Se sei un elettore del Pd, devi dire No ai referendum sull’acqua

By | 10th June 2011

Acqua libera tuttiQuello che mi ha veramente infastidito di questa campagna referendaria, non è stato tanto l’atteggiamento dei partito di governo, o anche di FLI (di cui Ronchi fa parte), che avrebbero dovuto apertamente sostenere le legislazione vigente sul servizio idrico, ma il fatto che il Pd e, in particolare, il suo segretario si siano schierati recentemente per il Sì col chiaro intento di politicizzare la consultazione, dimenticando la loro proposta in parlamento.

Il Pd, infatti, otto mesi fa ha presentato alla Camera il pdl 3865, primi firmatari Bersani e Franceschini, che seppur presentando non poche differenze rispetto alla legislazione attuale, sulla parte dedicata ai temi oggetto di referendum non si discosta molto, in realtà. Infatti, per quel che riguarda il quesito numero 1, il cosiddetto decreto Ronchi affida la gestione dell’acqua a:
a) imprenditori o società in qualunque forma (pubblica o privata), tramite gara ad evidenza pubblica;
b) società mista pubblica/privata, col socio privato scelto tramite gara ad evidenza pubblica e la cui quota non sia inferiore al 40%;
c) in deroga, in base a particolari condizioni (peculiari caratteristiche economiche, sociali, ambientali e geomorfologiche del contesto territoriale di riferimento), in house.

Facendo un confronto, il pdl Bersani-Franceschini, art. 9, comma 1, vorrebbe affidare la gestione a:
a) società di capitali, tramite gara ad evidenza pubblica;
b) società mista pubblica/privata, col socio privato scelto tramite gara ad evidenza pubblica, senza indicazioni di quota minima;
c) direttamente a società a capitale interamente pubblico, a condizione che gli enti titolari del capitale sociale esercitino sulla società un controllo analogo a quello esercitato sui propri servizi e che la società realizzi la parte più importante della propria attività con gli enti pubblici che la controllano.

Ora, chiunque può vedere come i soggetti affidatari previsti siano comunque gli stessi: certo, la proposta democratica non prevede l’obbligo del 40% nella seconda opzione, e la gestione in house non è prevista nella sua eccezionalità. Fatto sta, però, che in entrambi i casi si disegnano come vie ordinarie di assegnazione del servizio quella della gara pubblica aperta a pubblico e privato, oppure quella di scelta, tramite gara, del partner privato in una società mista.

Se si va al quesito numero 2, appare ancora più evidente ciò che sto cercando di dimostrare: il pdl Bersani-Franceschini, art. 10, comma 2, lettera e), mette tra i criteri di determinazione della tariffa la «remunerazione dell’attività industriale», e la legge sottoposta a quesito parla di «adeguatezza della remunerazione del capitale investito». Certo, la proposta democratica parla esplicitamente di una remunerazione basta su criteri stabilità dalla prevista Autorità nazionale di regolazione, mentre secondo la legge attuale le componenti della tariffa sono decise dal Ministero e dalle Autorità d’ambito (di cui fanno parte i comuni). Il principio, però, della remunerazione del capitale è presente in entrambi i casi, e queste due diversità non sono oggetto di referendum, poiché la parte che si vuole cancellare è la remunerazione tout court.

La natura della proposta democratica in parlamento – e che lo stesso Bersani ha detto di non rinnegare – seppur con particolari differenti, nella sostanza non contraddice i due punti oggetto del referendum. Ecco perché penso che un atteggiamento serio da parte del Partito democratico avrebbe dovuto condurlo a non schierarsi per il Sì ai primi due quesiti referendari, il secondo soprattutto.

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