This weekend in Schöneberg

A few weeks ago I guest-starred in a video introducing the work of my friend Massimo Bonanno, a Berlin-based Sicilian artist.

While I wait for my Academy Award for best supporting actor, I am happy to invite you to have a look at his video (see below) and, if you happen to be in Berlin this weekend or sometime by the end of this year, to visit his exhibition located in one of the most popular (and friendly) Italian venues in Berlin.

The exhibition opens on this Sunday, 3rd November, at 1 pm. Have a look at the event page here for more details.

Breaking Bad vs Game of Thrones

A few days ago – actually, a few nights ago – some friends and I were discussing which is the best TV drama ever made. The choice was between Breaking Bad and Game of Thrones. One was arguing that Game of Thrones is definitely the best TV show ever – however, he never watched Breaking Bad, perhaps only the first couple of episodes. According to another friend, both shows are at the same level. Instead, I think that under many aspects, Breaking Bad is superior to Game of Thrones. If you use, for instance, Academy Awards or Emmys categories, I think it would be fair to say that the contest would end up this way:

  • Best Actor in a Leading Role: Bryan Cranston as Walter White (Breaking Bad)
  • Best Actor in a Supporting Role: Aaron Paul as Jesse Pinkman (Breaking Bad)
  • Best Actress in a Leading Role: Lena Headey as Cersei Lannister (Game of Thrones)
  • Best Actress in a Supporting Role: perhaps Michelle Fairley as Catelyn Stark (Game of ThronesBreaking Bad weak point is notably the absence of remarkable female characters, I have never been able to stand Skyler White)
  • Best Original Score: Game of Thrones (really, the best)
  • Best Directing: Breaking Bad (do you remember that Neverending Story-style scene when Daenerys is saved by her dragon during an attack by the Sons of the Harpy? Well, that would have never happened in Breaking Bad)
  • Best Screenplay: Breaking Bad (as Breaking Bad‘s screenplay is original and Game of Thrones‘ one is adapted, I used a generic category)
  • Best Costume Design: Game of Thrones
  • Best Makeup and Hairstyling: Game of Thrones (due to the setting of the show, this one and the costume one are quite obvious decisions)

This is what I came up with. It is 5-4 for Game of Thrones. However, I am quite unsure as for the best actress in a non-leading role, and the last two awards are due to the specific setting and nature of the series, which is set in a fiction world. So, really, I would say the advantage is for Breaking Bad, which – and we know this for sure – has given us a great series finale, one of the most difficult things to achieve when making a tv series (see Lost and Dexter finales, for example).

È dura continuare a essere Frank Underwood

House-Of-Cards-Wallpaper-26 [SPOILER ALERT: sotto sono contenuti dettagli della prima, della seconda e della terza stagione di House of Cards]

Poco più di una settimana fa sul sito del Washington Post è apparso un articolo di Seth Masket, docente di scienze politiche presso l’Università di Denver, che criticava il modo in cui House Of Cards mostra la politica americana, accusando la serie tv di mancare realismo (qui l’articolo in italiano).

Tra le varie sottolineature dell’articolo, ce n’è una che effettivamente salta all’occhio già dalla prima stagione, e cioè che Frank e Claire Underwood sembrano essere le uniche persone furbe e intelligenti a Wahsington, mentre gli altri si fanno prendere in trappola in modo sin troppo semplice.

(Continua su xpolitix)

Non sei cattivo come sembri, Frank Underwood

kevin-2 [SPOILER ALERT: di seguito si raccontano particolari della prima e della seconda stagione di House of Cards]

In uno dei poster promozionali della seconda stagione di House of Cards, Frank Underwood, il protagonista della serie, viene presentato seduto sulla sedia della statua dedicata ad Abraham Lincoln nel monumento commemorativo di Washington D.C., e sulle sue mani appoggiate ai lati, così come sul pavimento, ci sono vistose macchie di sangue: il personaggio, infatti, è un personaggio negativo, cattivo, spregiudicato, che ricerca il potere con ogni mezzo, tant’è vero che arriva a commettere, tra le varie cose, ben due omicidi nella sua corsa (non elettorale) alla Casa Bianca.

