Alternative al declino?

By | 19th February 2018

Negli ultimi giorni ho letto due articoli con conclusioni nettamente diverse riguardanti l’Italia e le prossime elezioni, pur partendo da presupposti, almeno alcuni, non molto discordanti tra loro.

La scorsa settimana mi sono capitate sotto gli occhi le riflessioni di Michele Boldrin, dove la critica è prima di tutto culturale, e solo in seconda istanza politica ed economica: solo la Pianura Padana è rimasta attaccata alle zone più dinamiche e avanzate del mondo, e più per vincoli esterni politico-commerciali che per per particolari meriti indigeni. In Italia l’istruzione continua a peggiorare, il «furto intergenerazionale» non è stato ancora fermato, larghissime aree del paese campano sulla generosa redistribuzione effettuata dallo stato centrale, eccetera – il declino avviene da decenni e non è arrestabile a breve.

La causa culturale del declino è una sorta di eccezionalità italiana, che vede l’Italia come paese decisamente peculiare rispetto agli altri, culla della civiltà e sede della cristianità, e siamo così speciali che continuiamo a tenerci Alitalia e non vogliamo vendere Italo, però desideriamo sbarazzarci di cinesi, immigrati, tedeschi/Europa, di tutti quelli che non ci danno il posto che ci meritiamo. Questo è un sentimento diffuso che Boldrin vede con estremo fastidio, e io (per quel poco che vale) pure. Politicamente parlando, sostiene l’economista, il M5s e i partiti di centrodestra sono il sintomo e il prodotto di questo sentimento di eccezionalità, mentre il loro principale concorrente, il Partito Democratico, non è altro che un gigantesco equivoco che promette stabilità, ma in realtà non offre la rottura radicale di cui ci sarebbe bisogno. Bisogna assaggiare la medicina, andare a sbattere con la realtà, e quindi augurarci un governo Di Maio-Salvini-Meloni.

Il governo Di Maio-Salvini-Meloni è, invece, l’incubo di Francesco Costa, assieme a un nuovo governo di centrodestra, in versione, però, peggiorata rispetto all’ultima esperienza, quella del 2008-2011: si tratta di partiti di proprietà, che lisciano il pelo ai sentimenti peggiori, che mostrano impreparazione a tutti i livelli, che propagandano teorie strampalate, e che sono contrastati da un unico avversario, la coalizione guidata dal PD. Il punto di Costa non è che quella di centrosinistra sia l’alternativa migliore, ma è che si tratta dell’unica alternativa, per quanto insufficiente, limitata e protagonista di esperienze di governo più o meno deludenti. Costa aggiunge che il PD e i suoi alleati hanno reso il paese «incontestabilmente migliore» rispetto a cinque anni fa, ma qui avrei in parte da ridire, poiché la crescita economica e occupazionale avuta è quasi tutta trainata da fattori esterni, e oggi, così come dieci o venti anni fa, l’Italia cresce molto meno di quanto cresca l’Europa (amarcord: questa era un critica che veniva lanciata anche ai governi dell’Ulivo, per dire). L’Italia non si è rimessa in moto, come l’idea portata avanti da Matteo Renzi e dal suo partito sembra suggerire, tutt’altro: l’Italia è nuovamente ritrainata da altre forze, senza alcuno slancio proprio rilevante. Questa realtà va a cozzare con la cosiddetta narrazione renziana presente, che spinge ad andare avanti, e passata, che parlava di rottamazione. Tolti alcuni volti, il Partito

Democratico non ha portato alcuna svolta radicale, e qui mi vedo d’accordo col professor Boldrin, perché anche dove Renzi ha cercato la rottura, cioè sul fronte costituzionale, tutto è andato male (soprattutto per motivi tattici, cioè per aver mancato di evitare la rottura con Forza Italia in occasione dell’elezione di Sergio Mattarella). Dove aveva promesso la rottura, come nel caso della promessa del contratto a tempo indeterminato come modello prevalente di lavoro, ha solo portato decontribuzioni temporanee, e poi a un nuovo boom di cosiddetto precariato. Anche per quel che riguarda un piccolo provvedimento efficace, come quello che ha ridotto l’evasione del canone RAI, sono usciti poi spifferi di potenziale ritirata. E alla fine proprio Renzi, in un’intervista pubblicata ieri sul Mattino, ha tirato fuori il “turatevi il naso” per invitare a votare il partito di cui è segretario.

Il governo Di Maio-Salvini-Meloni è un poco anche il mio incubo: abolire la Fornero e stabilire il cosiddetto “reddito di cittadinanza”, tagliando allo stesso tempo le tasse, mi sembra impresa difficile, e chissà cosa ne esce fuori. Obiettivo immigrazione zero, aiutandoli a casa loro, ma se provano a produrre olio in Tunisia o pomodori (addirittura inventati) in Camerun, questi devono essere bloccati – e come campano? Mah! Chilometro zero, ma anche Made in Italy, sostegno alle imprese italiane che esportano ma guai ai prodotti stranieri – solo a me sembrano strampalate certe cose messe insieme? Anche un banale governo di centrodestra o pentastellato riproporrebbe queste idiosincrasie nei confronti della realtà. Rimane, però, l’obiezione di Boldrin sull’equivoco PD, motivo per cui non si dovrebbe più fermare il declino, ma assecondare il declino, semplicemente perché non c’è altra possibilità che l’inevitablità del declino italiano, che è culturale, politico ed economico; ciò deve portarci, secondo il professore, a porci traguardi di più lungo periodo.

Non ho ancora deciso quale partito votare. Voto nella circoscrizione estero, per cui non sono nemmeno “vittima” dei meccanismi coalizionali della nuova elegge elettorale (ma sono vittima del mancato arrivo della mia tessera elettorale, che spero di recuperare in ambasciata). Tendenzialmente, la penso come Costa, semplicemente perché non credo nell’inevitabilità delle cose, bensì nella possibilità di miglioramento, benché marginale, ma progressivo – e se proprio il miglioramento non si può avere, la scelta del peggio continua a non attrarmi. La tesi dell’economista è che il peggio a breve potrebbe costituire un beneficio nel lungo periodo. A mio avviso, però, questa tesi è tutta da verificare – ma se fosse vera?

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