La lunga opposizione a Matteo Salvini

By | 3rd September 2018

Un’intervista a luglio al Washington Post e il recente incontro a Milano con Viktor Orbán hanno chiarito, o forse sarebbe meglio dire che hanno puntualizzato, la linea di Matteo Salvini in tema di immigrazione.

I critici del ministro dell’interno spesso fanno leva sull’alleanza politica del segretario della Lega Nord con il primo ministro ungherese e con gli altri capi di governo del cosiddetto gruppo di Visegrad per basare le loro critiche sull’apparente incoerenza tra le continue richieste del governo italiano di redistribuzione dei migranti negli altri paesi dell’Unione Europea e il rifiuto, da parte degli stessi alleati europei del vicepremier, di accettare le richieste di ospitalità. In realtà, l’attività diplomatica del governo Conte negli ultimi mesi, in occasione di qualsiasi arrivo di migranti via mare verso l’Italia, è stata del tutto estemporanea, più simile all’esercizio di tentate prove di forza nei confronti del resto dell’Unione (Francia in primis) che a una linea politica coerentemente volta, come si diceva sopra, a una riforma della gestione dell’immigrazione nel senso di un maggiore sforzo collettivo continentale nel governo degli arrivi, nelle spese e nella redistribuzione tra stati. La linea esplicitata da Salvini, invece, è quella del rifiuto di qualsiasi accoglienza, della costruzione di una policy europea di respingimenti che, qualora non venga perseguita ed eseguita, dovrebbe lasciare spazio alle singole iniziative nazionali di presunta protezione dei confini (e in questo senso, non sostanzialmente, ma solo in seconda battuta, anti-europea o euroscettica).

Cercare di incastrare Salvini sull’apparente contraddizione di cui sopra è, quindi, fattualmente fuorviante e, dal punto di vista della retorica politica, anche inefficace. Matteo Salvini ha candidamente dichiarato che «è finita la pacchia» e che pianifica (almeno a parole) un sistema più efficace di controllo ed espulsione. Questa linea politica si accompagna, o si dovrebbe accompagnare, all’aiuto «a casa loro»: sempre il leader leghista ha dichiarato che si deve spendere di più per l’aiuto all’Africa e meno, ad esempio, per gli accordi con la Turchia in materia di controllo dei flussi migratori. Come pensi di dare seguito, limitatemente all’Italia, a queste generiche promesse di aiuti internazionali poco prima di una legge finanziaria destinata a trovare fondi per promesse dispendiose come il cosiddetto reddito di cittadinanza e la cosiddetta flat tax è ancora tutto da capire. Comprendere, però, che la linea di Salvini è di chiusura dura e pura può aiutare nel fare ordine di idee.

La riforma del regolamento di Dublino (a proposito del quale tralascio, per carità di patria, le ipocrisie leghiste) era un obiettivo (non raggiunto) dei governi di centrosinistra, che, invece, seppero solo strappare promesse non mantenute di ricollocamento obbligatorio, divenuto volontario sotto il governo Conte poche settimane fa. Allo stesso tempo, l’opera del governo Gentiloni per mano dell’allora ministro Minniti seppe ridurre l’emergenza (o cosiddetta tale) con accordi nel nord Africa – molto criticati, per giunta, dal punto di vista umanitario. Anche il centrosinistra si muoveva, tutto sommato e in un certo senso, nel solco dell’esecutivo attuale: si voleva fermare l’afflusso anche (senza dopo tutto dirlo apertamente) con azioni moralmente discutibili, e non immediatamente gestirlo – o forse quello, a differenza di questo esecutivo, almeno voleva far intendere che la gestione sarebbe stata possibile in una futura seconda fase post-emergenziale, che però per il centrosinistra non è mai arrivata, se non alcuni mesi prima e dopo le elezioni, e che non c’era un’ostilità pregiudiziale nei confronti dei nuovi arrivati. Il linguaggio usato dal Partito Democratico, ad esempio, ha oscillato per lungo tempo tra l’ammissione dell’esistenza di un’emergenza (da cui almeno uscire), la richiesta pubblica di riconoscimento di uscita dall’emergenza (anche a livello locale), e il rifiuto di accodarsi a chi parlava di emergenza – o almeno questa è stata l’impressione, e qui si entra nel discorso che riguarda la formazione del sentimento dell’opinione pubblica. Oppure, per metterla in un’altra maniera ed essere più buoni nei confronti dei passati governi: questi non erano più in grado, dopo alcuni anni a Palazzo Chigi, di stabilire gli argomenti e i termini del dibattito pubblico e di ridurre la sensazione emergenziale, permanente e crescente anche a dispetto di alcuni fatti e di alcune tendenze di senso opposto (e, a onor del vero, un certo, lieve, cedimento culturale “verso destra” lo aveva avuto il governo Renzi).

