La mia sfera di cristallo

Mario MontiBeh, con qualche ora di anticipo ho intravisto quello che è successo oggi: avevo scritto che il Partito Popolare Europeo avrebbe dovuto esprimere apertamente il suo appoggio a Mario Monti candidato premier, e si può dire che ciò oggi sia successo, seppur in maniera un po’ obliqua. Nessuno si aspettava la presenza del Professore al summit, ai quali non aveva mai partecipato da quando è alla guida del governo, a parte quella volta in cui l’incontro si svolse in Italia e si ritrovò a fare gli onori di casa. E’ invece apparso, ha incassato appoggi dal partito, dal Fondo Monetario Internazionale e, smentito, dalla Merkel (ma che la cancelliera apprezzi il premier è cosa nota, stranota e dichiarata nei giorni passati). Il messaggio che è passato dai partner europei è stato: caro Silvio, non ti vogliamo, il nostro uomo è Mario e non tu, seppur tecnicamente tu faccia parte – con una quota consistente di europarlamentari e voti passati, per giunta – del nostro partito.

Le parole di Berlusconi lasciano il tempo che trovano: ad essere cattivi si potrebbe dire che annaspa o è confuso, ma secondo me sta solamente testando qualsiasi soluzione cercando di tenere insieme il suo partito e contemporaneamente trovare almeno un alleato che gli permetta di rimanere politicamente rilevante nello scenario post-elettorale, poiché, a numeri dei sondaggi invariati, basterebbe una vittoria del centrodestra in Lombardia per vanificare o rendere esigua una vittoria del centrosinistra al Senato – in questo scenario, quella che sarebbe la seconda forza parlamentare in grado di dare un appoggio ad un governo di coalizione avrebbe una parola importante da dire, e sarebbe la parola di Silvio.

Non credo però che l’operazione Monti abbia successo: ricordavo il pericolo di conquistare principati con armi altrui, e l’operazione Monti a centro (o nel nuovo centrodestra a-berlusconiano) mi ricorda quella di Prodi nel campo avverso, che nel 1996 fu candidato “indipendente” di partito gestiti da altri, e nel 2006, pur avendo le liste del futuro Partito Democratico alle spalle, si trovò comunque una coalizione talmente variegata e risicata da dipendere da troppi piccoli capetti (e il PD, in fondo, non era sua né mai lo è stato, piuttosto, semplificando, direi che era di Veltroni e della sua vocazione maggioritaria). In altre parole: di quante truppe dispone Mario Monti? Poche, quasi nessuna, direi: pur ipotizzando l’appoggio dei vari Casini, Fini, Montezemolo, pur considerando una scissione del PdL in suo favore oppure l’abbandono del campo da parte del Cavaliere (fantapolitica, a mio avviso), pur incredibilmente presupponendo una vittoria elettorale di questo blocco, Monti non avrebbe nessuna sua forza alle spalle, nessuna forza in cui abbia fatto carriera politica, di cui sia effettivamente membro, in cui si influente non solo per affinità ideologiche ma anche per relazioni personali, non avrebbe voti effettivamente suoi (per quanto la sua figura possa ingrassare le liste di cui sopra).

Io non sono contrario ai professori in politica, non sono nemmeno contrario al loro “utilizzo” come riserve della Repubblica. Credo, però, che se una delle esigenze dell’Italia sia quello di avere un governo sostenuto da una maggioranza politica, coesa e stabile, un governo di Mario Monti non sarebbe nelle condizioni di rispettare tale requisito, perché sarebbero sempre le truppe  (leggi: voti e apparati di partito) di qualcun altro a decidere chi tenere o mettere a Palazzo Chigi.

L’altra opzione possibile sarebbe quella di un governo PD-centro deciso dopo le elezioni. Nella prospettiva che però segnalavo, cioè quella della nascita di un centrodestra presentabile, non vedo come ciò possa aiutare: sarebbe comunque un governo a guida PD, che non capisco perché debba rinunciare alla premiership e alla golden share della coalizione con tutto quel botto di voti che si porta dietro – Monti potrebbe rimanere ministro dell’Economia, ma non sarebbe la faccia dell’Italia nel mondo, inoltre non sarebbe un governo del partito europeo che oggi ha messo in piedi l’odierna operazione di endorsement. Siamo pur sempre una democrazia parlamentare, direi.

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