Il bimbo di Cittadella e la sindrome del tuttologo

Gustave Doré, Il giudizio di SalomoneIl caso del bimbo di Cittadella mi ha dato molto da pensare. Soprattutto, mi ha dato un certo fastidio. Per come la vedo io, le cose stanno più o meno come ha scritto Martina Castigliani nel suo articolo per Caffè News, a cominciare dal titolo, cioè “I bimbi non hanno sempre ragione” – e basta tenere a mente la sentenza di pochi mesi fa riguardo alle vicende di Rignano Flaminio per rendersi conto di quanto questa frase sia vera.

Io mi sono fatto un’idea di come siano andate le cose in quella famiglia, ma preferisco non metterla nero su bianco: in realtà, non ho i mezzi per formulare ed esprimere al mondo alcun giudizio netto, così come in Italia quasi nessuno ne ha, fatta eccezione per le persone coinvolte nel caso capaci di possedere un minimo di onestà intellettuale e un limite al proprio egoismo. E invece, così come di volta in volta si rivelano astuti allenatori di calcio, profondi conoscitori dell’economia e della finanza, esperti di relazioni internazionali, luminari della medicina o professori di procedura penale, stavolta – impressione mia – tanti italiani si sono messi a impartire lezioni su altre cattedre, quella in servizio sociale e quella in psicologia clinica infantile nel caso specifico.

Da quel che ho capito, quello avuto luogo è stato il quinto tentativo di eseguire la sentenza del giudice – e in Italia non rispettare una sentenza è ancora reato, che io sappia – e in almeno un paio di casi precedenti, agli strepiti del bambino si sarebbero aggiunti anche a quelli della famiglia materna, che si sarebbe più o meno barricata in casa. Il nonno materno (o lo zio? Dovrei mettermi a cercare un link, ora la memoria mi fa difetto), inoltre, ha tranquillamente dichiarato che sostanzialmente pattugliava l’ingresso della scuola del bambino, proprio per evitare interventi del padre, delle forze dell’ordine e/o degli assistenti sociali – si badi, non stiamo parlando dell’Anonima sequestri. Ora, che ci sia stata una certa rozzezza nell’intervento degli agenti e degli assistenti, mi sembra pacifico, ma fossi stato il capo della polizia avrei dichiarato semplicemente che non è colpa degli agenti se i parenti del bambino sono scemi e se c’è una sentenza da eseguire – ma qui mi rendo conto di star formulando un giudizio eccessivo, cosa che invece raccomanderei a me e a tutti di evitare di fare. Il punto è: molti dicono e scrivono che i modi e il luogo sono stati sbagliati ma, vorrei sapere, al quinto tentativo, in quelle condizioni di ostilità e aggressività da parte del fanciullo e della famiglia, voialtri sapientoni come avreste proceduto?

La seconda cosa riguarda la cosiddetta Pas, cioè la controversa sindrome da alienazione genitoriale (e non parentale, come alcuni quotidiani on line avevano malamente tradotto) di cui il bimbo sarebbe affetto. Ora, dico io: quanti di voi che ieri l’altro, ieri e ancora oggi hanno infestato le pagine dei commenti dei siti di news, Twitter, Facebook, ne avevano sentito parlare fino a qualche giorno fa? O avete passato la vostra vita finora a nutrirvi di letteratura accademica sull’argomento. Soprattutto: conoscete il dispositivo della sentenza? Siete davvero sicuri che quello sia il motivo determinante, come la famiglia della madre va sostenendo? E anche se fosse: siete sicuri che sia l’unico, che non ci siano altri fattori, altre circostanze, altri eventi di cui non sappiamo nulla? Inoltre: premesso che i giudici e gli assistenti sociali e gli psicologi non sono affatto infallibili, il fatto che alla madre sia stata tolta la patria potestà – cosa rarissima in Italia, per di più nei confronti della figura materna – non vi fa accendere alcuna luce? Non dico parteggiare per il padre – cosa che sconsiglio di fare per le ragioni già esposte – ma almeno iniziare a pensare che è una faccenda talmente piena di sfumature, parole, rancori e dolori che non conosciamo che forse – FORSE – un buon o almeno ragionevole motivo per la sottrazione del bimbo alla madre potrebbe davvero esistere? Tra l’altro, di storie di padri e madri che aizzano il figlio contro l’altro genitore è pieno il mondo.

