Referendum 2011: perché essere contro il secondo quesito sull’acqua

By | 5th June 2011

Acqua libera tuttiHo già scritto a proposito del quesito numero 1 dei referendum del 12 e 13 giugno, sottolineando come, il risultato della vittoria del Sì sarebbe, come scritto nella sentenza di ammissibilità dello stesso quesito da parte della Corte Costituzionale, il mantenimento della procedura della gara ad evidenza pubblica e il riferimento alla direttiva europea in base alla quale è stata scritta proprio la legge oggetto della consultazione, e che prevede il ricorso anche alla gestione privata. L’alternativa, quindi, non è tra privato e pubblico; con la vittoria del Sì cambierebbero, anzi, solo le scadenze, i criteri e le deroghe previste dalla norma vigente, ma non il semplice fatto che una società privata possa vincere una gara per la gestione del servizio idrico. Tant’è vero che la Corte Costituzionale ha bocciato un terzo quesito (su cui, quindi, non si voterà) che chiedeva il totale divieto all’affidamento privato, proprio perché il risultato della vittoria del Sì sarebbe stato in contrasto con la normativa UE.

Ribadendo che, a mio avviso, il vero modo di giudicare il nostro voto sia quello di capire cosa succede dopo, questo significa che il vero cardine di questa doppia consultazione referendaria sul tema è il quesito numero 2, che chiede, come ho già scritto qua, di eliminare l’adeguatezza della remunerazione del capitale investito tra i parametri di determinazione della tariffa. Ricordando, tra l’altro, che la tariffa massima, sia in caso di vittoria che di sconfitta del referendum, comunque viene stabilita dall’ente locale e restano in vigore tariffe agevolate per le fasce di reddito basse e tariffe ritoccate verso l’alto per le fasce di reddito più alte, la domanda che mi sento di fare è questa: dove li volete prendere i soldi per la rete idrica? Qui prendo in prestito le parole di Luigi Marattin:

Ad oggi ogni gestore (pubblico o privato che sia) prende a prestito i soldi ad un dato tasso di interesse ed effettua gli investimenti decisi dai sindaci riuniti nelle ATO. Il costo di quell’investimento viene ovviamente ripagato dalla tariffa pagata dagli utenti, che copre il costo del lavoro (i dipendenti dell’azienda) e del capitale preso a prestito. Il referendum, scambiando quest’ultimo aspetto per un malefico prodotto finanziario del Grande Capitale, annulla la remunerazione del capitale. In altre parole, ogni investimento nel settore idrico sarà realizzato in perdita. Quindi le aziende pubbliche – che nell’ottica dei referendari sono le uniche deputate a gestire il servizio – per realizzare gli enormi investimenti necessari per rendere l’acqua davvero un bene accessibile a tutti (nei fatti, non a parole), i soldi dovranno presumibilmente stamparli nei sotterranei degli edifici comunali. Oppure, far crescere esponenzialmente i debiti delle già malandate finanze comunali, scaricando i costi sulle future generazioni e sottraendo risorse ad altre attività essenziali come gli asili nido, il welfare, la manutenzione stradale.

Tutelare un bene primario come l’acqua, secondo me, non significa dire chi lo deve gestire, ma semplicemente gestirlo bene, e soprattutto sapere con quali soldi farlo. Il fatto è che il problema vero che ci dovremmo porre di fronte a questo referendum dovrebbe essere: cacciati via i capitali privati, tolta inoltre anche ai comuni e agli enti locali la possibilità di ottenere in prestito capitali da investire vista l’impossibilità di ottenere una remunerazione tale da pagare gli interessi, da dove li volete prendere i soldi per la gestione delle risorse idriche e della rete? Non in astratto, ovviamente, ma nella concreta situazione finanziaria pubblica, nonché politica, italiana. Questa è la domanda vera, secondo il mio parere ovviamente, e la risposta non me l’ha data nessuno tra coloro che sostengono il Sì. A meno che non sia la cara, vecchia fiscalità generale, rendendo meno trasparente il contributo di ognuno non legandolo alla propria bolletta, tenuta bassa perché parzialmente pagata con le nostre tasse. Sempre che poi questi investimenti si facciano, ovviamente.

6 thoughts on “Referendum 2011: perché essere contro il secondo quesito sull’acqua

  1. ilCamisa

    Posso condividere su Facebook questi tuoi testi relativi al quesito sull’acqua!?

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  2. sicilia88

    ho letto successivamente questo commento nel quale ho trovato la risposta alla domanda da me posta precedentemente sull’altro articolo riguardante il primo quesito: “L’alternativa, quindi, non è tra privato e pubblico; con la vittoria del Sì cambierebbero, anzi, solo le scadenze, i criteri e le deroghe previste dalla norma vigente, ma non il semplice fatto che una società privata possa vincere una gara per la gestione del servizio idrico. Tant’è vero che la Corte Costituzionale ha bocciato un terzo quesito (su cui, quindi, non si voterà) che chiedeva il totale divieto all’affidamento privato, proprio perché il risultato della vittoria del Sì sarebbe stato in contrasto con la normativa UE”. è molto chiaro ciò che dice!
    Penso comunque che la vittoria del si possa essere un segnale destinato ai legislatori; un invito, nel rispetto delle direttive europee, a “creare” una legge che eviti ciò che è accaduto con acqualatina nel basso lazio. che ne pensa?

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    1. Corrado

      Il punto di Acqualatina, però, è che seppur essendo il management in mano privata, ciò accade però per decisione dell’azionista di maggioranza che è pubblico, cioè il Comune di Roma (51%). Aggiungo che sono davvero tanti i casi di malagestione pubblica dell’acqua (vedi i 150 comuni a rischio multa europea per mancata depurazione delle acque). A mio avviso servirebbe soprattutto un’autorità di regolazione, di cui si è iniziato a parlare un mese fa. Temo che il Sì, in realtà, non verrebbe affatto interpretato in quel senso, e il combinato disposto dei due quesiti non farebbe che riportare in mano alla fiscalità generale degli enti locali la gestione idrica.

      EDIT: il 51% è dei Comuni dell’ATO 4, non del Comune di Roma, ovviamente.

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