Una nuova legge elettorale?

By | 28th March 2012

Foto Roberto Monaldo / LaPresse
18-11-2011 Roma
Interni
VIII° Convegno Nazionale Scienza e Vita
Nella foto Angelino Alfano, Pierluigi Bersani, Pier Ferdinando Casini

Photo Roberto Monaldo / LaPresse
18-11-2011 Rome
8th National Conference Science and Life
In the photo Angelino Alfano, Pierluigi Bersani, Pier Ferdinando CasiniOggi la trojka ABC ha raggiunto un accordo sui principi base e su alcuni meccanismi che la nuova legge elettorale da approvare prima della fine della legislatura dovrebbe avere. I dettagli ve li potete leggere su ogni sito d’informazione, comunque ve li riporto da quello del Corriere della Sera:

Per ciò che attiene la revisione della legge elettorale l’intesa prevede: la restituzione ai cittadini del potere di scelta dei parlamentari, un sistema non più fondato sull’obbligo di coalizione, l’indicazione del candidato premier, una soglia di sbarramento e il diritto di tribuna.

Cerco di toccare alcuni di questi punti, ma prima ci vuole una premessa: io sono sempre stato favorevole ad un sistema maggioritario di collegi uninominali – il modello inglese, per essere chiari – per tutta una serie di motivi: garantisce la governabilità ma non è detto che crei maggioranze fittizie (vedi l’attuale governo britannico sostenuto da Tory e libdem), elimina il rumore di fondo dei partitini del due-tre per cento garantendo però rappresentanza a minoranze etniche, linguistiche o legate ad una certa parte del paese, dà ampie possibilità di alternanza anche a livello di singolo seggio parlamentare (se agli abitanti di Gallipoli D’Alema sta sulle scatole, D’Alema va a casa punto e basta) così come un certo legame col territorio. Sono i primi motivi che mi vengono in mente, ma in realtà quello principale è uno: funziona, infatti nell’Italia repubblicana un sistema così non ce l’abbiamo avuto mai, soprattutto perché è stato confuso col bipartitismo o – ancora peggio – col bipolarismo. Tanto per dirne una, oggi a Westminster siedono i rappresentanti di dieci partiti.

[Nota: sulla confusione che regna sul bipartitismo/bipolarismo in Italia ci sarebbe molto da dire: in Spagna la partita politica si gioca tra socialisti e popolari, ma il primo governo Zapatero era un governo tecnicamente di minoranza, non avendo la maggioranza assoluta, e di volta in volta si appoggiava su rappresentanti delle Baleari, delle Canarie, di qualche scoglio in mezzo all’Atlantico o di qualche microforza di ultra-sinistra, cosa che in Italia farebbe gridare allo scandalo, e infatti tutti lodano la Spd tedesca che non si allea con la Linke a livello nazionale, ma poi si fanno le grandi coalizioni sia a livello nazionale sia a livello locale, che col concetto di alternanza fanno a botte – e non mi dite che sono una tantum: secondo voi coi liberali in crisi e subbuglio, coi voti di chi la Merkel sta facendo passare i provvedimenti di salvataggio di Grecia, Portogallo ecc. nel Bundestag? Ecco, esatto, dell’Spd. E tralascio l’estrema possibilità di Jamaika Koalition. In Francia il partito di Sarkozy è un’accozzaglia di gollisti, social-conservatori, liberali, libertari, democristiani e chissà cos’altro. Questo per dire che l’alternanza non si dà per forza tra due partiti o poli opposti, ma è un fatto che presenta una certa complessità tale da lasciare – dover lasciare – spazio, manovra e rilevanza politica anche alle terze, quarte, quinte forze estranee al gioco dei maggiori competitori. Fine nota.]

Per quel che riguarda i temi in questione: c’è già chi si lamenta per l’abolizione dell’obbligo di coalizione (vedi Massimo Giannini di Repubblica e Marco Castelnuovo della Stampa), ma queste obiezioni mi fanno rimanere perplesso: l’obbligo di coalizione pre-elettorale è un modo di elaborare la propria proposta di governo a prescindere dal risultato elettorale – e se pensate che stiamo parlando di legge elettorale, è una cosa alquanto buffa. Tra l’altro è lo stesso obbligo che ha messo insieme quelle coalizioni eterogenee che molti commentatori – gli stessi commentatori, talvolta, che oggi richiedono l’obbligo pre-elettorale di coalizione – da anni criticano perché incapaci di esprimere una efficace azione di governo, salvo poi oggi e in ogni dibattito sulla legge elettorale continuare paradossalmente a richiederle e certificarle per legge (c’è da precisare una cosa: l’obbligo esiste dal 2006, ma per le tre precedenti tornate elettorali il sistema misto maggioritario/proporzionale del mattarellum forniva grandi incentivi alle ammucchiate, perché lasciava vita e visibilità a molti partiti minori con cui, quindi, le maggiori forze erano tenute a fare i conti elettoralmente). In secondo luogo, mi sono fatto un giro tra Google e Wikipedia e ho notato che tra i 27 paesi dell’Unione Europea l’obbligo di segnalare in precedenza la coalizione ce l’hanno solo tre paesi: la Svezia, la Polonia e, appunto, l’Italia. Lodi, lodi e lodi alla democrazia svedese, ma siamo sicuri che gli altri 24 siano invece virtuosi degli accordi di governo in maniera tale da non avere bisogno di alcuna coercizione giuridica, e non, invece, più realisti e consci del modo in cui avvengono i processi elettorali? Può anche essere di sì, ma ne dubito. Inoltre, che l’inesistenza di vincoli pre-elettorali di coalizione non agevoli l’alternanza di diverse maggioranze è falso, e ce lo dimostra l’esperienza di tutti i grandi paesi europei. La verità è che in Italia abbiamo avuto per cinquant’anni il più grande partito comunista d’occidente che per certi motivi era conveniente tenere fuori dal governo, e inoltre la Democrazia Cristiana è sempre stata il primo partito del paese dal 1946 al 1992: sarà mica colpa sua se vinceva le elezioni? Spariti il PCI e la DC, socialdemocratizzati i comunisti e berlusconizzato gran parte del resto, è sparito il problema. Infine, come dimostra proprio l’esperienza dell’attuale governo, le maggioranze si fanno sempre e comunque in parlamento, da cui l’inutilità di inserire le coalizioni nella scheda elettorale, così come l’indicazione del candidato premier.

