Sul cosiddetto reddito di cittadinanza a Cinque Stelle

By | 11th March 2018

La notizia, vera, falsa o semplicemente ingigantita, di numerose persone che in alcuni uffici pubblici del sud Italia si sono messe in fila per richiedere il cosiddetto reddito di cittadinanza ha portato acqua al mulino di una delle teorie che tentano di spiegare il successo elettorale del Movimento Cinque Stelle in tutto il paese, soprattutto nel mezzogiorno. Questa teoria più o meno interpreta il successo grillino come un trionfo dell’assistenzialismo meridionale, e resta nel filone di quelle intepretazioni dei risultati e delle tendenze elettorali che più o meno tendono a imputare all’elettorato i propri insuccessi, senza sforzarsi di interpretare e di incanalare diversamente, invece, le problematiche presenti nella società, e di andare oltre certi sintomi, anche quelli deteriori. Non c’è bisogno di ricorrere alla figura del calabrese fannullone per spiegare quella che, con parole più elaborate, si può in un certo modo definire come una richiesta di un nuovo e diverso stato sociale.

Che in Italia manchino misure universalistiche di sostegno al reddito è cosa nota, così come sono noti l’elevato tasso di disoccupazione, soprattutto tra i giovani e soprattutto al sud, e la scarsa qualità di parte del lavoro in offerta in Italia, mal pagato e mal contrattualizzato. Nella fase di elaborazione della sconfitta che stanno attraversando i partiti usciti sconfitti dall’ultima consultazione elettorale, cioè il Partito Democratico e le altre forze di sinistra o di centrosinistra, intepretare male sia la proposta grillina di riforma del welfare sia la reazione da parte dell’elettorato potrebbe essere addirittura esiziale rispetto al tentativo di tornare elettoralmente competitivi nei prossimi anni.

Cosa fondamentale è capire la ratio della proposta dei cinque stelle, che ha le sue ambiguità concettuali, ancor prima che fattuali. Innanzitutto, il reddito di cittadinanza proposto dal M5s non è un reddito di cittadinanza, ma, molto più banalmente, un sussidio di disoccupazione. In altri termini, non è un reddito garantito dello stato a ogni cittadino a prescindere dalla sua situazione lavorativa, di famiglia, economica, cioè solo per il semplice fatto di essere cittadino, ma un sussidio che, per essere recepito, prevede alcune condizioni. L’ambiguità linguistica e concettuale di questo strumento legislativo può, forse, aver attratto, numerosi elettori, ma non è questo il punto. Il punto è, direi, quasi ideologico, o ha comunque a che fare con una certa interpretazione dell’attuale realtà sociale.

Un reddito garantito senza vincoli è legato a una certa idea di liberazione del lavoro con cui lo stesso Beppe Grillo flirta da molto tempo: il fondatore del Movimento, infatti, da anni si interessa del tema. Negli ultimi giorni ha rilanciato dei suoi post pre-elettorali in cui affrontava, appunto, il reddito di cittadinanza, i cambiamenti nel mondo del lavoro, quelli tecnologici e la libertà di scelta dei cittadini-consumatori. Il riferimento culturale e la prospettiva in cui si muove Grillo (e in cui, tra l’altro, si muoveva anche Gianroberto Casaleggio) sono quelli descritti qualche anno fa da Zygmunt Bauman come società liquida, cioè quella società di individui-consumatori in cui la crescente disponibilità di opzioni porta a una sorta di scollamento tra libertà e felicità: più entriamo nella frenesia della scelta continua a tutti i costi di prodotti, servizi, beni, possibilità, più rimaniamo insoddisfatti, laddove, preferendo invece fermarci, lasciare la rat race e cercare la serenità della piccola soddisfazione, abbandoniamo tutte le possibilità di scelta che la libertà moderna ci offre. In fondo, questa è una prospettiva post-moderna che abbandona il tipico connubio liberale tra libertà e felicità, che troviamo nella dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America o nell’utilitarismo dell’Ottocento.

Ricordiamo che i punti programmatici fondamentali dei Cinque Stelle non sono un’elaborazione dal basso, bensì punti stabiliti da Grillo e Casaleggio senior, questo è molto importante. Il programma dei Cinque Stelle si presenta come di buon senso, né di destra né di sinistra, e nei dettagli raccoglie istanze esterne, dal basso o accademiche, o anche dei parlamentari e degli amministratori che ormai hanno acquisito esperienza. I punti fondamentali, però, vengono dai due fondatori. Grillo continuamente critica la necessità di lavorare, eppure il reddito di cittadinanza del M5s perpetua in maniera ideologicamente ambigua questa necessità. Lavorare sì o lavorare no? Non si capisce.

