Per una riforma dell’istituto del referendum

By | 11th June 2011

Sì o NoQuesta campagna, referendaria, così come le altre, oltre al duello tra i sostenitori del Sì e del No, si è giocata molto sull’invito al voto e su quello all’astensione. Guardando solo la storia della seconda repubblica, penso che non ci sia stato un solo partito, tra quelli principali (radicali esclusi), che non abbia almeno una volta invitato all’astensione i propri sostenitori e l’elettorato in generale. Di fronte a questo uso così disinvolto dello strumento referendario, una forza politica seria – se una ce n’è, in Italia – già dal prossimo martedì metterebbe nella lista delle proprie proposte di governo del paese una riforma dell’istituto del referendum abrogativo.

Infatti, per come avvengono oggi i referendum in Italia – quesiti indecifrabili pieni di riferimenti normativi, quorum al 50%+1, senza contare i trucchetti governativi di scegliere date “balneari” – essi presentano due grandi problemi relativi alla partecipazione democratica di questo paese, e al livello di voto consapevole di coloro che scelgono di prendere parte al voto.

Nel primo caso, mi rifaccio alla proposta che ho letto da qualche parte tra i commenti di Noise From Amerika, che si rifà al modello tedesco: sarebbe sufficiente abbassare il quorum al 25% dei soli Sì – fermo restando l’ovvissimo fatto che i Sì, a loro volta, debbano essere superiori ai No per poter abrogare la legge in questione.

Il secondo caso invece riguarda due aspetto: il primo è la forma dei quesiti, assolutamente inadatta a a comprendere la reale portata dell’abrogazione o del mantenimento di quasi qualsiasi legge. Ricordate, ad esempio, i quesiti sulla fecondazione assistita del 2005? Illeggibili, e non era, né è ora, questione di pigrizia, bensì di competenza e, soprattutto, di trasparenza: la democrazia rappresentativa è nata, tra le altre cose, anche perché  è impossibile nella società moderna impegnarsi politicamente come nell’antica agorà greca (vedi Benjamin Constant), ma questo non significa che le forme di democrazia diretta rimaste debbano tradursi in quesiti scritti in “aramaico antico” (cit.). Bisogna quindi prevedere per legge una scrittura chiara e comprensibile ai più.

Il secondo punto riguarda proprio il tema dell’informazione: credo, innanzitutto, che questo problema possa venire risolto già con la modifica del quorum come sopra, che spingerebbe i partiti, ma anche le associazioni interessate, a mettere in campo le proprie forze e le proprie macchine elettorali per convincere i cittadini delle proprie posizioni, portandoli quindi di fronte a fatti, interpretazioni ed opinioni in quantità tale da permettere loro non certo un voto ottimamente razionale ed informato (quello è impossibile, ahimè), ma sicuramente più consapevole di quanto capiti oggi, dove i referendum sono invece spesso subìti, se non apertamente boicottati, dai partiti politici. Inoltre, dovrebbe essere obbligatorio per il governo l’invio di materiale informativo – magari a cura dei comitati per il Sì o per il No, o di un organo terzo con la collaborazione di questi – a tutti i cittadini italiani, con la spiegazione dei diversi effetti pratici dell’abolizione e del mantenimento della legge, lasciando da parte intenzioni, disquisizioni filosofiche, o affermazioni apodittiche tipo “acqua bene comune” e “sulla vita non si vota”. Quelli sono slogan da lasciare a chi si occupa della campagna elettorale.

Queste due proposte non sono nulla di eccezionale, in realtà: è quello che avviene in Svizzera, appena più su dei nostri confini, e se lo fanno loro possiamo farlo anche noi.

Aggiungo, inoltre, che di fronte all’altro strumento di democrazia diretta previsto nel nostro ordinamento, cioè la proposta di legge d’iniziativa popolare – sempre più inutile, ormai – si potrebbe aggiungere l’istituzione del referendum propositivo: con le stesse limitazioni previste per quello abrogativo (trattati internazionali, leggi di bilancio, quorum ecc.), magari con un numero di firme più alto, potrebbe aiutare veramente la partecipazione democratica e il voto consapevole proprio come sopra, potendo soprattutto evitare più facilmente il taglia e cuci delle leggi operato dai quesiti abrogativi.

Infine, per evitare le date balneari di questo o di quel governo, si deve prevedere per legge l’obbligo di associare il quesito a qualsiasi consultazione elettorale – sempre che si svolga in quell’anno, ovviamente – che riguardi, ad esempio, almeno 10 milioni di elettori (o di più o di meno, si può discutere).

Chi proporrà seriamente e con convinzione qualcosa del genere, avrà una possibilità in più di avere il mio plauso (che conta pochissimo) e il mio voto (che invece conta come quello degli altri).

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