Il neocentralismo di Matteo Renzi

Il Senato della Repubblica francesePrima cosa: benché non sia ancora nota nei dettagli (soprattutto sulle funzioni), la riforma del Senato e del titolo V della Costituzione proposta da Matteo Renzi sembra reggersi su due punti cardine:
– i senatori sono rappresentanti delle autonomie locali e non vengono eletti direttamente dagli elettori;
– le matere a legislazione concorrente sono destinate a sparire o a essere sostanzialmente ridotte.

Seconda cosa: ho letto da qualche parte che il modello di Renzi sarebbe in qualche modo paragonabile al Bundesrat tedesco – e com’è noto, la Germania è un paese federale. Non ricordo dove l’ho letto e se effettivamente l’ho letto, ma googlando mi sono usciti fuori questo articolo della Stampa, questo articolo di Italia Oggi e anche questo articolo del senatore del PD Giorgio Tonini che propongono il paragone. E, a mio avviso, il paragone non sta in piedi.

Andando a vedere le competenze del Bundesrat, infatti, queste riguardano essenzialmente una (lunga) serie di materie di legislazione concorrente (art. 74 della legge fondamentale tedesca) e su cui – a differenza della legislazione di competenza federale – il Bundestag non ha alcuna clausola di supremazia da far valere, salvo i casi di maggiore efficienza nel trattare una materia a livello federale, di interesse nazionale o di tutela di alcuni Lander rispetto ad altri (art. 72). Nel tempo la sfera di intervento federale nella legislazione è certo aumentata in Germania, ma uno spazio di legislazione che richieda un consenso da parte del Bundestag resta. Per fare un esempio, senza il voto favorevole del Bundesrat la federazione non può modificare la quota di risorse trasferite dal centro ai Lander. Per rendere più completo il quadro, sui presupposti del citato art. 72, la federazione ha il diritto di stabilire leggi di carattere generale che stabiliscano il framework legislativo di riferimento (art. 75) su cui i Lander poi agiscono autonomamente a livello amministrativo e regolamentare. Nella proposta renziana, invece, le materie a legislazione concorrente e il conseguente intervento legislativo di un eventuale Senato riformato in senso tedesco tendono ad assottigliarsi e forse anche a scomparire.

Andando, inoltre, a vedere chi siede nel Bundesrat, questo è composto da rappresentanti scelti dai governi regionali. Nella proposta di Matteo Renzi invece (su cui, ad onor del vero, egli stesso ha detto che la discussione è aperta nel partito e nel parlamento e che trattasi di una sua preferenza di carattere personale come base di partenza per la riforma costituzionale), il Senato – inteso come una sorta di Senato delle autonomie – sarebbe composto da 108 sindaci di città capoluogo, 21 presidenti di regione o di provincia autonoma e 21 senatori nominati dal capo dello stato. Sarebbe, insomma, un’assemblea non più rappresentativa delle regioni – a cui il Titolo V della Costituzione attuale garantirebbe poteri esclusivi, oltre che concorrenti – ma di diverse forme di autonomie la cui componente principale risiederebbe nella rappresentanza di città piuttosto che nella rappresentanza regionale – totalmente diverso dal Bundesrat, dove, tra l’altro, i voti delle regioni si contano in blocco e non per testa.

Cercando un possibile paragone in Europa, quello che più si avvicina al modello renziano è, a mio avviso, quello francese: in Francia il Senato è eletto da sindaci e consiglieri municipali, dipartimentali e regionali e i suoi poteri sono inferiori rispetto a quelli dell’Assemblea Nazionale, nel senso che le materie concorrenti non esistono e nel processo legislativo ordinario l’ultima parola ce l’ha l’Assemblea.

Il punto è che le riforme delle istituzioni e delle autonomie locali devono essere affrontate nel loro complesso, bilanciando i vari poteri e soprattutto avendo in mente un modello complessivo che disegni con precisione un meccanismo ben funzionante. Se Renzi ha un qualche modello in testa, a me sembra che sia un modello di tipo centralista, dove, tra lo Stato che riacquisisce poteri in alto e i comuni e le città metropolitane in basso, scompaiono sostanzialmente le province e le regioni vengono depotenziate. Se Renzi invece un modello non ce l’ha, io ritengo che siamo di fronte alla solita riforma a spizzichi e bocconi, che prende un pezzo di qua e un altro di là, non tocca elementi che dovrebbe toccare, in un’opera di ingegneria istituzionale che rischia (ma aspettiamo a vedere il risultato finale prima di esprimere un giudizio così forte) di produrre un inutile guscio vuoto se non addirittura l’ennesimo mostro di Frankenstein.

2 Replies to “Il neocentralismo di Matteo Renzi”

  1. Francamente non riesco ad appassionarmi alle riforme costituzionalielettorali.
    Non esiste una forma organizzativa perfetta di per sè: a renderla buona o malvagia saranno sempre gli attori politici (persone prima e partiti poi).
    Detto questo, do atto a Renzi di portare avanti la sua battaglia con una costanza ed una velocità inusitata al palcoscenico politico italiano, però trovo assurdo che Camera e Senato debbano riformare se stessi: darsi le regole da soli in genere non è molto costruttivo.
    arebbe stato più corretto, secondo me, che queste decisioni fossero prese da una assemblea costituente.

  2. Pingback: La parziale illusione dell’ingegneria istituzionale – Corrado's blog

Leave a Reply