La democrazia e il governo dei tecnici

By | 21st February 2012

The Houses of Parliament, London, UKParto da una critica che si è sentita fare negli ultimi mesi da parte dei critici dell’attuale governo, cioè quella secondo cui esso non sarebbe espressione di un voto popolare, non sarebbe uscito fuori dalle urne e così via. Questa critica mi sembra un po’ naif: in realtà noi ci siamo dati un sistema rappresentativo in cui la scelta dei cittadini è quella del parlamento, non del governo. Anche la legge elettorale oggi in vigore, in realtà, seppur indicando il capo della coalizione sulla scheda, non vincola di diritto la scelta del presidente del consiglio da parte del capo dello stato, né di fatto garantisce la creazione di una maggioranza in entrambe le camere capace di sostenere il premier indicato prima delle elezioni (non lo fa nessuna legge elettorale, in realtà, come dimostra, ad esempio, l’attuale governo di coalizione inglese). Essendo questo governo sostenuto da partiti che quattro anni fa hanno ottenuto 28 milioni e fischia voti, l’argomento mi pare un po’ deboluccio.

In realtà il governo guidato da Mario Monti ha due pregi. Innanzitutto, rispetta – o lo fa meglio dei precedenti governi – quel principio di competenza che spesso nelle democrazie passa in secondo piano rispetto a quello di rappresentanza: di solito riteniamo, giustamente, che abbiano diritto di governare il partito e il leader che hanno preso più voti, non quelli che hanno vinto un premio Nobel. Che chi ci rappresenta sia competente e abbia cognizione dei problemi del paese e delle soluzioni possibili è qualcosa di buon senso, ma non è il criterio che utilizziamo per ritenere legittimo un governo che si voglia dire democratico – e questo, comunque, come visto sopra lo è.

In secondo luogo, nella situazione attuale sembra rispettato pressoché pienamente il principio della separazione dei poteri: a differenza di quanto avviene nei sistemi presidenziali (Stati Uniti, Francia), in quelli parlamentari il legame tra il potere legislativo e quello esecutivo è molto stretto, e sovente di fatto vale la regola simul stabunt, simul cadent: la fine di una maggioranza parlamentare decreta quasi sempre la fine di un governo, e la crisi di un governo spesso (ma non sempre) si risolve in nuove elezioni. Anche nelle attività di competenza dei due poteri c’è un legame strettissimo: i programmi politici della maggioranza e dell’esecutivo tenderanno a coincidere, ed il governo per motivi di opportunità politica eviterà di portare avanti provvedimenti che vedono contraria pur una piccola ma decisiva parte della propria maggioranza anche nel caso in cui ci sia la possibilità di avere a favore i voti dell’opposizione (eccezione: la decisione di dichiarare guerra all’Iraq da parte del governo Blair). Questo è ancora più vero nell’Italia della Seconda Repubblica.

Nel caso del governo tecnico, invece, non c’è identità di programmi, piuttosto c’è una dialettica continua in cui da posizioni diverse si mettono a punto provvedimenti che di volta in volta riescano a garantire comunque il mantenimento della fiducia da parte dell’esecutivo, e che a loro volta passino indenni in parlamento – tutto ciò, è bene ricordarlo, dopo un’attività di confronto tra le parti (o una motivata presunzione da parte del governo di sapere cosa piacerà ai partiti), e non in virtù di una coincidenza di programmi e di appartenenza politica in generale. Allo stesso tempo, al di fuori dell’attività governativa al parlamento è lasciato ampio spazio di manovra, con possibilità di maggioranza variabili che non mettano in pericolo la fiducia nei confronti dell’esecutivo – si veda, ad esempio, il corrente dibattito sulla legge elettorale e sulle riforme istituzionali.

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