Daniele Giglioli, Critica della vittima, 2014

Daniele Giglioli, Critica della vittima. Un esperimento con l’etica, Nottetempo, 2014.

“Perché lo dico io”: così si intitola uno dei paragrafi di Critica della vittima, un breve volumetto di Daniele Giglioli, docente di Letterature Comparate, pubblicato da Nottetempo nel 2014. E’ un frase che esemplifica sia l’atteggiamento dell’intellettuale escluso o che si presenta come tale, sia delle masse ai tempi del web 2.0. Non si possono mettere in discussione lo status di vittima, l’emarginazione sociale o culturale, il torto subito e l’assoluta rivendicazione che da questa ha origine.

Non è, questo, un libro che critica la vittima in sé o che si lancia solamente in una distinzione tra vittima reale e vittima presunta o immaginaria – come ricorda l’autore, «(d)alle vittime reali alle vittime immaginario il tragitto è lungo e accidentato» (p. 11). E’ piuttosto un testo che esamina un’antropologia e un’etica negative, che fondano su un’ingiustizia la propria potenza, la propria autorità, o semplicemente il proprio diritto a un’indiscutibile opinione, soddisfacendo così anche un certo desiderio di identità, di innocenza originaria (la vittima è innocente per definizione) e di una narrazione fondata sulla verità. Quest’etica negativa, così, richiede una riparazione dall’ingiustizia che non avverrà mai e che richiede uomini forti e soluzioni decise. Da qui, quindi, la crisi dell’analisi complessa, la ricerca di una soluzione semplice o semplicistica, del rifiuto della complessità in nome della parola incriticabile della vittima.

Manca l’idea positiva alla base dell’impostazione vittimaria, che piuttosto crea manichesimo e la tendenza a vedere complotti dietro chiunque si ritragga dal compattarsi dietro la pura difesa della vittima. Cause, lotte politiche e sociali tendono quindi ad abbeverarsi da questa fonte. Lo fa anche chi procede col giustificare chi riconosciamo, solitamente, non come vittima ma come carnefice: prendete l’esempio dei negazionisti, dice Giglioli, e vedrete che loro tenderanno a dipingere l’ascesa del nazismo e l’Olocausto come una reazione ad altre aggressioni o ad altri eventi, come, ad esempio, la rivoluzione d’Ottobre (pp. 76-78). Si tratta, in fin dei conti, di un “Prima lui” o di un “Mi ci avete costretto” (altri due titoli di paragrafi del libro) che, io direi, possiamo tendere a considerare come infantili, ma che in realtà informano numerose battaglie politiche e culturali. Il già citato Olocausto è usato inoltre come metro interpretativo dagli schieramenti nel conflitto arabo-israeliano («i palestinesi come eredi di Hitler, gli israeliani che hanno imparato da Hitler ecc.», p. 56), quindi come punto di forza della propria posizione che garantisce innocenza, sulla quale, quindi, viene fondata la validità del proprio argomento, al quale quindi nessuna forma di male può essere associata.

Le vittime esistono da sempre, così come la fragilità della natura, umana, eppure l’etica e l’antropologia vittimaria sono un prodotto del nostro tempo più o meno recente, non solo in campo sociale, ma anche culturale, letterario, cinematografico, filosofico e politico, fino al vittimismo dei potenti. La vittima ha un’identità, ha la prova della sua condizione, e di fronte a questa si eleva, scrive Giglioli, un ricattatorio «voi dovete» (p. 52-53). Questa prosopopea, che conferisce potere ricattatorio ed elimina la complessità della storia, individuale e umana, cristallizzandola in verità trascendenti, crea identità rigide da cui non si esce: «Perpetua il dolore. Coltiva il risentimento. Incorona l’immaginario. Alimenta identità rigide e spesso fittizie. Inchioda al passato e ipoteca il futuro. Scoraggia la trasformazione. Privatizza la storia. Confonde libertà e irresponsabilità. Inorgoglisce l’impotenza, o la ammanta di potenza usurpata. Se la intende con la morte mentre fa mostra di compiangere la vita. Copre il vuoto che soggiace a ogni etica universale. Rimuove e anzi rigetta il confilitto, grida scandalo alla contraddizione. Impedisce di cogliere la vera mancanza, che è un difetto di prassi, di politica, di azione comune» (p. 109). Da qui, la richiesta continua di trovare chi ha commesso il torto, fino alle mitologie (un esempio che fa l’autore è quello di Lady Diana, morta senza indossare cinture di sicurezza in un’automobile guidata da un’autista sotto effetto di alcol e droghe ben oltre il limite di velocità sotto un tunnel di Parigi – per onor di cronaca, Giglioli scrive che l’auto andava a 200 km/h, e andando a controllare credo che abbia esagerato, ma comunque si trattava di una velocità di 100 km/h in una zona col limite a 50 km/h) e ai cospirazionismi più spinti, arrivando alla pretesa di essere portatori di un’universalità che invece è una particolarità di un universo complesso. Non si è rappresentanti, sostiene Giglioli, ma parti in causa di un mondo ben più sfumato e complicato di quello dipinto dall’etica della vittima.

Il pregio del libro di Giglioli è di fornire in continuazione esempi storici, letterari e filosofici di queste antropologia ed etica negative. Si tratta di una critica e, come tale, non offre conclusione, se non un invito alla prassi. Un difetto è nel fatto che talvolta pare – almeno all’avviso di chi scrive – che i passaggi concettuali si facciano trascinare più dal flusso di pensiero dell’autore che da una necessità di chiarezza espositiva – ma è anche vero che l’autore non nasconde talvolta un certo disorientamento come impostazione del complicato percorso della sua critica. Contesto alcune cose, ad esempio un breve appunto sul pensiero politico liberale, racchiuso nel filone delle correnti di pensiero basate sul male minore (p. 11): il liberalismo basato sull’etica utilitarista, non solo sul minore male possibile, ma anche sul maggior bene per il maggior numero, non riuscirei a includerlo in questa categoria. Il libro è interessante, e personalmente, si tratta del primo di una serie di testi su etica della vittima ed empatia che intendo affrontare.

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