Il bravo italiano

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Filippo Focardi, Il cattivo tedesco e il bravo italiano. La rimozione delle colpe della seconda guerra mondiale, Laterza, Roma-Bari 2013.

Il modo in cui ognuno di noi si descrive informa, tutto sommato, il modo in cui poi si agisce. Lo stesso discorso si può, credo, applicare alla memoria collettiva. Un mio interesse nel capire come noi italiani ci dipingiamo, e perché ci dipingiamo così – un interesse che nasce da quando mi sono trasferito per la prima volta all’estero, ormai nove anni fa, e ho quindi subito il distacco dal mio paese – mi ha portato a leggere con estremo interesse questo libro di Filippo Focardi, professore di Storia Contemporanea presso l’Università di Padova.

Devo dire che non posso giudicare il libro con gli occhi dello storico, per cui potrebbe anche essere che una certa sensazione che ho avuto di ripetitività nei contenuti sia dovuta invece alla giusta necessità, da parte dell’autore, di fornire un’argomentazione dettagliata volta anche a segnalare le varie venature del modo in cui si è raccontata sul finire della seconda guerra mondiale e nelle primissime fasi del dopoguerra l’esperienza del fascismo e della guerra in Italia (nella politica, sulla stampa, alla radio, tra gli intellettuali) e all’estero. D’altro lato, tutti i capitoli hanno accresciuto la mia curiosità e la voglia di approfondire, a partire da quelli iniziali che trattano della propaganda alleata, che mirava a rompere il fronte interno e a indebolire il fascismo, e di quella partigiana, del CLN, della monarchia, che con sfumature diverse (ad esempio, sul giudizio storico e politico dell’operato di Vittorio Emanuele III di Savoia) cercava di ricompattare la popolazione, di riscattare il passato, e anche di portare avanti un’opera di pubbliche relazioni nel tentativo di innalazare lo status di mero cobelligerante che l’Italia aveva ottenuto dopo l’8 settembre. Si tocca anche quella propaganda di chi cercava di spiegare o giustificare il fascismo finale come, ad esempio, un tentativo di evitare agli italiani ulteriori sofferenze da parte dell’invasore germanico.

Il libro segue con il racconto dell’unanime condanna (dagli “antiantifascisti” e dai qualunquisti, fino alle sinistre, passando per il centro politico e per gli apparati militari) del regime hitleriano, e il riconoscimento (con gradazioni diverse, invece) di Benito Mussolini quasi come responsabile unico in Italia dell’esperienza fascista e del seguente intervento bellico. Il popolo italiano, insomma, venne giudicato come vittima del Ventennio, non come sostenitore, almeno in parte, del regime e della sua opera. La guerra, insomma, fu imposta agli italiani, mentre i tedeschi, d’altro lato, erano esattamente tutti o quasi come il loro capo, cioè feroci, spietati, bellicosi, inumani. Questo racconto sì aveva alla base un fondo di verità basato sull’effettivo comportamento generale dell’esercito italiano occupante, ma allo stesso tempo ignorava tutte le azioni deplorevoli di cui era stato protagonista e che erano assolutamente comparabili a quelle che compiute dall’esercito nazista (basti pensare ai crimini commessi in Iugoslavia, rimasti vivi nella letteratura slovena, ad esempio, o a quelli in Etiopia).

Quello del bravo italiano, quindi, negli anni finali della guerra e in quelli immediatamente successivi veniva contrapposto a un altro luogo comune, quello del tedesco crudele, che non solo si comportava in maniera atroce nei confronti delle popolazioni dei paesi invasi e di quelle perseguitate con finalità di sterminio, ma anche verso l’alleato italiano mostrava un odioso senso di superiorità e un’assoluta mancanza di collaborazione. Questo cliché, però, ignorava gli episodi di guerra in cui tedeschi e italiani combatterono insieme, fianco a fianco, o quelli in cui furono i nostri connazionali a partecipare senza esitazione alle opere di rastrellamento di ebrei e altre minoranze, e in qualche modo descriveva in maniera sproporzionata certi comportamenti delle armate naziste in Africa, ritenute responsabili della morte di migliaia di soldati italiani abbandonati nel deserto che, però, vale la pena ricordare, si ritrovarono riforniti da Roma con mezzi insufficienti a poter effettuare un’appropriata ritirata.

Insomma, il bestiale tedesco veniva contrapposto al povero italiano, moderato e umano nella versione del soldato occupante, se non addirittura vittima rispetto all’alleato di guerra, ai propri superiori, e al proprio capo politico, Mussolini. Benché questa visuale distorta della realtà sia stata superata in ambito storiografico, Focardi fa notare che invece resiste nell’opinione pubblica, rafforzata anche da certi tentativi istituzionali di unificazione nazionale, dalle commemorazioni (ad esempio) delle persecuzioni subite dagli italiani in Iugoslavia e del loro esodo prive di contestualizzazione o anche di tributi pubblici di riconoscimento delle colpe, e anche da un certo revisionismo politico, questa immagine distorta che non permette di fare consapevolmente i conti con la memoria e l’immagine che abbiamo di noi, come invece accaduto in Germania.

Consiglio di leggere questo libro. Ritengo che possa essere utile nel formare nel lettore una coscienza di ciò che siamo e di ciò che siamo stati, soprattutto in questi anni di forte ritorno del nazionalismo in Italia e di semplificazione della complicata, e talvolta con difficoltà giudicabile, storia del nostro popolo.

https://www.youtube.com/watch?v=LCa5akjiwwA

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