Eppure, Frank Underwood fa politica. Sì, è vero, la fa nel senso del playing politics, dell’utilizzare le varie situazioni a proprio vantaggio in maniera assolutamente spregiudicata e, più che immorale, forse addirittura a-morale, cioè senza che alcun punto di vista etico sia tenuto in considerazione.
Fa, però, anche politica in un senso ben diverso e, talvolta, spinto da motivazioni comprensibili, se non addirittura giustificabili, o comunque con esiti positivi, benché quasi al livello di unintended consequences.

(Continua su xpolitix)

Breve, provvisoria e non esauriente guida al socialcoso chiamato Twitter e alle persone che lo frequentano

twitter Dopo un periodo di uso intensivo di Twitter – diciamo circa tre anni – mi sono fatto un’idea di certe sue dinamiche e del numero e tipo di schiantati che lo popolano. Alcune sono caratteristiche di Twitter in sé, altre invece riguardano in generale il mondo dei social network e dei rapporti via internet in genere. Degli esempi fatti sotto, alcuni sono veri, altri verosimili e ispirati alla realtà, altri inventati.

1) Nulla, anzi, nessuno è reale: a meno che non vi capiti di scambiare chiacchiere con amici che conoscete nella vita reale, nulla di quello che viene scritto è reale, né lo soni le persone che lo frequentano. Innanzitutto perché nessuno, in realtà, né parlando né nel testo scritto si limita a 140 caratteri spazi inclusi, motivo per cui quello che viene fuori è necessariamente distorto, e lo è in misura maggiore di quanto avvenga normalmente su internet, mezzo che già di per sè disinibisce, permette comportamenti che mai si avrebbero nella vita reale e per giunta talvolta crea proiezioni e complessi psicologici – insomma, ci si inventano storie. In secondo luogo perché people show off: c’è chi ostenta una vita sociale impegnatissima, chi si deprime pubblicamente magari non avendone tutti i motivi, chi finge un carattere che non ha (o si descrive come non è), chi fa il fenomeno senza poterselo permettere, eccetera. Bah.

2) Ti insegnano tutti come vivere: questa è una sottocategoria interessante. Non parlate di questo, avete rotto con questo argomento, questo non si fa, questa musica fa schifo (io ho smesso di rompere l’anima agli altri per i loro gusti musicali poco dopo uscito dal liceo, per dire), c’è chi addirittura ti dà consigli personali avendo letto solo il tuo profilo Twitter. Di vivere e lascia vivere non hanno sentito parlare, sembra, o magari pensano a un solo possibile stile di vita accettabile, cioè il proprio. Tanto cinismo sempre, tanta noia alla lunga.

3) Occhio ai gruppi che confabulano: questa è una cosa che ti crea un sentimento di esclusione come neanche la piccola fiammiferaia. Lasciamo la categoria a parte dei giornalisti, in particolare dei giornalisti politici, che l’attività di parlarsi tra loro la praticano anche sui giornali o in tv. Parliamo dei giuristi o aspiranti tali, o degli appassionati di fotografia o di chi segue un particolare account e ne scimmiotta il linguaggio. Sia chiaro, non è mica tanto colpa loro, anzi, è normale che coloro hanno argomenti in comune ne parlino – una delle poche cose in comune con la realtà – però, ecco, se loro scrivono in pubblico, urbi et orbi, e tu leggi e contemporaneamente non sai con chi discutere dell’influenza del positivismo francese sull’utilitarismo inglese, beh, non sentirti in colpa e lascia perdere. Chiudi Twitter, metti il telefono in tasca e va’ da quella biondina che in biblioteca sta leggendo Sartre.

