La parziale illusione dell’ingegneria istituzionale

By | 3rd June 2017

CC0 License ✓ Free for personal and commercial use ✓ No attribution required https://www.pexels.com/photo/colorful-toothed-wheels-171198/Le ultime novità che vengono dalla politica italiana riguardano l’accordo raggiunto dalle tre principali forze politiche (Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Forza Italia) rispetto a una nuova legge elettorale ispirata a quella in vigore in Germania ma, in realtà, differente in numerosi e sostanziali dettagli. Le probabilità che questa venga approvata appaiono alte, ma pochi metterebbero la mano sul fuoco, visto che l’intoppo è dietro l’angolo.

La spinta all’accordo da parte dei vertici dei tre partiti (Renzi, Grillo, Berlusconi) sembra svelare un’attitudine secondo la quale gli interventi di carattere costituzionale e istituzionale siano le chiavi attraverso cui si può modellare il sistema politico e non solo politico. Detto in altri modi: questa è stata un’altra legislatura in cui si è dato molto peso alle riforme elettorali e costituzionali, anche giustamente, dove però la spinta verso cambiamenti economici e sociali ha trovato numerosi ostacoli e tentennamenti. Pensiamo, ad esempio, al Jobs Act del governo Renzi, che doveva essere il testo che avrebbe rilanciato il contratto a tempo indeterminato, con lo sfoltimento delle forme contrattuali e il rinnovo delle politiche attive per il lavoro e dei sussidi. Quelle novità positive riguardanti l’occupazione e la stabilizzazione avute nell’ultimo triennio sono state probabilmente causate soprattutto dalla decontribuzione temporanea dei nuovi contratti e dalla congiuntura economica internazionale. L’ennesima riforma del mercato del lavoro ha invece lasciato tanti e tali spazi alle eccezioni rispetto a quello che doveva essere il nuovo modello prevalente di rapporto di lavoro, cioè il contratto unico a tutele crescenti, da aumentare sì la stabilità del posto di lavoro, ma permettendo altresì parecchie zone grigie (vedi gli interventi fatti in materia di contratto a tempo determinato o l’uso come minimo improprio dei voucher, ad esempio), oltre a non intervenire in maniera efficace rispetto all’occupazione giovanile (ancora in forte crisi) e al rilancio delle politiche per l’impiego (non sembra migliorato molto nei centri per l’impiego e misure come Garanzia Giovani non sono sembrate un esempio di efficacia).

Abbiamo avuto una nuova legge elettorale, il cosiddetto Italicum, bocciato dalla Corte Costituzionale (con pochi rimpianti, onestamente), e un riforma costituzionale che non ha superato la prova del referendum confermativo (pur con le sue tendenze accentratici rispetto alle autonomie regionali, questa riforma invece mi sembrava un miglioramento rispetto al testo vigente e molte delle critiche mosse verso di essa mi sono parse abbastanza infondate, per non parlare delle ragioni che potrebbero aver mosso molti italiani a votare contro il progetto costituzionale di Matteo Renzi).

Ora le fatiche del parlamento tornano di nuovo a concentrarsi sul sistema elettorale, croce di ogni legislatura da più di trent’anni a questa parte. L’insistenza con cui si torna su questi temi è preoccupante innanzitutto per questioni di metodo: i cambiamenti in generale, e quelli in materia costituzionale ed elettorale in particolare, sono fatti per durare nel tempo. Continue riforme e controriforme provocano scosse al sistema senza oggettivamente lasciare il tempo che i cambiamenti abbiano i loro effetti e si sedimentino. In Italia abbiamo già due leggi elettorali, una per la Camera e una per il Senato, le quali, pur nelle loro differenze, si basano su un impianto sostanzialmente proporzionale che troverebbe un’eccezione solo nel caso che un partito raggiunga il 40% dei voti, lasciando in ogni caso, però, la probabile necessità di formare un governo di coalizione, che forse non sarà il massimo della vita ma non è una bestemmia. Gli unici motivi per cui dedicarsi ora, in questo modo e con questo progetto a una nuova modifica riguarda la necessità di tutelarsi un poco da possibili esiti non voluti (il proliferare di cespugli) e probabilmente dalla convinzione che sarà l’ingegneria costituzionale a salvare questo paese. Pur essendo l’Italia ancora in mezzo al guado del suo processo di cambiamento politico e istituzionale iniziato a inizio anni ’90 coi referendum elettorale e con lo sgretolamento del sistema dei partiti della cosiddetta Prima Repubblica, questa convinzione è profondamente sbagliata. In altre parole, mi sembra che la concentrazione dei prinicipali attori politici sulle modifiche al funzionamento del sistema politico sia decisamente eccessiva, probabilmente credendo che non solo queste siano necessarie, ma probabilmente anche sufficienti a far svoltare (nel senso desiderato da ognuno, ovviamente) il paese rispetto ai binari su cui si trova da anni. Che questo tipo di cambiamenti sia capace di manipolare in profondità l’Italia è una sostanziale illusione. In questo senso, mi piace ricordare John Stuart Mill che, nelle sue Considerations on Representative Government metteva in guarda sia dalla teoria secondo cui sono i costumi e le tradizioni a modellare la società (e quindi interventi legali e istituzionali dall’alto poco possono nell’attuare cambiamenti concreti), sia da quella per cui basta cambiare le regole del gioco, il meccanismo, per ottenere con efficacia un miglioramento a livello individuale e collettivo. Entrambe le teorie sono in parte sbagliate e contengono una parte di verità. Tra l’altro, quello di credere che bastino regole generali e dichiarazioni d’intenti è un vizio tipico del legislatore italiano, che spesso disegna leggi e codici senza occuparsi di stabilire incentivi efficaci, obiettivi quantificati ex ante, sistemi di controllo accurati, o semplicemente affidandosi alla formulazioni di principi e condotte ignorando possibili conseguenze non volute.

Infine, questa accelerazione taglia le speranze di vedere alcune iniziative legislative arrivare a traguardo. Quella sulla cittadinanza, ad esempio, che era una promessa del Partito Democratico guidato da quel Bersani che ora è fuori dal PD e che poi è stata fatta propria dallo stesso Renzi, o quella sul reato di tortura, fondamentale in un paese in cui, forse, la professionalità delle forze di polizia non è sempre eccellente (e un giorno ci dovrà essere un partito o un movimento politico che riuscirà a prendere di petto la questione della gestione dell’ordine pubblico in Italia senza sforare nello sperticato elogio della divisa o nell’inutile lagna anti-sistema). Tralascio il fatto che questa legislatura su un tema fondamentale come il debito pubblico non ha saputo produrre nulla e non si sa quanto potrà fare da qui alla fine.

Il colpo di coda di questo parlamento è l’ennesimo dibattito autoreferenziale che poco di concreto porterà al paese. Sono un forte sostenitore della necessità di riforme istituzionali in Italia, ma così, con questo metodo, con queste intenzioni, con questo testo e con questi effetti collaterali e con questi tempi, meglio di no, grazie.

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