Si capisce quindi che di fronte a una linea di chiusura forte e senza compromessi, di azioni simboliche e di promessi rimpatri, l’attuale opposizione potrebbe in primo luogo soprattutto offrire, almeno come iniziale tentativo di convincimento dei cittadini, un’esperienza passata di chiusura più pragmatica in attesa di un cambio di volontà da parte degli altri stati membri dell’Unione Europea – un’esperienza, che, a dire il vero, come mostrano i numeri, si è trovata tutto sommato a essere seguita da una sostanziale decrescita degli arrivi, senza vedersela, forse, adequatamente riconosciuta a livello mediatico e politico. Il punto che voglio cogliere, tuttavia, non è questo, ma un altro.

I due approcci sono sì diversi ma si muovono sempre nell’ambito dell’emergenza. L’alternativa a questi due dovrebbe essere, quindi, la gestione non emergenziale. E’ chiaro, quindi, che l’opposizione a Salvini non possa farsi forte solo di generici buoni sentimenti o di accuse (peraltro fondate, va detto) nei confronti di un linguaggio da duro, a tratti mussoliniano. Si tratterebbe di una terza via assai debole, di fronte a un discorso pubblico che vede momentaneamente trionfare temi e sentimenti da società chiusa – un’ulteriore inadeguata proposta politica, verrebbe da dire. L’alternativa quindi – dicevo – è la gestione ordinaria del fenomeno, in qualsiasi misura esso si presenti, che invece è stata lasciata carente, frammentaria, disorganizzata e spesso disumana nei decenni passati, sia a livello nazionale, sia a livello europeo.

Ora, va da sé che non è possibile andare a Budapest, a Varsavia, o anche a Parigi, a puntare la pistola alla tempia degli altri governanti. E’ evidente, però, che il ripensamento della gestione dell’immigrazione puntando a una riforma complessiva del sistema di accoglienza in Italia è fondamentale per proporsi come alternativa. Il problema, però, sono i tempi lunghi – ma in che senso?

Come già scritto, i temi e i sentimenti dominanti non permettono di contrastare l’azione governativa e certe parole d’ordine – l’agenda la stabiliscono Matteo Salvini dal suo smartphone e quella galassia di quotidiani, programmi televisivi, siti, profili e pagine di social network che non raramente si appoggiano al sensazionalismo, alla semplificazione, se non alla mistificazione vera e propria. Se, però, dall’altra parte non c’è nulla di concreto, complessivo, studiato, potenzialmente efficace da proporre razionalmente, ostinatamente, quasi a testa bassa agli italiani, non si vede come l’onda possa scendere.

A mio avviso sono due le cause dirette della popolarità delle politiche salviniane (lascio perdere quelle più generali): un certo latente razzismo di parti, pur minoritarie e forse non coscienti di ciò, della società italiana, e il fastidio nei confronti degli effetti della disorganizzazione pluridecennale nella gestione del fenomeno migratorio. Il primo punto va combattuto culturalmente. Il secondo va affrontato politicamente, con una proposta che vada oltre il dare a Salvini del fascista o il riciclo della linea, pur non priva di meriti, di Minniti. Le buone e generiche intenzioni e i riflessi pavloviani, in questo senso, poco possono aiutare.

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