4) Mai fidarsi né affezionarsi: questo è un errore esiziale, tipico di tutti i rapporti via web, ma soprattutto di Twitter, in virtù del punto 1 e delle distorsioni che implica. Va bene, quindi, discutere più con alcuni account che altri, va bene anche usare la messaggistica diretta, ma no Skype, no telefono, no Facebook, no Whatsapp prima di essersi almeno presi un caffè insieme (oppure allo scopo di organizzarsi per prendere un caffè insieme, al massimo). E comunque resta il fatto che così si costruiscono rapporti intepersonali, addirittura di presunta amicizia, con persone che in realtà non conosci, o che potrebbero in teoria inventare storie (vedi punto 1), o su cui la fiducia potrebbe essere, forse (ma non è detto) mal riposta, o che soprattutto non conoscono te e fai la fine del muro del pianto di fronte a un ebreo. Già gestire la realtà con tutti i suoi rapporti non è facile, gestire un doppio livello di realtà è Matrix.

5) Lontano da chi ama avere groupie: che si tratti di cosiddette twitstar o di ragazzini che si occupano di sport o musica o di personaggi socievoli e carini, c’è chi ama circondarsi di un gruppo di fan. Il titolare di un blog sportivo che lancia le sue fatwa o la ragazza carina che se la tira e si circonda di adulatori o il sedicente esperto in questo o quel campo che si crea un’autorità dal nulla – ecco, non finite nei loro circoli perché poi fate la figura dei polli o dei tifosi da curva mentre siete dentro, ed uscirne può comportare qualche scazzo sgradevole per sé e per gli altri. E, in generale, never take Twitter seriously.

6) Ferma in tempo i retwittatori pazzi: una categoria di twittatori è quella che ritwitta molti pezzi delle sue discussioni. Se poi avete parecchi contatti in comune, vi accorgerete che di discussioni ne ha tante, tante, tante. Dispiace perché magari sembrano brave persone e fanno ridere, però è bene starne alla larga: vi si intasa la twitline e non ci capite più nulla (a meno che non siate anche voi socialcazzeggiatori seriali, in quel caso forse potreste tollerare la faccenda).

7) E’ come essere al bar: lo sapevo da tempo, ma recentemente l’ho realizzato più compiutamente, ed è una regola generale che probabilmente include tutte le precedente ed anche altre. Essere su Twitter è un po’ come essere al bar: tutti dicono la propria e pochi dicono la verità. Il problema è che chi va al bar sa come comportarsi e cosa dire, su Twitter no. Perciò, direi, come regola generale, di non scrivere cose che non diresti ad alta voce al bancone del bar (sto iniziando ad adottarla anche io, seppur lentamente), tra l’altro la cosa potrebbe avere risvolti professionali sgradevoli, poiché può davvero leggerti chiunque, a meno che tu non abbia un profilo protetto (ma anche così le tue cose possono circolare facilmente, basta uno screen shot). Non sei in famiglia, non sei col compagno o con la compagna, non sei tra amici. Anche usare un nickname ed essere irriconoscibili conta fino a un certo punto: sei in pubblico, e mi pare che ci sia qualche teoria psicologica o psicanalistica che descriva molto bene perché non mostriamo totalmente i nostri sentimenti agli altri.

[youtube https://www.youtube.com/watch?v=PJdpwi6pbLs]

POST SCRIPTUM: può anche darsi che abbia scritto cavolate, siete liberissimi di farmelo notare.

Il capitale umano (2014)

Il capitale umano di Paolo VirzìSono andato a vedere questo film (ispirato a un omonimo libro americano del 2004) banalmente per due motivi: in proiezione non c’era nulla che mi attraesse particolarmente e al film ha lavorato un amico di un amico, perciò ho concluso le mie vacanze in patria passando la seconda serata in un multisala di provincia, dove a vedere il film eravamo in tre. Avevo intuito che il film non sarebbe stato leggerissimo da un paio di articoli leggiucchiati qua e là, poi è uscita la polemica (a posteriori, assai sciocca) sui personaggi brianzoli ritratti da Paolo Virzì, e insomma, con questo retroterra di idee, alla fine, sono uscito dalla sala con due giudizi in testa: il primo è che il film mi è piaciuto, il secondo è che il film mi ha intristito.

