Il ritorno della maggioranza naturale

By | 8th March 2019

La presentazione e la visualizzazione di numeri e dati sono un fattore importante nella lettura che si dà dei suddetti numeri e dati che, si presume, siano oggettivi. Prendiamo come esempio i sondaggi elettorali in Italia.

Questi sondaggi, spesso, dividono i partiti in tre o quattro grandi blocchi: l’area del sedicente “governo del cambiamento”, quella di centrosinistra, quella di centrodestra, più talvolta un generico gruppo di piccoli partiti definiti come “altri” (come fa, ad esempio, Agorà su Rai Tre con gli studi di EMG). Un altro modo è quello di raggruppare loghi e percentuali rispetto alla posizione dei partiti – di sostegno o di fiducia – in relazione al governo almeno formalmente guidato da Giuseppe Conte (si vedano, ad esempio, le tabelle di Piazza Pulita su La7 che mostrano i sondaggi effettuati da Index). In maniera un poco più neutrale, visto che i partiti e le liste sono elencati ognuno per conto proprio, vengono presentate da parte del Corriere della Sera le rilevazioni di Nando Pagnoncelli.

Ognuna di queste visualizzazioni si basa su una certa interpretazione che viene data o che si vuole dare, o semplicemente pone l’accento su alcuni elementi (l’allenza di governo o quella elettorale, ad esempio). Eppure, è tradizione ormai dal 1994 quella di mostrare i raggruppamenti in un certo modo: mi pare di ricordare che, vigente il governo Monti, i partiti che lo appoggiavano non venivano solitamente raggruppati come area di governo, poiché era noto a tutti che le forze che sostenevano l’esecutivo rimanevano almeno elettoralmente alternative. Non vedo perché lo stesso discorso non valga per l’esecutivo giallo-verde, che si regge su un cosiddetto contratto e non su un’alleanza sistematica e organica come sono state, nel corso della cosiddetta Seconda Repubblica, il Polo delle Libertà, i Progressisti, l’Ulivo, l’Unione, la Casa delle Libertà e così via.

In tutte le elezioni che hanno seguito le politiche lo schema centrodestra/centrosinistra/M5s/altri è rimasto immutato. Al di là delle carinerie e dei brontolii, l’asse che unisce da lungo tempo Berlusconi, la Lega, la destra più o meno nostalgica o nazionalista e qualche gruppetto di democristiani non si è mai spezzato. Seguire lo stesso schema rivela un’altra realtà dei numeri.

Tutte le stime presentano il centrodestra ben sopra il 40%: tornando ai tre rilevamenti citati sopra, Index dà la coalizione almeno al 48,1%, EMG attribuisce il 46,8%, mentre Ipsos arriva addirittura al 49%. Sono dati costanti o in crescita da mesi e sono assolutamente comparabili al rendimento storico che, elettoralmente, ha visto i partiti che oggi sono guidati da Salvini, Berlusconi, Meloni e Cesa al minimo tra il 2013 e il 2014 (poco sopra il 30%), ma assai spesso sopra il 40%, col consenso della maggioranza assoluta degli elettori raggiunto o almeno sfiorato più volte negli ultimi ventisei anni. Considerata la presenza costante di terze forze più o meno rilevanti, i voti effettivi ci dicono che alle urne i partiti che si autodefiniscono moderati, liberali o di buon senso sono stati quasi sempre la maggioranza strutturale del paese.

Risultati elettorali dei partiti di centrodestra nella cosiddetta Seconda Repubblica

I movimenti di opinione più recenti nel paese a questo hanno portato, cioè alla ricomposizione di quella che è la maggioranza naturale del paese dalla fine della cosiddetta Prima Repubblica. Detta in altri termini: data la presenza di due alternative (M5s e centrosinistra), e tenendo presenti i meccanismi della legge Rosato, questi numeri mostrano che salvo crolli o divisioni, il risultato quasi pre-impostato, di default, di ogni competizione elettorale nazionale in Italia è la vittoria del centrodestra.

È stato mostrato e studiato che il M5s nasce rubando inizialmente elettorato e attivisti a sinistra, per poi iniziare a assorbire la destra. Ora assistiamo al ritorno di almeno un pezzo di quest’ultima alla base. In occasione delle ultime regionali in Abruzzo, a L’Aquila almeno metà dei voti alla Lega sono provenuti dai Cinque Stelle, mentre a Pescara e Teramo il candidato del centrodestra è stato quello che ha maggiormente beneficiato dell’esodo grillino. Più recentemente ci sono state le regionali sarde: a Sassari gli ex elettori del M5s hanno portato sostegno soprattuto al candidato sostenuto dalla Lega, mentre inferiore è stato l’effetto a Cagliari (città del candidato del centrosinistra, dove già era stato sindaco per due mandati). Pur scontando il ricambio generazionale (anche gli elettori muoiono), appare che i consensi si stiano riposizionando in un maniera più naturale, nel senso di meno statisticamente irregolare, rispetto alla storia italiana degli ultimi due decenni e mezzo.

In altri termini – e concludo – si sta ricostituendo (o si è già ricostituita) la maggioranza di base dell’Italia della Seconda Repubblica, con una differenza importante, cioè quella dei rapporti di forza tra partiti invertiti: laddove Berlusconi raccoglieva vasti consensi e governava grazie ai voti del nord leghista, oggi la Lega nazionale (che però riproduce almeno una caratteristica di quella bossiana, cioè la preferenza costante dei livelli di governo inferiori rispetto a quelli superiori) è il soggetto principale e gli altri le girano attorno. Tutte le opzioni di opposizione e di creazione di alternativa politica e non solo politica di fronte al trionfo nei consensi, nelle parole e nelle menti (quasi a livello di egemonia culturale) della Lega di Matteo Salvini all’interno dell’area che viene definita moderata e nel paese in generale non può non tenere conto di questo dato di fatto. I Cinque Stelle collezionano gaffe e crisi e rovesci, ma non sono il mostro del livello finale del gioco.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.