La capacità di stare zitti, di evitare di scrivere, di provare dispiacere per il bambino e una sincera volontà di evitare atti di violenza del genere, senza essere mossi dall’indignazione che ripulisce la coscienza ma che non risolve nulla, senza essere coinvolti in un tifo da stadio come in una partita di pallone, soprattutto a proposito di eventi e argomenti di cui solo la disonestà intellettuale può farci pensare di conoscere abbastanza per deliberare qualsiasi cosa, è davvero così difficile da coltivare? Io spero di no.

Ricomincia la Formula 1 (finalmente)

Kimi Raikkonen sulla F2007Stanotte mi sono sorbito addirittura le prove libere quasi bagnate del primo gran premio della stagione, sarà che ci sono per la prima volta nella storia sei campioni del mondo, sarà che c’è il numero record di gran premi (venti, ma due o tre sono ancora a rischio), sarà che quest’anno sono veramente curioso di sapere come va a finire.

In realtà, come andrà a finire già penso di saperlo: titolo a Sebastian Vettel, il terzo di fila, che batterà altri record e si metterà sulla scia dei vari Prost, Senna, Fangio, Schumacher, e Red Bull quasi imbattibile che a fine stagione si limiterà a gestire il vantaggio. O forse no.

Infatti mi sorprendono due cose: Vettel che si augura di finire tra i primi dieci in qualifica, e questa cosa delle modifiche degli scarichi Red Bull – io non sono un ingegnere, eh, mai piaciute le discipline tecniche, però pare, si scrive, si dice che non sia cosa di poco conto. Mah.

Poi c’è la Ferrari, per cui tiferei anche se a guidarla fosse il demonio in persona, che non è andata malissimo né nei test delle scorse settimane (per quello che valgono) e nemmeno nelle prove a Melbourne. Però c’è Pat Fry che trema, Montezemolo che tuona, e i silenzi stampa di cui Fernando Alonso si frega bellamente.

Ho il sospetto che entrambe le squadre fingano, facciano pretattica, insomma giochino a nascondino. Spero soprattutto per la Ferrari che sia così. Il punto è, però, che se le preoccupazioni mostrate sono reali, significa che comunque la Red Bull faticherà in Australia ma sarà già supercompetitiva dalla gara successiva, mentre la Ferrari inizierà a parlare di sviluppo, vedremo al ritorno in Europa, ci sono venti gare e recupereremo e cose così – un film già visto, tra l’altro.

Sono contento del ritorno di Kimi Raikkonen, il mio pilota preferito, uno che fa il pilota di Formula 1 controvoglia e ama feste, donne, e alcol. Un mito, e secondo me farà bene.

Per il resto, pare che abbia toppato la mia vecchia interpretazione sul nome della Lotus, o più probabilmente si sono messi d’accordo e l’hanno fatta finita con questa storia.

I miei pronostici per il mondiale: Vettel con largo distacco su Button, Hamilton, Alonso, Raikkonen, Webber, Schumacher, Rosberg, Massa. Per i costruttori McLaren e Red Bull sul filo di lana, dietro a giocarsi il terzo posto Ferrari e Mercedes, sorpresa la Sauber, Caterham che migliora, i quattro trattori HRT e Marussia (ex Virgin Racing) irrecuperabili.

In Australia, nel frattempo, vince la McLaren. Poi magari mi sbaglio.

Only not freedom

Italy is supposed at present to mantain a larger number of inhabitants than in the days of Trajan or in the best and most prosperous of the Roman Empire. With the single exception of the ecclesiastic state, the whole country is cultivated like a garden. You may find there every gift of God – only not freedom. It is a country, rich in the proudest records of liberty, illustrious with the names of heroes, statesmen, legislators, philosophers. It hath history all alive with the virtues and crimes of hostile parties, when the glories and the struggles of ancient Greece were acted over again in the proud republics of Venice, Genoa and Florence. The life of every eminent citizen was in constant hazard from the furious factions of their native city, and yet life had no charm out of its dear and honored walls. All the splendors of the hospitable palace, and the favor of princes, could not soothe the pining of Dante or Machiavel, exiles frome their free, their beautiful Florence. But not a pulse of liberty survives. It was the profound policy of the Austrian and the Spanish courts, by every possible means to degrade the profession of trade; and even in Pisa and Florence themselves to introduce the feudal pride and prejudice of less happy, less enlightened countries. Agriculture, meanwhile, with its attendant population and plenty, was cultivated with increasing success; but from the Alps to the Straits of Messina, the Italians are slaves. (Samuel Taylor Colerdige, On the Constitution of the Church and State, 1826)