La storia – scrivo stando attento a possibili spoiler – si svolge in Brianza, i personaggi principali hanno tutti l’accento del luogo e sì, è vero, Virzì ha lavorato sugli stereotipi: quello dell’imprenditore edile del nord (Fabrizio Bentivoglio), del ricco investitore finanziario del nord (Fabrizio Gifuni), del di quest’ultimo belloccio, spaccone e scemo figlio del nord (Guglielmo Pinelli), e tante varie altre persone e cose del nord – anzi, preciso, della Brianza – a parte un ruolo di docente universitario del sud (Luigi Lo Cascio), che, ovviamente, vive da solo in un appartamentino in affitto, poco meglio di uno studente fuori sede. La storia, inoltre, si svolge per episodi, o meglio, è la stessa storia che segue i percorsi di alcuni dei personaggi al suo interno. Il punto è che gli stereotipi lavorano benissimo tra di loro e nella trama, sono maschere o personaggi che mostrano un tipo definito e il loro atteggiamento come ognuno di noi molto probabilmente si aspetterebbe pre-giudizialmente. Il racconto – pur con una certa noiosa ripetitività, ad un certo punto, vista la suddicisione del film in diverse parti che raccontano spezzoni dello stesso insieme di avvenimenti – è particolamente interessante, nella visione mi ha assorbito e, insomma, nel finale ero piuttosto ansioso di trovare la soluzione all’enigma del film – chi è stato il colpevole di un incidente stradale che ha ucciso un ciclista? – nonché come si sarebbero risolte le situazioni di vita, economiche e sentimentali dei personaggi.

A parte la stilettata bacchettona finale che cerca di ritrarre negativamente il personaggio che in realtà – ed in maniera anche soprendente, tra l’altro, se pensiamo al fatto che parliamo di stereotipi – ne esce meglio dal punto di vista del suo attegiamento e familiare, e professionale, la conclusione della storia lascia un po’ di amarezza: non tanto perché il finale sia costruito male o sia deludente, bensì proprio perché gli avvenimenti della storia non hanno – non possono avere – un lieto fine: i personaggi che più detesti ne escono, in fondo, senza molti danni, mentre quelli per cui inizi a provare una certa empatia si ritrovano ad affrontare situazioni spiacevoli o complicate.

Ammesso e non concesso che in questo film ci sia una intenzionale critica sociale (sospetto di sì, ma entrare nella mente di regista, sceneggiatori e tutto l’ambaradan è un po’ difficile), questa attacca non i più ricchi e quelli apparentemente più spietati e inflessibili con gli altri (al massimo ritrae il più debole come vittima della sorte, più volte malevola con lui), ma chi vive accanto a loro (la moglie dell’investitore finanziario, intepretata da Valeria Bruni Tedeschi, il figlio) o chi cerca la scalata sociale per essere come loro (il costruttore brianzolo), i quali, nell’accettare quel che hanno e non amano o nel cercare quel che non hanno anche a costo di enormi rischi e per mezzo di una strumentale amicizia, simboleggiano una certa ipocrisia di tipo borghese e l’inganno morale che somministrano a se stessi e a chi sta loro intorno e che, in nome e per mezzo di tutto questo, inconsapevolmente sacrificano o angosciano le pur non incolpevoli nuove generazioni.