Se i grillini fossero coerenti, proporrebbero un reddito di base garantito tout court, senza condizioni, invece chiedono disponibilità nei confronti di quello che sarebbe un lavoro socialmente utile, così come di possibilità di formazione professionale, nonché la necessità, da parte del disoccupato, di trovarsi ad accettare la terza proposta di impiego, pena la perdita del sussidio. Lo stesso segretario del Partito Democratico, Matteo Renzi, è caduto, invece, nell’ipersemplificazione della proposta durante la scorsa campagna elettorale. Che la proposta dei Cinque Stelle sia tutto fuorché estrema e rivoluzionaria è dimostrato anche dalle critiche che vengono dalla sinistra più o meno radicale: sul Manifesto Roberto Ciccarelli ha derubricato l’idea grillina a banale forma di sussidio da socialdemocrazia continentale subalterna al cosiddetto neoliberismo, una forma di workfare dove il lavoro, qualunque lavoro, è al centro di tutto, non il reddito.

Di fronte all’ambigua ma attraente proposta del M5s, il Partito Democratico non ha saputo, e, forse, visti gli anni di governo, neanche potuto contrapporre un’idea altrettanto convincente. Non poteva, certo, fare finta della crisi ancora persistente in larghissimi strati della società italiana. Allo stesso tempo, non poteva presentarsi agli italiani dicendo che il Jobs Act e il resto della legislazione sul lavoro (dal decreto Poletti ai vari interventi sui voucher) avevano sì permesso (o, come sarebbe meglio dire, accompagnato) la creazione di nuovi posti di lavoro, ma allo stesso tempo avevano tradito la promessa di un lavoro stabile e garantito da tutele crescenti in sostituzione del vecchio articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Nemmeno gli altri interventi del Pd degli ultimi anni, dagli “80 euro” alla stabilizzazione del corpo docente nelle scuole, sono arrivati a toccare le parti più basse della società, rivolgendosi bensì a quel ceto medio o medio-basso che ha sì sofferto la crisi, ma ancora galleggiava o quasi. Il reddito di inclusione è stato creato solo recentemente, la sua dotazione finanziaria è ridotta e il suo raggio di azione circoscritto. Neanche gli altri ammortizzatori sociali, esistenti o riformati, riescono a coprire ciò che il reddito di cittadinanza a Cinque Stelle riesce teoricamente a coprire – d’altra parte, la semplicità di un intervento unico universale è anche ben più “vendibile” elettoralmente di un sistema basato su interventi diversi e sigle non sempre comprensibili, dalla cassa integrazione alla Naspi, fino agli assegni di disoccupazione e agli specifici interventi dei vari enti locali; inoltre, anche queste diversificazioni normative e i relativi cambiamenti legislativi sempre in moto sono cose che potenzialmente allontanano dalla fruizione dei servizi di welfare. L’unica risposta del Partito Democratico è stata nella promessa di istituzione di un salario minimo, che, però, presuppone che un lavoro ci sia, e sperabilmente anche un lavoro che si voglia fare; non tocca il problema dell’assenza di lavoro, non tocca il problema del cattivo lavoro, quello che si fa perché non ci sono alternative.

Non basta ridurre il reddito di cittadinanza a Cinque Stelle a una sirena che ha incantato gli elettori tradizionali di sinistra. Non basta nemmeno evidenziarne le magagne dal punto di vista finanziario: in un quadro elettorale in cui la credibilità delle promesse elettorali è molto bassa, dire ciò che è vero, cioè che il piano grillino è molto difficilmente finanziabile, non produce nessun vantaggio competitivo. Non si può nemmeno dire che Di Maio e i suoi hanno vinto grazie ai disoccupati e ai sottopagati, poiché il M5s è andato forte in quasi tutte le categorie sociali e di età. Capire cosa è, a quale ideologia di fondo, seppur ambigua, rispondono le promesse di welfare grilline, e quali esigenze cercano di soddisfare, è il modo migliore per proporre piattaforme politiche e programmatiche nuove e più convincenti. Non basta attendere che “gli altri” falliscano la prova del governo, o deriderli macchiettisticamente, per tornare in sella.

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