La Padania, aspirante provincia russa

By | 2nd April 2018

Il riciclarsi da movimento autonomista, se non indipendentista, del nord Italia a soggetto nazionale da parte della Lega è stato uno dei fenomeni politici (ma anche comunicativi e culturali) che più mi hanno incuriosito negli ultimi anni. Non che i partiti siano monoliti ideologici immutabili, per carità, ma ancora oggi lo statuto del soggetto politico guidato da Matteo Salvini prevede come finalità «il conseguimento dell’indipendenza della Padania», pur, allo stesso tempo, essendosi trasformato in partito sovranista e identitario, quasi a scimmiottare il Front national francese.

Appare interessante anche la nuova proposta politica e programmatica della Lega (nome ufficiale: Lega Nord per l’Indipendenza della Padania), movimento che una volta voleva rappresentare le regioni più ricche, più produttive e più europee dell’Italia – e non parliamo solo dei più o meno fastosi anni ’80 o ’90, ma anche degli anni in piena crisi finanziaria. Era solo il 2012, infatti, quando l’allora segretario nazionale lombardo Matteo Salvini (altra caratteristica ancora attuale della Lega è che le cariche che per i non leghisti sono regionali vengono chiamate “nazionali”, mentre quelle che per tutti sono nazionali vengono chiamate “federali”) dichiarava: «La Lombardia e il Nord l’euro se lo possono permettere. Io a Milano lo voglio, perché qui siamo in Europa. Il Sud invece è come la Grecia e ha bisogno di un’altra moneta. L’euro non se lo può permettere». Una razza una faccia, insomma, ma solo sotto la linea gotica. Sopra, direttamente catapultati nelle Fiandre.

Successivamente arrivano la svolta, l’infatuazione per gli anti-euro, i consigli economici e le candidature di Borghi e Bagnai e il desiderio di un’uscita dalla moneta unica che fa gli interessi tedeschi mentre la sovranità nazionale viene intaccata da quei burocrati di Bruxelles. Nel frattempo, spunta la crisi migratoria, ma qui si resta sul tradizionale, poiché c’era già Umberto Bossi che voleva i cannoni contro i barconi.

Arriviamo, così, oggi, al sogno di un mondo padano in cui si sospende Schengen, con frontiere chiuse ovunque, da est a ovest, e poi via, a stampare moneta alla faccia di Bruxelles e Berlino, blindando il Mediterraneo. In fondo, cosa ci interessa del vicinato? Dazi su quello che non ci piace, tipo l’olio tunisino, oltre ai pugni sul tavolo contro Germania e Francia, che sono solo al di là delle Alpi, fino a distruggere una costruzione continentale vecchia di qualche decennio e, infine, trovare tempo per fare gli occhi dolci solo a chi ci è lontano e che di nome fa Vladimir, un tipo forte e deciso che ogni tanto sconfina a sud o ovest, non avrà risultati economici eccellenti per il suo paese, ma lui sì che sa come «cauterizzare l’emorragia siriana».

Insomma, si fa tutto in casa, torniamo sovrani, sovranissimi, sbattendo le porte in faccia a mezzo continente, lasciandoci magari cullare dall’amicizia con Mosca, che, si sa, non fa mai la parte del grosso bullo con i piccini che la circondano e con gli alleati, mai mai mai. Non è dannoso uscire da un’enorme area di libero commercio dietro solo agli Stati Uniti in termini di prodotto interno lordo, figuriamoci, ma lo è sostenere le sanzioni contro Mosca. E poi, magari, se la nuova lira non ha proprio un grande successo, si può sempre provare ad adottare il rublo e a provare a vedere con un post su Facebook se funziona ancora la vecchia tattica di tentare di incolpare quei terroni, che, in fondo, meritano di fare la fine della Grecia.

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