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Trailer de “Il capitale umano” di Paolo Virzì

Äkta människor – Real Humans

Pubblicità di Äkta människor per ARTE in FranciaReal Humans è una serie televisiva svedese iniziata nel 2012, che il 1° dicembre 2013 vedrà l’inizio della seconda stagione in patria (in Italia non è stata mai trasmessa e, tra gli altri paesi europei, va in onda in Francia e in Germania su ARTE) e la cui trama si snoda attorno agli hubot, robot tecnologicamente avanzati che fisicamente assomigliano quasi perfettamente all’uomo se non fosse per degli occhi luminescenti, della pelle priva di imperfezioni e della necessità di ricaricarsi tramite un banale cavo elettrico o un cavo USB. Ovviamente questi robot vengono utilizzati per mansioni domestiche, lavorative, non possono mentire, sono sottoposti alle leggi di Asimov e possono essere spenti in qualsiasi momento tramite un semplice pulsante tipicamente posto sotto l’ascella sinistra.

Nella serie, però, fin dal primo episodio, ci troviamo di fronte all’esistenza di hubot liberi o liberati, che si muovono autonomamente, senza un padrone, e che hanno a prima vista la facoltà di fare scelte autonome e anche di comportarsi in maniera socievole oppure aggressiva nei confronti degli umani. Insomma, quelle che sono pensate come macchine non si comportano, sempre a prima vista, in maniera automatica o meccanica, ma attuando scelte proprie e apparentemente libere. Ciò fa di Real Humans una serie televisiva interessante, che, certo, si tiene nel campo della fantascienza, ma altresì intreccia al racconto, che si svolge tra piani di storie quotidiane di famiglia da un lato e di investigazioni poliziesche dall’altro, tematiche di carattere filosofico, giuridico, etico ed esistenziale, restando sullo sfondo il problema cartesiano su ciò che differenzia l’uomo – dotato di una propria mente e di un proprio libero arbitrio e allo stesso tempo di un corpo che svolge numerose funzioni senza il bisogno di un intervento cosciente – dall’automa che benché tecnologicamente raffinato, è privo di coscienza. In altri termini: e se fossimo noi stessi delle macchine? Sono gli umani realmente diversi dagli hubot o, piuttosto, sono entrambi diverse tipologie di complicatissime macchine o, addirittura, entrambi degli esseri che in qualche modo possono sviluppare forme di libertà? Queste domande ne implicano, a cascata, molte altre.

– Qui c’è l’unica copia del codice, la vostra anima.
(David Eischer, il “liberatore”, agli hubot)

Si pensi a una relazione tra un essere umano e un robot dotato in qualche modo di un’intelligenza artificiale: si può anche concedere che l’aspetto sessuale sembri quello meno rilevante rispetto ad altri, poiché da tempo oggetti e piccole, semplici macchine vengono utilizzati nel soddisfare i piaceri dell’intimità, ma quello affettivo si presenta davvero più problematico. Se si può, infatti, anche arrivare ad ammettere che si può amare una macchina praticamente indistinguibile da un essere umano, si può, invece, sinceramente essere amati da un robot? Oppure si tratta semplicemente di un risultato di processi biochimici e interazioni neuronali nell’uomo e di un codice, di un algoritmo nel software di un robot? O ancora: cosa pensare della violenza su un robot fatto come gli hubot di Real Humans? Hanno, questi, dei sentimenti, dei desideri, dei bisogni immateriali, dei diritti da veder tutelati?

– Cosa vi rende così speciali?
– Cosa rende voi così speciali?
(Dialogo tra Inger Engman, avvocatessa, e Mimì, hubot “liberato”)

Ecco, guardando questa serie, godibile già dal punto di vista della trama per via dei misteri che solo col tempo vengono svelati e rendono più chiaro perché esistano degli hubot liberi, perché si nascondano e quali siano i loro piani, ci si trova di fronte a problematiche del genere che sembrano astratte ma che in realtà potrebbero prendere piede nella vita quotidiana in un mondo dove la tecnologia e l’automazione progrediscono sempre più, interrogando lo spettatore – così come si interrogava Cartesio – sul vecchio problema del dualismo tra anima e corpo, sull’identità personale, su quale sia la vera specificità umana o se non si sia tutti, dopotutto, complicatissimi e sofisticatissimi meccanismi che si illudono parlando di anima e libertà.