Warhol e Klimt, la destra e la sinistra

Norberto BobbioMi piace leggere ogni anno le prove dell’esame di stato, capire quale prova avrei fatto io, e rifletterci sopra. Ho, quindi, appena dato una spulciata alle prove di maturità di quest’anno, e devo dire che le tracce sono state davvero molto interessanti: certo, c’è da considerare il fatto che non in tutti gli istituti il programma del Novecento viene concluso e trattato con ampiezza. D’altra parte, però, la presenza di sette tracce permette una varietà di scelta tale da non lasciare in estrema difficoltà nessuno studente con un minimo di preparazione e di sale in zucca – e inoltre, focalizzarsi sull’Ottocento penalizza invece le classi che questi argomenti li hanno trattati.

Ad esempio, ricordo benissimo che al liceo la mia classe trascurò quasi totalmente il XX secolo (ci fermammo ai macchiaioli, mi pare), e quindi avrei avuto difficoltà col saggio artistico letterario; l’analisi del testo di Ungaretti avrebbe presentato lo stesso problema. La digressione sugli anni ‘70 nel tema storico presenta lo stesso problema – facilmente aggirabile, però, dagli studenti con una forte passione per la politica e la storia contemporanea italiana; d’altro canto, il tema storico ha sempre presentato questa difficoltà, cioè di presentarsi come estremamente specialistico, sempre focalizzato su un tema che esclude chiunque non ne abbia una ottima conoscenza – e lo stesso vale per l’analisi del testo.

Io avrei scelto il saggio storico-politico, ma devo ammettere che il tema d’ordine generale (che, da quel che ho capito, è stato il tema-rifugio degli studenti indecisi) mi avrebbe assai intrigato. Certo, era il 2002, i social network e il web 2.0 erano di là di venire, e i blog in Italia stavano muovendo i primissimi passi, ma svolgerli oggi è assolutamente possibile; con l’alto rischio di andare fuori argomento avrei aggiunto un mio sottotitolo, e cioè  “come il personalissimo esibizionismo di ognuno di noi ci porta a perdere un sacco di tempo su Facebook”.

Alla fine, comunque, ad interrompere il momentaneo blocco di scrittura sarebbe stata la traccia sulla destra-sinistra, sulle cui trasformazioni autoritarie e totalitarie tra l’altro avevo già dedicato la mia tesina di maturità. A margine: l’editoriale di Angelo Panebianco parzialmente citato nella traccia è da leggere nella sua interezza, perché a mio avviso descrive molto bene una delle cause per cui la politica di questo paese si è trasformata in una guerra per bande. Ed a mia opinione, il recupero delle ragioni perché ci dividiamo in destra e sinistra, per cui discutiamo di libertà, solidarietà, uguaglianza, giustizia e altro, non può che fare bene al nostro paese e a noi tutti, comunque la pensiamo. Chissà che qualche studente su questo abbia riflettuto.

Giocare a nascondino con le opere d’arte

La Venere di MorgantinaEra il 2001, o forse l’anno prima, ed ero di ritorno con i miei compagni ed i miei professori da una settimana in gita scolastica in Sicilia. Avendo qualche ora libera a Reggio Calabria, fummo portati a vedere i Bronzi di Riace. Pensavo che, insomma, finissimo dentro qualche museo a vedere un po’ di roba, e invece no. Andammo a vedere solo i Bronzi di Riace. Si entrava nella sala, si passava davanti ai Bronzi, si usciva dalla sala. Punto. Stop. Niente di più.

