La Cianciulli

By | 3rd February 2019

Barbara Bracco, La saponificatrice di Correggio. Una favola nera, Il Mulino, Bologna 2018.

Uno dei libri più interessanti che mi è capitato di leggere lo scorso anno è stato un breve saggio di Barbara Bracco, storica dell’Università di Milano Bicocca, che ricostruisce le indagini, la detenzione in manicomio e il processo a Leonarda Cianciulli, nota giornalisticamente come la saponificatrice di Correggio, località in provincia di Reggio Emilia.

I fatti attorno ai tre omicidi per cui la Cianciulli fu condannata sono, in linea di massima, abbastanza noti: la carnefice, moglie di un funzionario pubblico e con antichi precedenti penali per furto e truffa, tra il 1939 e il 1940 attirò a casa sua con false promesse di matrimonio o di lavoro tre donne. Ognuna di loro fu uccisa e, stando a quanto raccontò la Cianciulli nel suo memoriale, i loro cadaveri furono saponificati oppure mangiati (ad esempio, trasformati in farina per biscotti o finiti in marmellate). Quanto ci fosse di vero nel racconto che la Cianciulli fa nel processo e, soprattutto, nel suo lungo scritto redatto durante la sua permanenza pre-processuale a guerra in corso ad Aversa, è stato da sempre oggetto di dibattito. La perizia scientifica dell’epoca, infatti, concludeva che la quantità di soda caustica utilizzata dall’assassina era insufficiente per concludere il processo di saponificazione di un corpo di un essere umano.

Resta fuori di dubbio la colpevolezza della Cianciulli rispetto ai tre crimini, per concorso nei quali fu accusato uno dei figli della donna, infine però assolto con formula piena. Interessanti, però, restano il periodo di soggiorno presso il manicomio civile di Aversa, in cui fu seguita da Filippo Saporito, illustre psichiatra lombrosiano dell’epoca, e le considerazioni sociologiche attorno al processo che si tenne nell’immediato dopoguerra.

La nascita del lungo memoriale della Cianciulli ha, infatti, luogo sotto la supervisione del professor Saporito, e non è ben chiara la misura in cui, in quelle centinaia di pagine, ci siano fatti e pensieri reali o veritieri, quanto la donna abbia voluto aggiungere dettagli più o meno fantasiosi alla sua storia col passare del tempo, o come un’eventuale revisione del testo da parte di avvocati od operatori della struttura in cui era ospitata abbia stravolto il contenuto originale. Fatto sta che le motivazioni e la mente dell’assassina (persona ritenuta abbastanza eccentrica dai suoi compaesani) ondeggiano in continuazione tra ragioni di carattere materiale, tipiche di un’Italia non ancora in guerra ma già proiettata verso il conflitto e memore della povertà e delle morti del passato, ad altre, di carattere quasi stregonesco. La donna, infatti, sì prese possesso di vari beni delle vittime, ma ben presto iniziò a spiegare le sue azioni con un’esigenza, quella di effettuare sacrifici necessari alla salvezza dei suoi figli, che, a suo dire, avrebbero rischiato la vita.

Nel racconto della Cianciulli, nel corso degli anni che portano al processo, l’elemento sovrannaturale prende il sopravvento, mentre la donna tenta il suicidio più volte e lei stessa continua a sottolineare l’aspetto che potremmo definire di magia nera delle sue azioni.

Finita la guerra, inizia il processo, con la curiosità generale della stampa così come delle persone comuni, che affollano l’aula del tribunale a ogni udienza. Tutti sono curiosi e voglio vedere la saponificatrice di Correggio. L’accusa, intanto, è ben poco convinta dalla relazione di Saporito e, invece, punta più sul movente economico della donna, che voleva solo impossessarsi dei beni delle tre vittime. Lo svolgimento processuale gira attorno a due figure femminili idealtipiche, quella della donna-strega, malevola, ingannatrice, e quella della donna ingenua, che si fa abbindolare dalla prospettiva di un marito o di un nuovo impiego, incapace di leggere la malvagità che gli si para di fronte. Il processo Cianciulli, insomma, naviga tra due concezioni semplicistiche e “tradizionali” della donna, e non coglie la complessità della figura, o delle figure, che si trovano coinvolte nei fatti di Correggio.

La spettacolarizzazione del procedimento giudiziario, inoltre, ci suona molto familiare, simile a quello che abbiamo visto negli ultimi decenni in Italia e altrove. Grande attenzione catturò l’abbraccio tra l’imputata e il figlio Giuseppe Pansardi, il quale, secondo la pubblica accusa, avrebbe portato fuori casa per sbarazzarsene almeno la testa di una delle vittime. Non passò nemmeno inosservata la testimonianza di Nella Barigazzi, domestica di casa Pansardi, la cui melodrammatica deposizione fu ricca di particolari, dal pentolone sul fuoco all’odore sgradevole che questo emanava. L’interesse per la cronaca nera, tuttavia, non è un tratto peculiare dei nostri tempi, poiché già negli anni precedenti i crimini di Leonarda Cianciulli la stampa e il pubblico avevano seguito con attenzione vari casi di omicidio.

Condannata, il suo nome scomparve dal dibattito pubblico, tornando sui giornali in poche occasioni (ad esempio, in occasione della chiusura del manicomio di Aversa nel 1955 o della sua morte nel 1970). Attirò per alcuni mesi, certo, le attenzioni di un’Italia contadina, di un paese che aveva fatto in quel secolo quotidiana esperienza con la violenza, con l’urgenza di salvare la vita dei propri cari e di preservare la propria situazione economica per il presente e per il futuro.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.