Se fossi l’editore o il direttore di un giornale

NewspapersSe possedessi un giornale di tipo generalista – non importa se cartaceo oppure digitale – o se ne fossi il direttore, domattina entrerei in redazione e detterei, pena la messa alla porta dei contrari, le seguenti condizioni:

Stop ai cosiddetti “retroscena”. Sono spazzatura o pura invenzione a seconda dei casi, come ampiamente dimostrato ormai, utilizzando fonti non citate manco si trattasse di rivelazioni di una spia della CIA in missione a Pyongyang. Nel migliore dei casi si tratta di alti dirigenti, peones, fedelissimi, oppositori interni che vogliono rimanere allo scoperto, gole profonde raccontano scenari che si contraddicono da una testata all’altra, che molte volte non si avverano e che invece, spesso, vogliono solo essere messaggi in codice per chi sa leggere tra le righe. Insomma, un servizio per pochi di cui il lettore comune non sa cosa fare, poiché non è una notizia, è chiacchiericcio. Oppure, per andare al peggiore dei casi, una favoletta messa lì per raccontare cose a cavolo.

Stop a prodotti per addetti ai lavori. Spesso i giornali si parlano tra di loro, polemizzano tra di loro, riprendono concetti presi dallle colonne di un altro quotidiano, oppure si concentrano sulla micro-corrente del mini-partito che potrebbe borbottare un po’. Insomma, voglio che i giornali non si parlino addosso e non siano da un lato megafoni, da un lato influencer della politica. Se molti politici hanno già letto tutti gli editorialoni alle 8 di mattina mentre le persone normali leggono i quotidiani sempre meno, un motivo ci sarà, o no?

Virgolettare solo citazioni. Certe volte si virgolettano cose mai dette, si stravolge il senso di una dichiarazione per semplicità o per sciatteria. Non funziona così. Le virgolette esistono per riportare il discorso diretto, ma se quel discorso diretto non esiste, non si usano. Non è solo deontologia, è una regola della lingua italiana. Usatela.

Stop ai titoli che dicono una cosa mentre gli articoli dicono altro. Questo riguarda politica, cronaca nera, spettacoli, esteri, sport. Uno inizia a leggere un articolo perché attratto da un titolo interessante, poi arriva alla fine e si accorge che quel titolo è da ridimensionare oppure è totalmente fuorviante. Uno ci casca una volta, due volte, tre volte, poi smette di leggere certe cose. Smette di fidarsi, insomma.

Meno politica. La politica è importante, per carità, ma certe volte si dà spazio a mal di pancia di nani e nanerottoli, mentre le cose importanti della politica (la cronaca parlamentare, l’attività di governo, i problemi da affrontare) passano in secondo piano. Il convegno della corrente dei cristianodemocratici liberali moderati vicina al sindaco di Roccacannuccia, beh, che palle, sai che ci frega. E’ davvero rilevante? Poi gli stessi giornali si lamentano del correntismo e della frammentazione. Ecco, non dare spazio a correnti e frammenti magari può essere un buon disincentivo al fenomeno, un contributo alla chiarezza e, fidatevi, la chiarezza piace a chi legge.

Bisogna avere in redazione qualcuno con un robusto curriculum scientifico e comunque con una certa attitudine a controllare la plausibilità di certe presunte notizie. Certe volte si leggono sfondoni tali che anche un lettore non esperto capisce di star leggendo una castroneria. Può anche capitare che si tratti di castronerie meno faccili da individuare. Talvolta è per sensazionalismo come per i titoli, talvolta per ignoranza. L’informazione scientifica è una cosa seria e, se fatta bene, attrae lettori. Pensateci.

