E non finisce qui

By | 14th November 2011

Silvio Berlusconi in auto al QuirinaleCome diceva il mio omonimo: e non finisce qui. Già, perché chi pensa che Berlusconi sia finito, che comunque la sua carriera sia ormai declinante nel breve periodo, temo che si sbagli di grosso. Primo, perché l’uomo è intelligente e tenace. Secondo, perché il PdL, che è riuscito per ora a tenere unito, è ancora il primo partito in entrambi i rami del parlamento, e con i suoi alleati leghisti e sedicenti responsabili può ancora contare (salvo numerose defezioni) della maggioranza assoluta al Senato – e in democrazia, crisi o non crisi, spread o non spread, fiducia o sfiducia dei mercati, all’aritmetica non si sfugge.

Detto questo, vorrei aggiungere che quello che è successo in questi giorni dà ragione a quelli che – per mesi se non addirittura anni – da destra, da un punto di vista moderato o comunque non pregiudizialmente ostile, continuavano a sostenere alcuni concetti chiave: innanzitutto, che governare con la Lega è un problema per una forza che si dice moderata e riformatrice (figuriamoci liberale). La Lega ha bloccato l’abolizione delle province, la Lega ha bloccato la riforma delle pensioni, la Lega vuole tenere in piedi svariati carrozzoni pubblici locali e i suoi amministratori sul territorio si sono nettamente schierati, a giugno, contro una legge sui servizi pubblici fatta dal governo a cui la stessa Lega partecipa, la Lega usa toni e argomenti così estremi che non hanno eguali tra gli alleati dei vari membri del Ppe in Europa, la Lega ha cercato di mettere in piedi il cosiddetto federalismo fiscale che, se un giorno vedrà l’approvazione, metterà in piedi un sistema costoso per le casse dello stato (e quindi per le tasche degli italiani) e quindi a repentaglio il buon nome di tutte le giuste, o almeno ragionevoli, battaglie fatte da decenni da tutti i federalisti d’Italia. Questa è stata l’alleanza con la Lega.

In secondo luogo, ha dato ragione a chi diceva che i tagli lineari di Giulio Tremonti (negli ultimi mesi in cattivi rapporti col resto del governo, ma prima trattato pubblicamente come un genio dallo stesso Silvio Berlusconi) potevano sì tenere momentaneamente i conti sotto controllo, ma non avrebbero mai aiutato la crescita (anzi, l’avrebbero penalizzata), di conseguenza sarebbero stati in poco tempo causa di nuovi buchi nelle casse dello stato, di non previsti benché prevedibili deficit e di nuovo debito pubblico, e così via in una spirale senza fine. Questo dicevano in tanti e questo è accaduto, ma il mantra dei “conti a posto” è andato avanti per tre anni – non solo da parte del governo, ma anche da parte di quegli editorialisti e di quei direttori di giornale che, tanto per fare un esempio, si sono affrettati a nominare l’ormai ex ministro del Tesoro uomo dell’anno.

Infine, ha dato ragione a chi diceva che con pochi numeri nelle camere non si può andare avanti, si possono ottenere fiducie su fiducie grazie a parlamentari del calibro di Razzi, Scilipoti e compagnia bella, ma non si può tenere compatta una maggioranza sui provvedimenti che riguardano il paese, i mal di pancia vengono inevitabilmente fuori su questo o quel provvedimento, e poi alla fine non ci si può meravigliare se dopo un anno di non governo i mercati ringhiano e gli scontenti vengono allo scoperto. Era un castello di carte destinato a venire giù al primo refolo, e dai mercati, dai partner europei e dal Quirinale invece il soffio è stato bello forte.

Questo hanno detto in tanti per uno, due, tre anni, e ogni volta sono stati etichettati come traditori, catastrofisti, senza parlare del complottismo che ormai sembra diventare parte integrante del centrodestra anche ai più alti livelli (gli “attacchi della speculazione”, quando parliamo di migliaia di soggetti prestatori che non hanno intenzione di prestare denaro a poco a chi lo sperpera e a chi ogni giorno perde sempre più credibilità politica e finanziaria). E il disastro di questi giorni – finanziario per il paese, politico per il centrodestra – è colpa di chi si è fatto trascinare dai falchi, di chi non ha saputo dire di no al capo di fronte anche ai fatti più imbarazzanti, di chi non si è reso conto che otto anni su dieci al governo non concedono scuse a nessuno, di chi ha pensato col limite temporale di questa legislatura e non con gli occhi alla situazione del paese di oggi e di domani, tradendo, una volta ancora, le tante promesse fatte agli italiani – che magari, da ora in poi, ogni volta che penseranno alle riforme liberali torneranno purtroppo con la mente alle politiche dei governi Berlusconi che, di riformatore e liberale col passare del tempo hanno avuto sempre meno, se non addirittura proprio nulla.

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