Politica e linguaggio: per un nuovo discorso di verità in Italia

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L’anno solare si conclude con l’approvazione della cosiddetta “Manovra del popolo”, termine propagandistico coi cui il partito di maggioranza relativo, il Movimento Cinque Stelle, chiama la legge di bilancio per l’anno 2019 e per il triennio 2019-2012. Si tratta di un termine, tra l’altro, che si aggiunge a un lessico e una comunicazione che non si possono definire, forse, ideologizzati, ma sicuramente discutibili in relazione a dati di realtà.

Se il termine “Governo del cambiamento” rientra, tutto sommato, in un utilizzo del vocabolario teso a sottolineare aspetti puramenti politici, affermazioni come quella secondo cui l’esecutivo avrebbe “abolito la povertà” fanno, purtroppo, abbastanza ridere. Fa restare più perplessi notare come due dei provvedimenti principali finanziati dalla manovra siano semplicemente etichettati con nomi ingannevoli: il cosiddetto reddito di cittadinanza, infatti, non è altro che un sussidio di disoccupazione condizionato, cioè non è ciò di cui porta il nome, mentre la cosiddetta flat tax, proprio per il suo campo limitato e per il fatto di lasciare in vigore diverse aliquote, è tutto fuorché una “tassa piatta“, e si può tranquillamente ridefinire in linguaggio più asettico come riforma fiscale.

La riflessione sul modo di esprimersi utilizzato dagli esponenti della maggioranza gialloverde non deve essere un esercizio da studiosi della comunicazione, né deve cercare di mettere paletti e criteri per un linguaggio oggettivo, su cui si potrebbe discutere forse all’infinito. Deve, piuttosto, essere uno spunto per ridefinire il modo e i contenuti dell’opposizione al populismo al potere in Italia, non solo per denunciare il linguaggio ingannevole relativo ai due provvedimenti in ambito sociale e fiscale di cui sopra, ma per dare contenuto alla denuncia stessa e rappresentare i limiti di quelle misure.

Ad esempio, la critica al cosiddetto del cosiddetto reddito di cittadinanza come forma estrema di assistenzialismo improduttivo deve essere, come minimo, articolata meglio. La proposta dei Cinque Stelle, che presto vedrà la luce dove aver ottenuto (miseri) finanziamenti, infatti, dà tuttavia un tentativo di risposta all’esigenza di riforma e di estensione dello stato sociale che è presente in larghissime parti del paese. Accusare il cosiddetto e altamente imperfetto RdC di incentivare il lavoro nero o di aiutare i fannulloni non coglie affatto il motivo della popolarità del provvedimento nell’elettorato grillino (e non), soprattutto in alcune regioni. Da notare è, tra l’altro, che è una critica che viene mossa da destra (Forza Italia) così come da sinistra (Partito Democratico). Se dal lato di Forza Italia, però, ha un senso farlo, nel tentativo di conquistare o riconquistare elettori leghisti, non lo ha da quello del Pd, che, nel tentativo speculare e opposto di riprendersi grillini “di sinistra”, lancia le stesse accuse dei berlusconiani. C’è da notare che nelle ultime settimane questa è stata la dinamica principale seppur non apparentemente coordinata delle due principali opposizioni, cioè di criticare la Lega per aver ceduto ai grillini, e di criticare i Cinque Stelle di essere scivolati ancor di più a destra: se entrambi i fronti lanciano la stessa critica al RdC, però, qualcosa non quadra, e io sospetto che a essere fuori strada sia proprio la strategia del Partito Democratico.

Proprio dal punto di vista dello stesso Partito Democratico, questo atteggiamento rischia di essere perdente in considerazione della linea politica che potrebbe uscire fuori dal congresso a base di primarie che si concluderà a marzo (che un congresso si svolg con delle primarie io lo trovo cervellotico, sia messo in chiaro). La mozione Zingaretti, infatti, propone esplicitamente un’apertura verso l’elettorato progressista dei Cinque Stelle ancora troppo diffidente verso il centrosinistra. Il modo in cui è strutturato il cosiddetto RdC, inoltre, lo fa cadere all’interno, comunque, del modello attuale di stato sociale, basato su condizionalità di reddito, di impiego e di salute. Proprio perché non si tratta di un vero reddito di cittadinanza non apre a un modello di stato sociale diverso e incondizionato. La lotta all’interno dello stesso paradigma, quindi, si deve basare sulla denuncia dell’inefficienza dei provvedimenti approvati e da approvare, sul fatto che si tratta di un sistema simil-tedesco abbastanza maccheronico dove manca tutta la parte relativa ai centri per l’impiego, senza aggiungere i problemi relativi alla quantità e all’allocazione delle risorse e del personale a disposizione. Sottolineare polemicamente, infine, che la priorità è la creazione del lavoro significa pronunciare parole vuote di fronte a coloro che vivono in territori dove, semplicemente, il lavoro non c’è. Ancora più tedioso sarebbe continuare a trastullarsi ancora oggi in dibattiti su alleanze o su se e quanto il M5s sia di sinistra.

