Gli «urgenti provvedimenti» e l’eccessivo attivismo di re Giorgio

By | 30th March 2013

Re GiorgioDa alcune settimane il professor Paolo Becchi, filosofo del diritto all’Università di Genova e noto sostenitore del Movimento 5 stelle, è andato sostenendo la tesi della cosiddetta prorogatio, cioé quel caso in cui il parlamento, in mancanza di una maggioranza disposta a votare alcuna fiducia a un nuovo esecutivo, continua la sua attività legislativa senza nulla fosse, mentre il governo dimissionario (come nel nostro caso) o sfiduciato potrebbe tranquillamente rimanere in carica per i cosiddetti affari correnti. Prendendo alla lettera la Costituzione, in effetti, non c’è scritto da nessuna parte che un nuovo parlamento debba implicare per forza un nuovo governo, lasciando al vecchio governo, quindi, limitati spazi operativi, ma è altresì vero che di prorogatio, istituto peraltro previsto esplicitamente per le Camere e per il Capo dello Stato, non c’è menzione rispetto all’esecutivo e alle sue attività.

A me pare, ed è sempre parso, che in realtà questa proposta fosse un po’ zoppicante per tre motivi: innanzitutto, va contro una prassi costituzionale stabilita sin dal 1948, cioè dall’entrata in vigore della nostra carta fondamentale; in secondo luogo, ignora il rapporto fiduciario previsto comunque dalla Costituzione tra parlamento e governo, ed è quindi piuttosto ovvio o almeno ragionevole che un nuovo parlamento richiede un nuovo rapporto fiduciario; in terzo luogo, ho letto (ma non sono un esperto in materia) che, stando ai regolamenti parlamentari, la presenza di un governo nella pienezza dei poteri è fondamentale per il corretto funzionamento del potere legislativo, in particolare delle commissioni parlamentari, per via delle procedure previste dai regolamenti di Camera e Senato e da una certa consuetudine.

Tra gli sperticati elogi a Giorgio Napolitano – infondati, a mio avviso, come vedremo – c’è anche chi ha fatto notare che, in fondo, la sua scelta di non conferire momentaneamente alcun incarico a formare il governo richiami la tesi del professor Becchi. A mio avviso, questa interpretazione è errata e suggerisce un corollario.

L’errore è nel fatto che la teoria della prorogatio di Becchi è nella logica dello spostamento di tutte le scelte politiche verso il parlamento, lasciando in mano al governo i meri affari correnti. Giorgio Napolitano, invece, ha esplicitamente parlato, con riferimento all’«attività di un governo tuttora in carica» – governo «dimissionario, benché non sfiduciato», ha precisato – di «provvedimenti urgenti per l’economia, d’intesa con le istituzioni europee e con l’essenziale contributo del nuovo Parlamento», roba che, per come la capisco io, a parte l’esigenza di tranquillizzare i mercati finanziari in apertura la prossima settimana, oltrepassa di qualche misura, seppur minima, la sfera degli affari correnti. Inoltre la nomina da parte di Napolitano di due commissioni di cosiddetti saggi è un atto politico che, seppur transitorio e di carattere consultivo, segna un forte attivismo presidenziale. In altri termini: si tratta di un po’ più di potere rispetto agli affari correnti per l’esecutivo e ampliamento della sfera di influenza del Presidente rispetto al parlamento, cioé di tutt’altra direzione rispetto alla tesi del professor Becchi.

Tralasciando per un attimo il bizzarro fatto per cui un premier dimissionario potrebbe, in teoria, dover essere costretto a fare il premier per sempre (e se se ne vuole andare, se si è rotto l’anima, che si fa? Lo incateniamo a Palazzo Chigi?), quest’atteggiamento di Napolitano è criticabile da un certo punto di vista – e qui veniamo al nostro corollario.

La richiesta da parte del centrosinistra di nominare capo del governo Pierluigi Bersani –  a prescindere dal giudizio di opportunità politica che ognuno di noi dà rispetto a tale richiesta – in una situazione di maggioranza assoluta alla Camera ma di maggioranza relativa al Senato trovava, comunque, dei precedenti simili: i governi De Gasperi VIII (1953), Fanfani I (1954), Andreotti I (1972) e Fanfani VI (1987) furono nominati e andarono alle Camere a chiedere una fiducia che non ottennero – e che quindi, non essendolo a posteriori, non era garantita nemmeno a priori. Per quanto il Presidente della Repubblica abbia costituzionalmente una serie di libertà nelle valutazioni che lo portano a conferire un incarico a formare un governo, c’è da notare che la richiesta a Bersani di una sorta di fiducia prima della fiducia non solo non ha tenuto conto dei precedenti simili o paragonabili, ma ha inserito una discutibile rigidità nella procedura laddove, come gli studiosi di sistemi istituzionali spiegano, è invece la flessibilità che deve essere una delle virtù principali delle costituzioni al fine del corretto funzionamento delle istituzioni da esse previste. Inoltre, la scelta odierna di Napolitano è un’assoluta prima volta nella storia repubblicana, quindi ancora di più si nota come il Presidente, per via di personali valutazioni politiche che non nego possano essere ragionevoli, abbia ancora di più ignorato la prassi e i precedenti in condizioni simili o paragonabili. A me sembra una chiara innovazione, forse un eccesso di innovazione che, al momento, sembra allargare ancora di più la sfera di potere presidenziale, già largamente accresciuta a partire dalla fine della Prima Repubblica. Tutto ciò, a mio avviso, crea decisamente un precedente discutibile, non esattamente coerente né con la natura parlamentare della nostra Repubblica dal 1948, né con i complimenti che la stampa, i partiti politici e un bel pezzo di opinione pubblica dovrebbero forse dispensare con maggiore cautela.

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