Anatomia di un istante, ovvero della fatica del cambiamento politico

By | 3rd March 2017

Javier Cercas, Anatomia di un istante, Guanda, Parma, 2012 (ed. originale: Anatomía de un instante, 2009).

A un certo punto, ed erroneamente, si potrebbe essere superficialmente portati a pensare che questo libro sia il racconto del coinvolgimento collettivo in una delle più longeve dittature di estrema destra dello scorso secolo, quella franchista in Spagna, e delle sue appendici postume. Invece, arrivati alla fine, Anatomia di un istante di Javier Cercas, professore di letteratura spagnola all’Universitat de Girona, si rivela essere un tributo letterario al gradualismo politico e alla faticosa pratica riformatrice (opposta, questa, anche a un certo riformismo radicale forte nelle intenzioni piuttosto che negli esiti).

Il libro si concentra su un evento storico, il tentato colpo di stato in Spagna del febbraio 1981, e su un preciso attimo, ripreso dalle telecamere, quello in cui la Guardia Civil guidata dal baffuto colonnello Antonio Tejero spara  all’interno del parlamento spagnolo e tutti si buttano giù, a nascondersi e a proteggersi, tranne tre persone: Adolfo Suárez, primo ministro in attesa del voto di fiducia al nuovo capo del governo dopo mesi passati a barcamenarsi tra la sua crisi di fiducia (da parte del suo partito, del re, delle potenze straniere, dell’esercito, di larghi settori della società) e la crisi del paese, economica e politica e con pericolosi picchi di violenza; il generale Manuel Gutiérrez Mellado, suo vice e già suo ministro della Difesa; Santiago Carrillo, capo del Partito Comunista di Spagna. Si tratta di tre persone diverse per filosofia politica, percorso pubblico e professionale, atteggiamenti, carattere – e tre persone con un passato da farsi perdonare o qualcosa del genere, come Cercas descrive nelle pagine del libro. Tre persone le cui biografie si intrecciano nella transizione spagnola dal franchismo alla democrazia parlamentare tutelata dalla monarchia.

Suárez resta seduto al suo posto, Mellado affronta i golpisti, Carrillo, seduto, fuma: ognuno reagisce a suo modo, a simboleggiare una diversa postura rispetto alla fuga dal pericolo del resto dei presenti nell’aula. Non si tratta di puro e solo eroismo, di un atto di sfida a difesa della democrazia – ci sono dietro esperienze, ambiguità trascinate dai decenni del franchismo trionfante, sangue e violenze, cambiamenti politici e personali, diversi caratteristici modi di fare a giustificare questa reazione. Tutto questo è descritto benissimo da Cercas, e nel dettaglio, in un libro che intreccia, nel singolo momento, la storia di Spagna dello scorso secolo, le forze disgregratrici all’opera in quegli anni, l’instabilità del paese, del suo tessuto sociale e delle sue istituzioni, e le vite e le scelte dei tre uomini. Tutto viene raccontato con scrupolo da studioso, senza risultare pedante o senza rischiare di perdere il filo del racconto e del ragionamento politico – questo romanzo, che nella mente dell’autore voleva essere altro, ma poi, nella sua forma finale, è divenuto un resoconto storico di un frangente fondamentale della Spagna post-franchista, infatti porta avanti, in maniera inzialmente implicita ma poi sempre più chiara, un ragionamento politico, che, a mio avviso, tutto è fuorchè una critica dei protagonisti del racconto.

Per essere più chiari: chiaramente emerge la condanna degli autori e degli ispiratori del golpe. Cercas ricostruisce le responsabilità e gli eventi tra Madrid, Valencia e il resto della Spagna. Si accinge anche a interpretazioni che non il lettore profano, bensì solo lo storico attento della Spagna contemporanea può giudicare, e che eppure, a primo impatto, sembrano ponderate e non infondate. Il punto è che le ambiguità, gli errori, i cambi di fronte, le ipocrisie nelle vite e nelle carriere di Suárez, Gutiérrez Mellado e Carrillo non vengono giudicate e criticate se non all’interno di un quadro interpretativo della realtà che esalta le difficoltà della politica quotidiana, quella del cambiamento graduale, quella che deve far fronte a resistenze e obiezioni, che deve anche usare sotterfugi tattici per celare obiettivi a chi, quegli obiettivi, apertamente avversa, ma soprattutto di una presa d’atto che sono anche gli eventi a formare le persone, proprio come Emanuele Bardone ne Il generale Della Rovere di Roberto Rossellini, il quale dopo una vita da truffatore, si sacrifica al grido di “Viva l’Italia!” di fronte al plotone di esecuzione nazista.

Javier Cercas, nella parte del libro in cui trae le sue conclusioni, è chiaramente ed esplicitamente ispirato da José Ortega y Gasset, dalla sua definizione di politico eccezionale come uomo con senso della realtà e del compromesso, che “non è eticamente irreprensibile, né ha motivo di esserlo” (p. 334). Forse, se avesse prevalso chi non voleva scendere a patti con le forze e gli uomini del vecchio regime, la fragile e nascente nuova democrazia spagnola avrebbe avuto vita breve. Forse, se fosse rimasta forte la componente franchista, autoritaria, conservatrice della società spagnola, la transizione non sarebbe mai finita, e secondo alcuni, Cercas ci informa, non lo è, e a pensarlo è soprattutto la nuova generazione progressista, la quale ritiene che la transizione sia stata una frode perché ricca di compromessi: in una nota l’autore cita il filosofo tedesco Odo Marquard e spiega questo atteggiamento con la tendenza presente nelle società occidentali all’assuefazione ai successi socio-culturali e alla residua e crescente insofferenza per i pochi ma ineliminati mali rimanenti (p. 427).

Cercas conlude scrivendo che «la rottura con il franchismo è stata una rottura genuina. Per ottenerla, la sinistra ha fatto molte concessioni, ma fare politica consiste nel fare concessioni, perché occorre cedere sugli aspetti secondari per non rinunciare all’essenziale; la sinistra ha ceduto su tanti aspetti secondari, ma i franchisti hanno ceduto sull’essenziale». Quale migliore elogio del gradualismo in politica?

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