiarato ammissibile il referendum sostiene quanto segue:

Nel caso in esame, all’abrogazione dell’art. 23-bis, da un lato, non conseguirebbe alcuna reviviscenza delle norme abrogate da tale articolo (reviviscenza, del resto, costantemente esclusa in simili ipotesi sia dalla giurisprudenza di questa Corte − sentenze n. 31 del 2000 e n. 40 del 1997 –, sia da quella della Corte di cassazione e del Consiglio di Stato); dall’altro, conseguirebbe l’applicazione immediata nell’ordinamento italiano della normativa comunitaria (come si è visto, meno restrittiva rispetto a quella oggetto di referendum) relativa alle regole concorrenziali minime in tema di gara ad evidenza pubblica per l’affidamento della gestione di servizi pubblici di rilevanza economica. Ne deriva l’ammissibilità del quesito per l’insussistenza di impedimenti di natura comunitaria.

E cioè, votando Sì si cancellerebbero dalla legge i criteri di affidamento straordinario alle gestioni pubbliche “in house” virtuose (e cioè chiusura del bilancio in attivo, reinvestimento nel servizio di almeno l’80% degli utili, applicazione di una tariffa inferiore alla media del settore, raggiungimento di costi operativi medi annui con un’incidenza sulla tariffa che si mantenga al di sotto della media del settore), e allo stesso tempo non si raggiungerebbe affatto l’obiettivo proclamato di “ripubblicizzazione” della gestione dell’acqua. Ricordiamo inoltre quanto mostrato prima, cioè che il tipico caso di cattiva gestione privata non è frutto della legge in discussione con questa consultazione referendaria. Tutto questo va a prova del movente ideologico dei promotori del referendum.

[Questo articolo è stato modificato il 3 giugno 2011, dopo la sua pubblicazione iniziale]

2 thoughts on “Referendum 2011: con la vittoria del Sì i privati restano nell’acqua, ma come?

  1. Pingback: Referendum 2011: perché essere contro il secondo quesito sull’acqua « Corrado's blog

  2. sicilia88

    ho trovato molto interessante il suo commento, ma non capisco una cosa.. cosa accadrebbe se vincesse il no? lei considera l’attuale legge migliore delle norme comunitarie previste?

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