“Dove ho sbagliato?”, chiese Matteo

Mi è capitato sotto gli occhi un post di Massimiliano Di Giorgio che tenta di analizzare l’appannamento, almeno apparente, dell’immagine di Matteo Renzi e del calo della sua popolarità. E’ stata l’occasione per rimettere mano a questo blog, ma anche per scrivere un paio di idee che mi frullavano in testa.

Massimiliano sostiene che il sostegno popolare a Renzi si sia ridotto per via della grande delusione seguita alle grandi aspettative, nonché per la sua narrazione politica tutta tesa a dirci che l’Itaila è un grande paese e le cose stanno migliorando, soprattutto alla luce del fatto che l’Italia non sta cambiando verso come promesso e che la rottamazione è percepita sempre più come la creazione di un’altra élite amica dei soliti noti. Questa è una lettura che coglie una parte di realtà. Sono necessari per Renzi cambiamenti di forma e di sostanza, in effetti – ma di quale sostanza? Sospetto che per alcuni degli oppositori non malevoli di Renzi si tratti solo della necessità di fare marcia indietro e di identificarsi più marcatamente “di sinistra”. Io invece ritengo che Matteo Renzi debba essere più fedele a se stesso.

A mio avviso Renzi ha fatto scelte di governo che si sono rivelato sbagliate sopratutto in base ai criteri da lui stesso stabiliti: il Jobs Act e la decontribuzione dei nuovi assunti avrebbero dovuto creare occupazione e stabilizzazione, è una cosa che è stata dichiarata a destra e a manca. E’ successo che l’aumento dell’occupazione è stato modesto (penso sopratutto per via della natura transitoria della decontribuzione) e che il lieve aumento dei nuovi contratti a tempo indeterminato siano stati in parte controbilanciati dall’allargamento delle soglie per i voucher, tradendo lo spirito del Jobs Act che avrebbe voluto o dovuto creare un mercato del lavoro col contratto a tutele crescente come contratto unico o prevalente. Aggiungiamoci il fatto che sulle politiche attive del lavoro e sui centri per l’impiego i buoni propositi del Jobs Act sono quasi tutti fermi al palo (anche per certi vincoli costituzionali, va concesso), salvo quel quasi fallimento pre-annunciato di Garanzia Giovani. Ecco che Renzi non può ripetere all’infinito che il Jobs Act è una grande riforma, e non può dirlo non perché ha toccato l’articolo 18 o altre cose denunciate dalla minoranza interna o dalle opposizioni o dalla Cgil, ma perché, invece, è stato un provvedimento che ha tradito proprio gli scopi dichiarati dal governo stesso. Se prometti stabilizzazione poi non puoi far dilagare i voucher. Non è poco, almeno nell’Italia post-crisi.

Prendete un altro esempio, quello degli 80 euro: sarà pure vero che col ricalcolo la platea dei beneficiari si è allargata, come mi pare di aver letto da qualche parte, ma ci sono 300 mila persone che hanno dovuto restituire il bonus non perché col reddito troppo alto (come molti altri) ma perché incapienti. Diciamo che 300 mila persone non l’avranno presa con grande piacere, no? Ecco, ed è un numero che vale uno 0,7-0,8% alle politiche. Questi sono tutti errori non di narrazione o di comunicazione o di trasparenza amministrativa o di rapporti con qualche forza politica, ma di semplici scelte concrete di governo.

La comunicazione è stantia e ripetitiva, come Berlusconi (che però aveva ragione quando diceva di avere abbassato le tasse), tanto è vero che Renzi ha lanciato migliaia di tavolini per ricordare l’abolizione dell’Imu, ma è finito tutto in un flop a cui non partecipa neanche lui, o l’inutile raccolta di firme per un referendum che comunque si farà perché chiesto da parlamentari della maggioranza come delle opposizioni. Ci sono stati sicuramente pesantissimi fattori cittadini ad avere influenzato la scelta degli ultimi sindaci. Probabilmente il profilo di alcuni candidati rivali è stato effettivamente convincente dal punto di vista pratico e programmatico, non semplicemente di protesta. Mettiamoci anche un po’ di fuoco amico, dai. Il punto però è e resta che il cambio di verso nel settore del lavoro e delle tasse non ha avuto luogo. Non sono critiche da sindacalista della Fiom ed eviterei di pensare che sono solo problemi di comunicazione, come forse Renzi davvero crede.

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