“Live together, die alone”: contro il concetto di sovranità nazionale in Europa (1)

By | 7th May 2012

George Washington si rivolge ai membri della Convenzione di Filadelfia nel 1787Nel tardo pomeriggio di domenica mi sono messo al computer, mi sono messo a sbirciare un po’ di siti di informazione e poi Twitter: beh, i primi, sia inglesi che italiani, dedicavano ampio spazio alle elezioni in Francia e in Grecia, e un discreto spazio a quelle amministrative in Germania e (ancora in corso) in Italia; sul secondo, gran parte degli utenti che seguo (di lingua italiana, francese e inglese) si occupava di tutti e quattro questi paesi. Mi rendo conto che queste valutazioni riguardano persone che per mestiere o passione si interessano di politica (sono sicuro che c’è un intero mondo là fuori, probabilmente maggioritario, che di queste cose se n’è fregato altamente), però mi rendo conto anche di un’altra cosa: per le elezioni extra-UE (Stati Uniti a parte, magari) non c’è mai stato questo seguito, perché oggi più che mai le decisioni degli elettori greci, francesi ecc. e dei loro governi influenzano la vita di chi greco o francese o altro non é. Che le elezioni in quattro paesi diversi interessino tutti noi coinvolti nella crisi dell’euro – italiani o tedeschi o greci o spagnoli o irlandesi o sloveni o austriaci o chi altro – sono quindi, a mio avviso, un sintomo e un simbolo del fatto che senza un’unione politica europea non si va da nessuna parte.

Io ritengo un poco contestabile fatto di metodo, prima ancora che di merito, quello secondo cui un’unione politica avrebbe immediatamente sterilizzato, per sua stessa natura, la crisi del debito greco, evitato il successivo contagio e reso la vita più facile a governanti e a cittadini durante il periodo di risoluzione del problema. Possiamo arrivare alle stesse conclusioni per analogia, senza essere economisti: negli Usa ci sono stati casi di default dei singoli stati nei decenni scorsi, e certo non è stato affatto un evento positivo, ma non c’è mai stato mai il rischio di un patatrac economico, finanziario e sociale a livello continentale.

Tornando al punto: c’è gente che domenica pomeriggio è stata a seguire quattro momenti elettorali diversi che più o meno tutti avranno conseguenze sulla nostra vita, e allo stesso tempo noi europei manchiamo di un momento elettorale comune che dia la sensazione di effettivamente dare un segno agli eventi politici – e quindi alla società e all’economia – di tutti noi. E’ vero, c’è il parlamento europeo che è un organo a suffragio universale eletto dai cittadini di tutti e 27 paesi, ma è un organo i cui effettivi poteri istituzionali sono pochi. La commissione, seppur bisognosa della fiducia del suddetto parlamento e seppur composta da politici, è un organo che ha sì dei poteri, ma spesso funge da apparato tecnico che spesso deve mediare tra i vari governi e le prescrizioni dei trattati e delle leggi europee.

Io penso che sia ora che qualcuno in Europa – un politico di spicco, un capo di governo, qualcuno di ascoltato e di autorevole nelle cancellerie – si alzi in piedi e dica, anche con un po’ di retorica: “Signori, qui o si fa l’Europa o si muore”. Qualcuno che dica chiaramente che ci vuole un’entità politica centrale democraticamente eletta che abbia piena ed indiscutibile sovranità su quei cinque sei elementi che fanno di uno stato un’entità unitaria: difesa, politica estera, commercio interno ed estero, regolazione del sistema giudiziario, tasse e moneta, definizione dei criteri essenziali e uguali per tutti di cittadinanza, tutte quelle cose che insomma hanno le costituzioni. Ci vuole un trattato che preveda un processo democratico di approvazione dei costituenti e della successiva costituzione – una costituzione che non sia un librone, ma un testo snello, di poche decine di articoli, come tutte le costituzioni sono e devono essere per loro generalissima natura.

Io, tra l’altro, non sono un giurista né uno storico delle costituzioni, ma su questo processo un’idea scema ce l’avrei: si fa un trattato tra tutti e 27 paesi europei se possibile, quasi tutti altrimenti, che preveda l’istituzione di un’assemblea costituente eletta, le procedure e i tempi – non più di due anni, diciamo – di approvazione della costituzione da parte dei cittadini dei singoli stati, l’indizione di un referendum sul medesimo trattato e contemporaneamente delle elezioni dei costituenti. Mandano all’assemblea costituente gli stati in cui il referendum vince, gli altri sono fuori dal processo costituente e vanno per la loro strada per sempre (qui c’è una piccola dose di paraculismo: voglio vedere come fanno gli stessi partiti a fare campagna elettorale per mandare i propri candidati all’assemblea e allo stesso tempo cercare di non mandarceli contrastando l’idea di un’assemblea). Le procedure del trattato già approvato dai cittadini devono prevedere chiaramente e con grande pubblicità, tra le altre cose, quanto segue: scritta la costituzione, tutti gli stati che hanno membri nell’assemblea la sottopongono a referendum; se il referendum vince nei 2/3 degli stati e ha la maggioranza assoluta degli elettori europei, la costituzione è approvata in tutti gli stati che hanno preso parte al processo costituente, compresi quelli che nel secondo referendum hanno respinto la costituzione (e qui non mi sto inventando niente, sto usando più o meno i criteri di ratifica della carta americana alla fine del ’700 da parte delle singole ex colonie inglesi).

Non so se così la smetteremmo di scrivere articoli sui greci fannulloni, fare copertine sui tedeschi nazisti, immaginare tecnocrati al soldo della Merkel e creare partiti di veri finlandesi e cose simili. Probabilmente, però, potremmo finalmente iniziare a trovare soluzioni veloci, efficaci, accettate dai cittadini e giuste per tutti.

[1 / continua]

One thought on ““Live together, die alone”: contro il concetto di sovranità nazionale in Europa (1)

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