I beni culturali non meritano un tecnico?

Lorenzo OrnaghiNon vi sto a dire quanto condivida il programma del nuovo governo presieduto da Mario Monti, e soprattutto la competenza di chi è stato chiamato alla guida di importanti ministeri. Non vi sto nemmeno a raccontare i dubbi che mi sono sorti di fronte a Corrado Passera e al suo potenziale conflitto d’interessi, sono temi affrontati da molti e quindi tralascio. Ci sono due critiche che però vorrei fare alle recenti nomine.

La prima riguarda il MIUR, alla cui guida è stato chiamato Francesco Profumo. Profumo è esperto di ingegneria, ma ha anche un’attività accademica alle spalle che non lo rende certo inadatto, in linea di principio, all’attuazione di politiche riguardanti l’università e la ricerca. Mi permetto però di essere meno ottimista per quel che riguarda il sistema scolastico, perché non sembra, curriculum alla mano (e il curriculum è il punto di forza di molti membri del governo) che abbia specifiche competenze in materia. Poiché Mario Monti, nel suo discorso al Senato per la fiducia, ha parlato di una revisione dei meccanismi di selezione e allocazione degli insegnanti, questo rischia di essere un problema. O magari mi sbaglio, visto che comunque stiamo parlando di una personalità accademica di un certo livello.

La seconda critica l’ho trovata esposta molto bene in un articolo di Michele Dantini – critico d’arte e artista a sua volta – su Doppio Zero. Partendo dal presunto veto del PdL nei confronti dell’ex presidente del Consiglio superiore dei Beni Culturali, Salvatore Settis, Dantini scrive:

La nomina di Lorenzo Ornaghi a ministro dei Beni culturali suscita perplessità istituzionali e politiche. Perché il solo ministro non tecnico del governo Monti è assegnato ai Beni culturali? Mancavano forse in Italia, in ambito storico, letterario o specificamente storico-artistico e archeologico, candidati autorevoli? (…) Opinabile per l’eccezione al principio di competenza osservato per le altre nomine, la nomina di Ornaghi rinnova la colpevole denegazione del professionismo umanistico nel nostro paese; e sembra discriminare un archeologo di convinzioni laiche e progressiste. Possibile che un atteggiamento ideologico abbia sorretto le scelte di un esecutivo presentato come tecnico? Per di più nel conferire incarico a chi, leggiamo, avrà il compito di “promuovere il valore e il merito nei posti chiave”, ad esempio alla presidenza della Biennale di Venezia? Qual è, per questo governo e per le parti politiche che lo sostengono, il ruolo sociale e culturale dei corsi di storia dell’arte all’interno delle facoltà umanistiche? E quale quello di queste ultime nella loro interezza?

Questa è una critica che condivido in pieno. Ornaghi è allievo di Gianfranco Miglio, rettore della Cattolica del 2002, è esperto di dottrine politiche e tra i suoi libri troviamo titoli come “La virtù dei migliori: le élite, la democrazia, l’Italia”, “Globalizzazione: nuove ricchezze e nuove povertà”, “La nuova età delle costituzioni: da una concezione nazionale della democrazia a una prospettiva europea e internazionale”: è una biografia che, onestamente, ha poco a che fare coi problemi dei beni culturali in Italia, dalla tutela del patrimonio archeologico al finanziamento pubblico e non delle attività cinematografiche, teatrali e liriche, dal tema dell’organizzazione museale e della fruizione delle opere d’arte fino al banale – ma neanche tanto – compito delle nomine di competenza ministeriale in posti chiave. Se agli Interni, agli Esteri, alla Difesa abbiamo gente che già lavorava per il ministero competente, se alla Giustizia abbiamo una penalista, al Welfare un’economista che si è occupata dei temi del lavoro, allo Sviluppo economico un manager di riconosciuta esperienza che ha avuto tra le mani dossier importanti, alla Cooperazione internazionale il fondatore della Comunità di Sant’Egidio e così via, fa rimanere col sopracciglio alzato, e anche un po’ delusi, che per i Beni Culturali non si sia fatto per nulla ricorso al professionismo umanistico. Segno che, anche per un governo di altissimo profilo come questo – seppur con la scusante dell’impegno nei confronti della crisi economica, finanziaria e anche politica dell’Italia e dell’Europa  come propria ragione sociale – il MiBAC resta forse un ministero non meritevole di particolare attenzione. Spero di sbagliarmi, ovviamente.

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