Il capitale umano (2014)

By | 22nd January 2014

Il capitale umano di Paolo VirzìSono andato a vedere questo film (ispirato a un omonimo libro americano del 2004) banalmente per due motivi: in proiezione non c’era nulla che mi attraesse particolarmente e al film ha lavorato un amico di un amico, perciò ho concluso le mie vacanze in patria passando la seconda serata in un multisala di provincia, dove a vedere il film eravamo in tre. Avevo intuito che il film non sarebbe stato leggerissimo da un paio di articoli leggiucchiati qua e là, poi è uscita la polemica (a posteriori, assai sciocca) sui personaggi brianzoli ritratti da Paolo Virzì, e insomma, con questo retroterra di idee, alla fine, sono uscito dalla sala con due giudizi in testa: il primo è che il film mi è piaciuto, il secondo è che il film mi ha intristito.

La storia – scrivo stando attento a possibili spoiler – si svolge in Brianza, i personaggi principali hanno tutti l’accento del luogo e sì, è vero, Virzì ha lavorato sugli stereotipi: quello dell’imprenditore edile del nord (Fabrizio Bentivoglio), del ricco investitore finanziario del nord (Fabrizio Gifuni), del di quest’ultimo belloccio, spaccone e scemo figlio del nord (Guglielmo Pinelli), e tante varie altre persone e cose del nord – anzi, preciso, della Brianza – a parte un ruolo di docente universitario del sud (Luigi Lo Cascio), che, ovviamente, vive da solo in un appartamentino in affitto, poco meglio di uno studente fuori sede. La storia, inoltre, si svolge per episodi, o meglio, è la stessa storia che segue i percorsi di alcuni dei personaggi al suo interno. Il punto è che gli stereotipi lavorano benissimo tra di loro e nella trama, sono maschere o personaggi che mostrano un tipo definito e il loro atteggiamento come ognuno di noi molto probabilmente si aspetterebbe pre-giudizialmente. Il racconto – pur con una certa noiosa ripetitività, ad un certo punto, vista la suddicisione del film in diverse parti che raccontano spezzoni dello stesso insieme di avvenimenti – è particolamente interessante, nella visione mi ha assorbito e, insomma, nel finale ero piuttosto ansioso di trovare la soluzione all’enigma del film – chi è stato il colpevole di un incidente stradale che ha ucciso un ciclista? – nonché come si sarebbero risolte le situazioni di vita, economiche e sentimentali dei personaggi.

A parte la stilettata bacchettona finale che cerca di ritrarre negativamente il personaggio che in realtà – ed in maniera anche soprendente, tra l’altro, se pensiamo al fatto che parliamo di stereotipi – ne esce meglio dal punto di vista del suo attegiamento e familiare, e professionale, la conclusione della storia lascia un po’ di amarezza: non tanto perché il finale sia costruito male o sia deludente, bensì proprio perché gli avvenimenti della storia non hanno – non possono avere – un lieto fine: i personaggi che più detesti ne escono, in fondo, senza molti danni, mentre quelli per cui inizi a provare una certa empatia si ritrovano ad affrontare situazioni spiacevoli o complicate.

Ammesso e non concesso che in questo film ci sia una intenzionale critica sociale (sospetto di sì, ma entrare nella mente di regista, sceneggiatori e tutto l’ambaradan è un po’ difficile), questa attacca non i più ricchi e quelli apparentemente più spietati e inflessibili con gli altri (al massimo ritrae il più debole come vittima della sorte, più volte malevola con lui), ma chi vive accanto a loro (la moglie dell’investitore finanziario, intepretata da Valeria Bruni Tedeschi, il figlio) o chi cerca la scalata sociale per essere come loro (il costruttore brianzolo), i quali, nell’accettare quel che hanno e non amano o nel cercare quel che non hanno anche a costo di enormi rischi e per mezzo di una strumentale amicizia, simboleggiano una certa ipocrisia di tipo borghese e l’inganno morale che somministrano a se stessi e a chi sta loro intorno e che, in nome e per mezzo di tutto questo, inconsapevolmente sacrificano o angosciano le pur non incolpevoli nuove generazioni.

Trailer de “Il capitale umano” di Paolo Virzì

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