Importante sarà, nel 2019, l’abbandono anche di un certo paternalismo. In parole povere: non si può lasciar intendere agli elettori di considerarli ignoranti. Sì, è vero, è largamente diffuso un certo “pensiero magico” in ambito economico, per non parlare del propagarsi di idee anti-vacciniste o del mai sopito forcaiolismo di varie fasce della popolazione, ma sospetto che una via terza tra il lisciare il pelo e lo scontro frontale ci sia. L’esercizio della politica come discorso di verità e di rappresentazione della realtà è fondamentale in questo caso, e il possesso di capacità dialettiche volte a ottenere un ragionato consenso e la volontà di esercitarle sono, forse, il mezzo da utilizzare. L’atteggiamento dell’intellettuale che lamenta il trionfo degli incompetenti (pur non avendo tutti i torti) o lo stile cattedratico dello specialista (che comunque ha tutti i titoli per dire in maniera abbastanza intransigente agli altri di tacere mentre lui spiega) non sono e non possono essere il metodo di comunicazione e di creazione del consenso del politico.

Lo stesso discorso di verità va fatto in tema di immigrazione, frontiere e (tema non necessariamente collegato) sicurezza. L’opposizione a Matteo Salvini all’interno della descrizione della realtà fatta dallo stesso Matteo Salvini è, a mio avviso, destinata a non funzionare. Qui, secondo me, le forze in un certo senso progressiste, diciamo da quelle liberali a quelle socialdemocratiche, devono impostare un discorso diverso. Gestire, organizzare, regolare, legalizzare: queste dovrebbero essere le azioni di un programma di governo alternativo al salvinismo e alla sua miscela di sensazionalismo, repressione, ordine, restringimento degli spazi di legalità giustificati paradossalmente dalla richiesta di ripristino della legalità stessa (anche qui, parole d’ordine e conseguenze reali seguono vie diverse). Cos’altro è, tutto sommato, il decreto Salvini, se non un tentativo di restringere gli spazi per gli immigrati che si unisce all’assoluta mancanza di volontà di tentare una maggiore europeizzazione del problema, a una comunicazione aggressiva e caricaturale dei fenomeni migratori e dei loro numeri, alla volontà di colpire anche attività come i cosiddetti negozietti etnici, nel quadro di un piano ormai palese di creazione di un ambiente ostile?

Gestire, organizzare, regolare, legalizzare l’immigrazione, quindi, per dare a chi viene qua un percorso lineare, definito (e finanziato) di integrazione piena nella società. Lo stesso discorso vale per gli stupefacenti, tema mai amato troppo a sinistra e che nella scorsa legislatura sembrò trovare una possibilità di sbocco (poi non realizzatasi) nell’iniziativa Cannabis legale. Lo spaccio di droga è un grande canale di sopravvivenza per coloro che arrivano qua e non hanno possibilità di lavorare, perché non seguiti, non formati, o semplicemente perché illegali. Il commercio e il consumo di droga forniscono da vivere a molte di queste persone, inoltre riempiono le carceri, tengono impegnate le forze dell’ordine e costituiscono, alla fine della fiera, una spesa in termini finanziari per lo stato e sociali per la collettività. La legalizzazione di alcune sostanze e forme di depenalizzazione sul modello portoghese restringerebbero fortemente le zone di azione crimine. Questo, inoltre, sarebbe davvero un punto su cui sfidare a livello parlamentare e di opinione pubblica il Movimento Cinque Stelle.

Ci sono altri temi da affrontare con un discorso di verità, uno su tutti l’Europa. Non si può criticare l’euroscettiscimo leghista e grillino un giorno, e accusare il governo Conto di aver presentato una manovra scritta a Bruxelles dall’altro. Innanzitutto, perché quest’ultimo fatto non è vero. In secondo luogo, perché la via dell’antieuropeismo non è una via, punto. L’offerta elettorale è già satura lì, e invece rivolgersi all’elettorato con un certo, positivo, europeismo, marcherebbe la differenza. Occhio, però: qui non si tratta di andare alla ricerca di un “mercato” elettorale, bensì di rispolverare ragioni ideali e programmatiche, di ribadire le libertà individuali garantite dall’appartenza all’Unione Europea, riscoprire la spinta internazionale, che sia di classe (l’Europa sociale) o dei cittadini (gli Stati Uniti d’Europa). Altrimenti non si fa bella figura, così come non la fece Matteo Renzi quando eliminò le bandiere a dodici stelle dallo sfondo di una conferenza stampa pochi giorni prima il voto referendario del 2016. La sinistra italiana non dovrebbe ridursi a quello che è Jeremy Corbyn nel Regno Unito, per dirla breve.

La strada a un cambiamento del sentimento politico in Italia è lunga. I partiti di governo sono decisamente popolari, mentre la finanziaria approvata permetterà comunque, a un certo punto, di presentare a un certo numero di cittadini quel cosiddetto RdC tanto sbandierato. Il populismo italiano è qui per restare. La sua opposizione deve rendersene conto, ragionare sul lungo periodo, lavorare nella società perché qualcosa di più profondo cambi rispetto ai sondaggi o ai numeri parlamentari per una qualche nuova, ipotetica, coalizione di governo.

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