Sulla proposta di indicazione del parlamentare da parte del trio ABC, sarebbe sufficiente prendere nota dal modello tedesco, che divide i seggi tra i partiti in base ad un sistema proporzionale con soglia al 5%, ma sceglie i singoli parlamentari da mandare al B
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attraverso un sistema di collegi uninominali – motivo per cui l’elettore tedesco ai seggi compila due schede piuttosto che una.

Però il trio ABC pare abbia un’altra idea (almeno a leggere i giornali): reintrodurre le preferenze come nella Prima Repubblica (singola o multipla, è da capire) e proporre una correzione “spagnola”, cioè, per quello che ne ho capito, spalmare la divisione proporzionale non su un collegio unico nazionale (come capita col porcellum per la Camera dei deputati) o collegi grandi (ad esempio regionali, come col porcellum per il Senato, o come nella legge elettorale per le elezioni europee), bensì su piccole porzioni territoriali, così da a) introdurre un effetto maggioritario (i sistemi proporzionali applicati su piccola scala hanno solitamente l’effetto pratico di avere una soglia di sbarramento alta, ben più di quella prevista dalla lettera della legge); b) mantenere il legame del parlamentare col territorio; c) tutelare le esigenze territoriali (leggi: Lega Nord, così non rompe l’anima più di tanto). In realtà un sistema del genere sarebbe molto più “spagnolo” che “tedesco” (secondo i miei gusti personali, ancora meglio); se al posto delle preferenze ci fosse una seconda scheda per ogni collegio uninominale, si guadagnerebbe invece in “germanicità”, cioè la scelta del candidato sarebbe diretta, ma qui poi ci sarebbe da risolvere il problema dei seggi in sovrannumero: e se un partito vince più collegi di quanti seggi abbia guadagnato con la ripartizione proporzionale?. Inoltre, quale sistema di calcolo, quello utilizzato in Germania o quello usato in Spagna?

Sembrano tecnicismi, ma non lo sono, perché – sembra un luogo comune scriverlo – nessun sistema elettorale è perfetto in sé, ma deve possedere elementi di coerenza al suo interno in maniera tale da massimizzarne i pregi e ridurne i difetti. Ad esempio, il porcellum ha l’impareggiabile caratteristica di amplificare allo stesso tempo i difetti del proporzionale (frammentazione e instabilità) e quelli del maggioritario (dissomiglianza dalla volontà elettorale) senza averne molti dei pregi. Non è detto che si debbano copiare i sistemi elettorali stranieri, ed è perfettamente ragionevole idearne di nuovi o di ibridi: se la piattaforma scelta è quella proporzionale (ognuno per sé, pesiamoci, creiamo un parlamento specchio della volontà politica generale e vediamo dopo come governare), l’introduzione di alcuni correttivi maggioritari (collegi piccoli e/o seconda scheda per scelta uninominale, soglia di sbarramento) può alleviarne i difetti; aggiungerne però uno potentissimo, qual è quello del premio di maggioranza che si andrebbe ad applicare non più alla coalizione (sparpagliando quindi i suoi effetti su più partiti) ma ad un unico partito (!), potrebbe non fare altro che riproporre i difetti del porcellum, soprattutto alla luce del vincolo costituzionale della suddivisione dei seggi del Senato su base nazionale: il combinato disposto di questi due obblighi legislativi potrebbe far sì che le acrobazie aritmetiche per la creazione di due maggioranze uguali in entrambe le camere (salvo modifiche costituzionali per cui il tempo scorre inesorabilmente veloce) senza l’esistenza di vincoli coatti di coalizione (i cui difetti ho già descritto) sarebbero davvero impresa troppo ardua per qualsiasi partito che non riesca ad ottenere una maggioranza bulgara – cosa che, grazie al cielo, nelle democrazie mature capita molto raramente.

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