Tre giorni a Grisciano

A fine agosto, come volontario della Protezione Civile, ho avuto l’opportunità di passare tre giorni nel campo di Grisciano, frazione di Accumoli, in provincia di Rieti, a 3 km dall’epicentro del terremoto che il 26 agosto ha provocato 296 morti e causato numerosi danni a cavallo tra Lazio, Marche, Abruzzo e Umbria. Non faccio da molto tempo parte del corpo dei volontari, ed è stata la prima mia esperienza in servizio di questo tipo. Devo dire che due cose mi hanno colpito.

Foto del campo dei volontari, poco distante da quello degli abitanti di Grisciano. Io, fortunato, non ho dormito in tenda, ma in roulotte.

La prima è il fatto che la vita nei campi per le persone colpite dal terremoto sia sì difficile per tutti (e fin qui è tutto scontato), ma lo sia in particolare per le donne. Faccio alcuni esempi. Nel campo di Grisciano, uno di quelli gestiti dalla Protezione Civile della regione Abruzzo, erano a disposizione dei moduli per i bagni che, nei primi giorni, non prevedevano distinzione nell’utilizzo tra uomini e donne. Considerando che si trattava di bagni turchi (mi hanno spiegato che questi sono più igienici dei bagni normali, visto che evitano contatto con superfici), capirete la difficoltà. Un altro aspetto problematico per le donne è quello che riguarda una serie di prodotti personali che le più timide o le più riservate evitavano di chiedere. Nel periodo in cui sono stato a Grisciano, c’era a gestire il magazzino e a effettuare l’inventario un ragazzo assai in gamba, che, se non ricordo male, si chiama Dante. Ciononostante, nel chiedere certi tipi di prodotti, alcune signore, specialmente le più anziane, preferivano rivolgersi a una presenza femminile, quando era presente, piuttosto che a un grosso e un po’ barbuto giovanotto. Inoltre, nel fare l’inventario dei prodotti, magari un uomo non coglie la differenza tra un assorbente e un salvaslip, mette tutto in un mucchio e rende la ricerca successiva più difficoltosa (quest’ultimo aspetto me l’ha fatto notare la bravissima Daniela, che era nella mia squadra). In generale, in quel contesto, non esiste praticamente la privacy e tenere un’igiene personale quotidiana e curata come nella vita normale non è affatto scontato.

Foto dalla Salaria. A sinistra c’era l’ingresso dell’area del campo dedicata alla cucina e alla mensa. In fondo, dove ci sono le luci, c’era l’ingresso della tendopoli e del paese.

Il secondo elemento che mi ha colpito è di tipo psicologico. Già durante il corso di formazione, nella parte dedicata alla psicologia dell’intervento, era stato spiegato a me e agli altri frequentati che è necessario di avere consapevolezza di alcune cose, tra cui il fatto che le motivazioni che spingono i volontari sono sostanzialmente di tipo egoistico. Devo confermare che è così. Io, in fondo, ero là come ultima ruota del carro, novellino in un corpo di volontari che è sua volta di sostegno ad altre strutture della Protezione Civile (ad esempio, i Vigili del Fuoco): sono stato in gran parte impegnato in attività di porta carraia, soprattutto di notte, e in maniera più saltuaria in altre piccole cose, come, ad esempio, dare una mano in magazzino. Eppure, tornato a casa, mangiata una pizza e riordinate un attimo le idee, mi sono ritrovato a sentire un forte livello di soddisfazione personale e a pensare che, beh, sì, se ci fosse stato bisogno, nel giro di due giorni sarei tornato più che volentieri a dare una mano (cosa che non è accaduta perché il mio gruppo aveva già occupato i turni successivi con altri volontari, fino a quando non ha lasciato il campo, che, tra l’altro, oggi non ospita più nessuno).

Alcuni Volunteer Ministers, in arancione.

Per il resto, ci sono altre due cose minori che vorrei raccontare. La prima, è che, gli unici scatoloni di donazioni su cui ho avuto modo di vedere fogli A4 con il proprio logo e anche uno slogan politico, sono stati quelli portati da Casa Pound (ma è pur vero che un paio di mutande fascista resta pur sempre un paio di mutande che può essere dato a qualcuno che ne ha bisogno). La seconda è che a un certo punto, un pomeriggio, in un bar di Grisciano che ha resistito al terremoto per via della sua struttura in legno e che quindi era aperto e utilizzato sia dai paesani, sia da tutti gli operatori, sono brevemente apparsi alcuni Volunteer Ministers, cioè alcuni membri del corpo di volontari di Scientology, e alcuni Topos, che, mi è stato spiegato, sono esperti messicani nello scavare e nel trarre in salvo persone in situazioni post-terremoto. Il bar si trovava nella zona dedicata alla cucina e alla mensa, e non nella tendopoli, quindi, suppongo – e spero – che questi inviati di Scientology, che ho visto parlare solo con volontari della Protezione Civile e non con altri, non abbiano avuto contatto con la provata e psicologicamente debole popolazione civile.

Leave a Reply