Dare spazio alla politica europea. L’eurocrisi sta portando a maggiore integrazione tra i paesi del continente, almeno tra quelli dell’eurozona. Le decisioni comunitarie influenzano sempre più sia la politica nazionale sia la nostra vita. Inoltre la conoscenza di quello che sono e che fanno le istituzioni europee sono davvero scarse. Ecco, gridare al lupo dell’euroscetticismo e non fare nulla per fermarlo sembra contraddittorio. Per di più, mostrare che l’Europa realmente tocca le nostre vite – bene o male che lo faccia – può generare interesse nel lettore.

Via i cialtroni. I giornali italiani sono pieni di presunti economisti o di gente che ripete sempre le stesse cose. Diceva un famoso economista che lui, quando i fatti cambiavano, allora cambiava idea. Non c’è bisogno di pubblica autocritica con fustigazione in piazza, ma di qualcuno che descriva e spieghi le cose, piuttosto che pontificare, magari sì. Essere seriosi non è una virtù, fingersi fuori dal mainstream per generare cagate sotto forma di articolo non è una virtù, trattare le materie socio-economiche in maniera seria sì.

“Using Any Means Necessary” by James Adair

Bear in mind these Dead (detail) by James Adair, 2011 - © 2001 - 2012 James AdairSono andato all’ultimo momento – sabato pomeriggio, proprio il giorno della chiusura – a vedere questa mostra che ha avuto luogo in queste settimane a Durham, nella nuova e piccola galleria d’arte contemporanea a Claypath. Il titolo è tratto dal cosiddetto Patto dell’Ulster firmato nel 1912 da circa 500mila persone contro qualsiasi ipotesi di devoluzione di poteri autonomi all’Irlanda «usando qualsiasi mezzo che possa essere ritenuto necessario».

James Adair è cresciuto nel difficile clima politico e bellico dell’Irlanda del Nord della lotta repubblicana per l’indipendenza contro quella lealista a favore dell’unione col Regno Unito, e questa piccola esibizione individuale – una decina di pezzi in tutto, direi – mostra il clima difficile, le morti e le dichiarazioni d’odio da parte di protestanti e cattolici, terroristi, politici, parenti delle vittime coinvolti negli scontri di quegli anni, un viaggio attraverso un conflitto che uccideva vicini, amici, parenti di ambo le fazioni. Ad accompagnare i quadri di Adair – immagini di morte, di esequie religiose, di scontri, rigorosamente in bianco e nero, accompagnate da brevi ma precisi e gelidi resoconti di stampa e racconti di vittime e carnefici – c’è, tra le altre cose, la lettera piena d’astio e di promesse di non concedere mai il perdono scritta dall’orfana di due vittime e indirizzata a «Dear Prisoner Kelly» con l’augurio di passare un felice Natale, con la speranza che sia l’ultimo, mentre a concluderli c’è l’immagine di una stretta di mano, del tutto fuori contesto e di cui non possiamo vedere gli autori, ma che sappiamo essere quella tra la regina Elisabetta II e Martin McGuinness, uno degli ex leader dell’IRA.

Using Any Means Necessary” si è svolta a Claypath 17 dal 27 ottobre al 3 novembre 2012, poi estesa fino al successivo 10 novembre.

Il bimbo di Cittadella e la sindrome del tuttologo

Gustave Doré, Il giudizio di SalomoneIl caso del bimbo di Cittadella mi ha dato molto da pensare. Soprattutto, mi ha dato un certo fastidio. Per come la vedo io, le cose stanno più o meno come ha scritto Martina Castigliani nel suo articolo per Caffè News, a cominciare dal titolo, cioè “I bimbi non hanno sempre ragione” – e basta tenere a mente la sentenza di pochi mesi fa riguardo alle vicende di Rignano Flaminio per rendersi conto di quanto questa frase sia vera.

