Sul referendum costituzionale di dicembre: questione di approcci

Due o tre appunti di metodo, più che di merito, sul referendum costituzionale del 4 dicembre e sulla campagna che lo sta precedendo.

Alcuni degli istituti di sondaggi che nelle ultime settimane si sono occupati di rilevare le intenzioni di voto e le relative motivazioni sono concordi nell’indicare l’avversione al governo Renzi come ragione principale, o più diffusa, o comunque numericamente consistente, che indirizza coloro che votano No. Già a fine settembre, Index Research segnalava che la spinta principale al voto contrario alla revisione costituzionale Renzi-Boschi è far dimettere il capo del governo. Ora, anche Ipr Marketing e Techné mostrano la stessa tendenza: tra gli oppositori della legge, pensa più all’operato del governo che ai temi del referendum tra il 46% (secondo Techné) e il 54% (secondo Ipr Marketing) di coloro che pensano di votare contro, mentre solo tra il 15% e il 27% di coloro che intendono votare Sì indica la medesima motivazione. Sarà pure vero che Matteo Renzi ha commesso l’errore, come minimo tattico, di legare, almeno nei mesi scorsi, la sua esperienza politica all’esito della consultazione referendaria. E’ altresì sicuramente e come minimo vero, però, che le motivazioni che meno si concentrano sul merito e più su questioni di tipo politico sono assai più forti nel fronte del No. A me sembra che questo atteggiamento pregiudiziale sia assai discutibile, nel senso che è legittimo ma sicuramente strumentale.

Un’altra nota che mi sento fare riguarda il fatto che le alternative poste davanti a noi sono tra la Costituzione vigente e quella eventualmente modificata, e non tra quest’ultima e un’altra, alternativa, ideale o perfetta, o comunque corrispondente a specifiche preferenze. Per cui, se pensate che la riduzione da 945 a 730 parlamentari sia insufficiente, non è che votando No ce ne sarà un numero ancora inferiore, bensì ce ne saranno 945 come ora (e, segnalerei, salvo usi originali e innovativi dell’aritmetica, che 730 è un numero inferiore a 945). Altresì, se pensate che il bicameralismo paritario vada superato non con un bicameralismo differenziato (almeno nella forma approvata in parlamento) ma col monocameralismo, votando No non ci sarà la chiusura del Senato, bensì il mantenimento del sistema attuale.

Aggiungerei, infine, che anche a voler mantenere un rigoroso approccio comparatistico tra le sole due versioni, e a voler effettuare un’analisi costi-benefici, nell’argomentare si deve tenere conto dell’intera revisione costituzionale apportata, e non solo di una parte. Ad esempio, questo è un errore (non l’unico, a dire il vero) che ho trovato in un articolo di Gianfranco Pasquino e Andrea Capussela pubblicato su EUROPP, in cui i due studiosi si concentrano quasi esclusivamente sulla trasformazione del Senato e sull’argomento del cosiddetto “combinato disposto”, tralasciando un gran pezzo della legge Renzi-Boschi, cioè quello riguardante la revisione del Titolo V della Costituzione e la nuova ripartizione delle competenze tra Stato e Regioni (che, per inciso, io trovo eccessivamente centralista, ma, allo stempo, più razionale nella versione modificata rispetto a quella ora in vigore). Secondo Pasquino e Capussela, vi sarebbe un potenzionale nuovo contenzioso tra Camera e Senato nella nuova configurazione del Parlamento; sul piatto della loro bilancia, però, non includono l’eliminazione o la sostanziale riduzione del contenzioso Stato-Regioni che il nuovo Titolo V porterebbe, assieme a una nuova razionalizzazione del sistema. In questo modo, gli autori dell’articolo tradiscono la loro stessa intenzione dichiarata, cioè quella di volere analizzare costi e benefici della riforma, eliminandone un pezzo assai rilevante, almeno tanto quanto quello riguardante il Senato.

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