L’episodio mi è tornato in mente leggendo questa notizia:

La dea di Morgantina, dopo un lungo esilio forzato, è tornata a casa. La statua di epoca ellenistica trafugata trent’anni fa, acquistata dal Paul Getty Museum di Malibù e restituita un mese e mezzo fa alla Sicilia, è di proprietà della Regione e da oggi è esposta nella sua casa, il museo di Aidone, piccolo paese in provincia di Enna. All’inaugurazione hanno preso parte il ministro ai Beni culturali, Giancarlo Galan, il presidente della Regione, Raffaele Lombardo, il console generale degli Stati Uniti a Napoli, Donald Moore, il consigliere del presidente della Repubblica per il Patrimonio artistico, Luis Godart, e il senatore Francesco Rutelli, che come ministro dei Beni culturali promosse le procedure di restituzione della statua. "Il ministero dei Beni culturali – ha detto Galan – sta lavorando a una legge contro il furto del patrimonio storico italiano. Vogliamo seguire una strada che abbia una conclusione rapida. Un’idea ce l’ho, ma è troppo presto per raccontarla. Io preferisco non fare promesse vaghe, ma esprimermi con atti, come fanno le amministrazioni serie come sono quelle che fino ad ora ho presieduto".

Non so se avete capito bene: dalla California piena di vita e gente e turisti al museo di Aidone (con tutto il rispetto), cioè in una piccola cittadina nella frequentatissima provincia di Enna (ah, che infrastrutture meravigliose in Sicilia, poi magari ad Aidone hanno l’autostrada a otto corsie e sto facendo una figura barbina). Quello che io dico è che, un giorno, bisognerà pure parlare dell’esposizione e della fruizione delle opere d’arte in Italia: la dea di Morgantina è tornata dal Getty Museum di Los Angeles (1,3 milioni di visitatori l’anno, secondo Wikipedia) per essere esposta in un museo di un paesino siciliano di 5000 abitanti, il quale probabilmente ha e avrà meno visitatori dello scantinato del Getty Museum. E’ quasi la stessa storia dei Bronzi di Riace, due belle statue circondate dal vuoto. E non vorrei buttarla in politica, ma il fatto che il Ministero dei Beni Culturali sia trattato da anni come una semplice poltrona tappabuchi a disposizione dei vari appetiti governativi di questo o di quel partito, di certo non aiuta.

Update – 19/05: la mia lettera sullo stesso tema a La Stampa, e la risposta del direttore Mario Calabresi.

Dopo si lamentano

Corriere della Sera senza Bin LadenAvete presente la lamentela dell’informazione in mano alla sinistra? Bene. Facciamo che in Italia è notte, che è appena stato il 1° maggio e tutto quello che volete.

Però c’è il fatto che l’esercito americano ha ucciso Osama Bin Laden in Pakistan – evento che si aspettava da quasi dieci anni – i siti di Corriere della Sera, La Stampa, Il Giornale, TgCom, Tg1, Tg2, Tg3, RaiNews24, SkyTg24, TgLa7, AdnKronos non ne danno affatto notizia al momento in cui scrivo. Trovo la notizia solo sui siti di Repubblica, Messaggero e Ansa; SkyTg24 manda servizi sul Papa e il meteo, RaiNews24 copre invece la notizia col collegamento da studio, con Giovanna Botteri da New York e col discorso di Barack Obama attorno alle 5 e 30 italiane.

Questo per farvi capire perché perdete copie, perché uno si butta su chi riesce ad avere gli ultimi aggiornamenti (dare-le-notizie, do you know?), e perché poi arrivate ultimi su come gira il mondo, se non gli state dietro.

Qual è la vera Lotus?

LotusC’è una cosa su cui mi sono scervellato l’anno scorso, e su cui mi sto ancora scervellando quest’anno, a campionato mondiale di Formula 1 appena iniziato (e forse già finito, se il tedeschino perde il vizio di andare a sbattere): qual è la vera Lotus? Mi sono aiutato con questo articolo e i suoi commenti, e con le voci relative su Wikipedia (Lotus Cars, Team Lotus e Lotus Racing), più ovviamente altre cose che mi sono capitate sotto gli occhi col tempo e che non sto qui a riportare. La faccenda l’ho ricostruita a grandi linee così.

Colin Chapman, fondatore e proprietario della Lotus, morto nel 1982, aveva diviso in due parti la sua creatura: da un lato c’era la Lotus Cars, che si occupava della produzione delle automobili di serie, dall’altro lato c’era il Team Lotus, dedicato alla Formula 1 e alla costruzione di prototipi in generale.