Io mi sono fatto un’idea di come siano andate le cose in quella famiglia, ma preferisco non metterla nero su bianco: in realtà, non ho i mezzi per formulare ed esprimere al mondo alcun giudizio netto, così come in Italia quasi nessuno ne ha, fatta eccezione per le persone coinvolte nel caso capaci di possedere un minimo di onestà intellettuale e un limite al proprio egoismo. E invece, così come di volta in volta si rivelano astuti allenatori di calcio, profondi conoscitori dell’economia e della finanza, esperti di relazioni internazionali, luminari della medicina o professori di procedura penale, stavolta – impressione mia – tanti italiani si sono messi a impartire lezioni su altre cattedre, quella in servizio sociale e quella in psicologia clinica infantile nel caso specifico.

Da quel che ho capito, quello avuto luogo è stato il quinto tentativo di eseguire la sentenza del giudice – e in Italia non rispettare una sentenza è ancora reato, che io sappia – e in almeno un paio di casi precedenti, agli strepiti del bambino si sarebbero aggiunti anche a quelli della famiglia materna, che si sarebbe più o meno barricata in casa. Il nonno materno (o lo zio? Dovrei mettermi a cercare un link, ora la memoria mi fa difetto), inoltre, ha tranquillamente dichiarato che sostanzialmente pattugliava l’ingresso della scuola del bambino, proprio per evitare interventi del padre, delle forze dell’ordine e/o degli assistenti sociali – si badi, non stiamo parlando dell’Anonima sequestri. Ora, che ci sia stata una certa rozzezza nell’intervento degli agenti e degli assistenti, mi sembra pacifico, ma fossi stato il capo della polizia avrei dichiarato semplicemente che non è colpa degli agenti se i parenti del bambino sono scemi e se c’è una sentenza da eseguire – ma qui mi rendo conto di star formulando un giudizio eccessivo, cosa che invece raccomanderei a me e a tutti di evitare di fare. Il punto è: molti dicono e scrivono che i modi e il luogo sono stati sbagliati ma, vorrei sapere, al quinto tentativo, in quelle condizioni di ostilità e aggressività da parte del fanciullo e della famiglia, voialtri sapientoni come avreste proceduto?

La seconda cosa riguarda la cosiddetta Pas, cioè la controversa sindrome da alienazione genitoriale (e non parentale, come alcuni quotidiani on line avevano malamente tradotto) di cui il bimbo sarebbe affetto. Ora, dico io: quanti di voi che ieri l’altro, ieri e ancora oggi hanno infestato le pagine dei commenti dei siti di news, Twitter, Facebook, ne avevano sentito parlare fino a qualche giorno fa? O avete passato la vostra vita finora a nutrirvi di letteratura accademica sull’argomento. Soprattutto: conoscete il dispositivo della sentenza? Siete davvero sicuri che quello sia il motivo determinante, come la famiglia della madre va sostenendo? E anche se fosse: siete sicuri che sia l’unico, che non ci siano altri fattori, altre circostanze, altri eventi di cui non sappiamo nulla? Inoltre: premesso che i giudici e gli assistenti sociali e gli psicologi non sono affatto infallibili, il fatto che alla madre sia stata tolta la patria potestà – cosa rarissima in Italia, per di più nei confronti della figura materna – non vi fa accendere alcuna luce? Non dico parteggiare per il padre – cosa che sconsiglio di fare per le ragioni già esposte – ma almeno iniziare a pensare che è una faccenda talmente piena di sfumature, parole, rancori e dolori che non conosciamo che forse – FORSE – un buon o almeno ragionevole motivo per la sottrazione del bimbo alla madre potrebbe davvero esistere? Tra l’altro, di storie di padri e madri che aizzano il figlio contro l’altro genitore è pieno il mondo.

La capacità di stare zitti, di evitare di scrivere, di provare dispiacere per il bambino e una sincera volontà di evitare atti di violenza del genere, senza essere mossi dall’indignazione che ripulisce la coscienza ma che non risolve nulla, senza essere coinvolti in un tifo da stadio come in una partita di pallone, soprattutto a proposito di eventi e argomenti di cui solo la disonestà intellettuale può farci pensare di conoscere abbastanza per deliberare qualsiasi cosa, è davvero così difficile da coltivare? Io spero di no.