Un fallimento epocale

By | 17th July 2011

Berlusconi sfinge di sabbia, opera di Sislej Xhafa. Immagine tratta da Linkiesta.it.

Il punto, dopo tutto, è semplice: siamo di fronte a un fallimento culturale irreversibile di un blocco politico, di una classe dirigente. Che aveva colto e interpretato delle domande strutturali, aveva vinto la fiducia del paese e avuto diverse occasioni per cambiare davvero il paese. Non è riuscita a fare quel che ha promesso, ciò per cui esisteva. Ed è per questo che, alla fine di questo ventennio, ci troviamo a raccogliere indignazione e rabbia ben aldilà dei confini di chi detestava Berlusconi, di chi era ossessionato dal conflitto d’interessi o, più tardi, da Patrizia d’Addario e da Ruby. No, oggi la rabbia e l’indignazione attraversano le generazioni, i territori e la Rete, e colpiscono un ceto politico ritenuto inadeguato, e di una classe dirigente egemone che non ha dato nessuna risposta.

Questo pezzo è magistrale. Spiega benissimo il punto in cui siamo ora, cioè un’Italia che nel 2011 è tornata ad avere gli stessi problemi del 1992, soprattutto per colpa della classe politica alla guida del paese nell’ultimo decennio. La mia opinione è che tutto ciò che in qualche modo si definisce “destra” o “centrodestra” nel paese sia condannato questa volta a una lunga, e vera, traversata nel deserto: salvo colpi di scena o suicidi da parte democratica, il governo di questo paese è destinato, nel giro di due anni, a passare di mano e a vedere lo sbriciolamento di tutta la sua classe politica. Una classe politica in primo luogo arrogante, che mi ha causato un fastidio via via sempre più crescente in ogni sua dichiarazione, intervista, comparsata televisiva e così via, in cui ogni problema era nascosto dietro la sua negazione o dietro il ricordo di marachelle passate (ma ormai troppo lontane nel tempo) della controparte politica, o nel ricordare “la maggioranza degli italiani è con noi” dimenticando quella cautela e quella modestia dovute alla semplice presa d’atto che, in democrazia, le maggioranze e le cariche sono sempre pro tempore. Quella al governo oggi e negli ultimi dieci anni – salva la parentesi dell’Unione – è stata anche una classe politica inefficiente e bugiarda, che ci ha imbambolato con le promesse di riforme liberalizzatrici, di semplificazione burocratica di tagli fiscali e tutto il resto – cose che, chi scrive, continua ancora a sostenere come necessarie, ma che chi ci governa oramai ripete a pappagallo senza sapere di cosa parla. Perché, poi c’è anche questo punto: l’incompetenza, la sensazione che molti ripetano le solite, stesse ritrite frasi, senza conoscere la reale complessità di ogni problema, accontentandosi nel migliore dei casi di vantarsi di aver approvato questo o quel minuscolo provvedimento legislativo che alla fine della fiera si rivela tuttavia insufficiente e, spesso, inutile o dannoso.

E, poi, c’è questa impressione che dal 2001, mese dopo mese, anno dopo anno, si è fatta sempre più percezione di una concreta realtà, cioè quella di un leader sempre più interessato ai fatti suoi e sempre meno a quelli del paese, pronto a fare fuoco e fiamme in tv, sui giornali, in piazza e in parlamento a causa dei suoi problemi, e assolutamente disinteressato di quelli del resto d’Italia. La persecuzione giudiziaria – ammesso e non concesso che esista – si combatte solo con una seria opera di riforma della giustizia penale. E’ l’unico modo, altrimenti quello che ad alcuni è sembrato veramente un fumus persecutionis non si rivela altro che la scusa per tirare su un velo di Maya di fronte all’opinione pubblica e al proprio elettorato al fine di curare solo ed esclusivamente i propri, particolarissimi, interessi.

Diciamocelo chiaramente: non è un male essere leader controversi che applicano politiche molto discusse e a loro volta controverse. Margaret Thatcher, ad esempio, criticata dai suoi rivali e detrattori all’epoca e anche oggi, qualunque cosa voi ne pensiate, poté presentarsi fuori dalla sede del primo ministro a Downing Street sostenendo di aver lasciato un paese migliore di quello che aveva trovato – ed è indubbio che all’inizio degli anni ‘90 molti dei nodi del Regno Unito di fine anni ‘70 fossero stati finalmente sciolti. In Italia, invece, questa classe politica e il suo leader non possono né potranno dire altrettanto: lasciano un paese sfiancato dalle continue polemiche politiche e dalla delusione per le promesse mancate; lasciano un paese in condizioni finanziarie, sociali, industriali uguali se non peggiori di dieci anni fa; lasciano un paese in cui la corruzione e i privilegi del ceto politico sono rimasti inalterati, se non peggiorati, assieme ai problemi endemici che affliggono il paese; lasciano un paese in cui, chiunque verrà dopo, di qualsiasi colore politico sia, avrà l’obbligo di rimettere mano a questo paese, alla sua economia, alle sue istituzioni, alla sua immagine.

E risulta veramente senza senso se non ridicolo il discorso di chi dice “E ma le opposizioni…” e di chi ricorda questa o quella crisi o l’eredità dei passati governi. Primo, perché nessuno sostiene che queste siano le migliori opposizioni del mondo. Secondo, la crisi ce l’hanno avuta tutti nel mondo e casi così clamorosi di prolungato insuccesso nei grandi paesi non ve ne sono a prima vista. Terzo, perché se hai governato per otto anni su dieci, la colpa dei problemi passati non risolti diventa tua. Tu avevi la responsabilità di risolverli. Tu avevi la responsabilità di non crearne di nuovi. Tu avevi la responsabilità di mettere in piedi le condizioni perché questo paese procedesse verso il meglio. E non l’hai fatto, non l’hai fatto, non l’hai fatto. C’è chi dice nel centrodestra, tra le giovani leve, che c’è ancora tempo, che bisogna rimettersi in cammino. Io penso, da elettore e null’altro quale sono, che sia ora, nello spirito della politica dell’alternanza che è sempre stato un cavallo di battaglia della destra, di cambiare governo (oggi, tra un anno, tra due) e di dare spazio alla sua alternativa di fronte a un fallimento di queste dimensioni. Nei paesi civili – quelli liberali, quelli moderni, quelli anglosassoni che ci piacciono tanto e che puniscono nelle urne i propri governanti e perciò li migliorano – funziona così.

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