Il Team Lotus ha corso fino alla fine del 1994, quando si è ritirato dalle competizioni di Formula 1, e alla fine di quell’anno il proprietario della squadra (cioè del marchio, del nome ecc., visto che la Lotus non correva più) divenne David Hunt, fratello del campione del mondo 1976 James Hunt e anche lui pilota automobilistico. Fermiamoci qui.

La Lotus Cars – che, ricordiamolo, era l’azienda che si dedicava alla produzione industriale – nel frattempo era passata in mano alla General Motors nel 1986, e poi all’imprenditore italiano Romano Artioli, già proprietario della Bugatti nel 1993. Nel 1996 la Lotus Cars passò infine all’attuale proprietà, cioè la casa automobilistica malese Proton.

Passiamo ora alla fine del 2009, quando un malese, Tony Fernandes, già dirigente di Virgin Records e Warner Music, e poi imprenditore di successo con la compagnia aerea Air Asia, mette in piedi la One Malaysia F1 Team assieme ad altri imprenditori connazionali e col sostegno del governo malese. E qui avviene la prima paraculata: Fernandes ottiene dalla Proton l’uso del nome Lotus collegato alla Lotus Cars – che non era la squadra di F1 ma la costruttrice di auto di serie, repetita iuvant – ma sostanzialmente cerca comunque, per motivi di immagine, pubblicitari o altro, di ricollegarsi idealmente alla storica Lotus, quella che correva fino al 1994. Il nome della squadra diviene Lotus Racing, la bandiera e la licenza sono comunque malesi, il colore della livrea è verde e gialla e non nero-oro come l’auto di Chapman, i piloti sono Jarno Trulli proveniente dalla ritirata Toyota e Heikki Kovalainen dalla McLaren, il motore è Cosworth. Il bottino finale è di zero punti, ma grazie ai piazzamenti la Lotus Racing si classifica al decimo posto tra i costruttori, davanti all’Hispania e alla Virgin.

Finita la stagione 2010 la Proton scioglie il suo accordo con Fernandes sull’utilizzo del nome della Lotus Cars a causa di “evidenti e persistenti violazioni della licenza da parte del team”. Siamo a settembre, e sempre negli stessi giorni – sorpresa sorpresa – capita che Fernandes annunci l’acquisto del Team Lotus – quello originale, quello di David Hunt. Il problema di utilizzare il nome Lotus inizia anche a porsi nelle categorie minori, visto che sia Fernandes sia la Proton stanno iniziando ad impegnarsi, ad esempio, in GP2, GP3 e Formula Renault. Aggiungiamo a questo il fatto che la Proton entra in Formula 1 nel team Renault (la ditta francese resta solo a fornire licenza e motori della nuova Lotus-Renault, color nero e oroe licenza britannica nuova di zecca), e si capisce come la cosa finisca in tribunale. I punti sono questi: la disputa in tribunale non è sul nome ma sulla legittimità o meno da parte della Proton di interrompere in anticipo il proprio accordo con Fernandes; questo significa che se il tribunale dà torto a Fernandes, e cioè se la nuova Lotus-Renault della Proton viene ritenuta il legittimo titolare di licenza e nome “Lotus Cars”, e quindi legittimo erede sportivo della Lotus Racing del 2010 (quella motorizzata Cosworth di Jarno Trulli, per intenderci), allora la Proton potrebbe forse avere diritto, al posto di Fernandes, ai 36 milioni di dollari spettanti al team decimo classificato nel 2010. Arrivando al marzo 2011, mentre la causa va avanti a Londra, ne parte un’altra tra Fernandes e David Hunt: l’inglese denuncia il mancato rispetto degli accordi (cioè dei pagamenti) per la cessione del Team Lotus.

La mia opinione è che se Fernandes e Hunt si mettono d’accordo, la vera Lotus risulterebbe l’auto gialloverde Lotus Racing (quella di Trulli), ma solo quella di quest’anno, mentre quella dell’anno scorso no, laddove la Lotus-Renault – pur vestendo giallo-oro e sventolando la Union Jack – sarebbe erede illegittima della vera Lotus, ma forse titolare di quei milioni di dollari di cui sopra. Se ho capito male, ditemelo. Io nel frattempo tifo Ferrari.