Blogopedia / Cosa dicono i blog: l’aborto di Firenze

Questo articolo è stato pubblicato inizialmente su Novamag.it il 15 febbraio 2007.


Del caso del bimbo abortito a Firenze e poi sopravvissuto per qualche giorno hanno raccontato i telegiornali e le rubriche di approfondimento in televisione e hanno dibattuto i quotidiani. Le più grosse polemiche sono venute proprio dalle testate di destra: dal Foglio che ne ha tratto spunto per editoriali e articoli sulla linea pro life degli ultimi anni, a Libero che ha ricordato il caso del bimbo inglese nato alla venticinquesima settimana e oggi, tre anni dopo, in perfetta salute. Sui blog le posizioni si sono riproposte in maniera assai simile.

Il solito dissacrante Malvino (alias Luigi Castaldi, membro della direzione di Radicali Italiani) ha commentato: «Sarà stata la volontà di Dio», prendendosela il giorno stesso, e quelli seguenti, con l’antiabortismo spinto di Camillo Langone sul Foglio («Che il sangue bollente di 4 milioni di bambini non smetta mai di ustionare, nei secoli dei secoli, l’Erode di Pontebba», cioè Adele Faccio, storica esponente radicale morta poco più di un mese fa).

Langone, tra l’altro, è stato preso successivamente di mira da Emanuele Macaluso sul Riformista e Federico Orlando su Europa (con maggior astio, e minore lucidità a parere di chi scrive, il secondo rispetto al primo). Chi, da sinistra, ha preso di petto la questione, è stata la blogger LameDuck con un post intitolato “Festeggerai con dolore”: «Oltre alla solita orgia consumistica, a noi donne la festa l’hanno fatta comunque, con un cupo messaggio di morte di rara violenza psicologica. Con un tempismo che ha dell’incredibile, è giunta, proprio l’8 marzo, la notizia del feto morto all’ospedale Careggi di Firenze a seguito dell’aborto terapeutico effettuato perché la madre credeva fosse malformato e invece non lo era. Una storia tristissima che, invece di ricordare come l’aborto sia sempre un dramma per tutti e che esistono i mezzi per prevenirlo se solo il potere clericale non vi si opponesse, è servita per preparare il terreno all’ennesimo articolo contro la legge 194 dell’Osservatore Romano. Data la solita bottarella al servizio sanitario pubblico, che non fa mai male, la notizia sui giornali e in tv è servita per l’ennesima volta per colpevolizzare, colpevolizzare e ancora colpevolizzare la donna che abortisce e insinuare che l’aborto andrebbe di nuovo proibito. Non a caso si è scelto un caso limite come questo, dove la donna, “se avesse fatto la risonanza magnetica, avrebbe potuto scoprire che il figlio era sano”. Visto che razza di criminale?», continuando oltre con altre polemiche anticlericali.

Ed è proprio sul terreno della 194 che si acuisce la critica nei confronti del caso fiorentino: Ernesto, autore del Buroggu (questo nome deriva da una semplice traslitterazione in italiano della pronuncia giapponese della parola “blog”), insegnante di italiano vicino Tokyo, sostiene, sul fronte opposto, che «è incredibile come la legge 194 si pieghi ad ogni interpretazione, e sia permesso a una donna scema di uccidere suo figlio quando si sa, e lo si dice anche a lei, che non c’è alcuna certezza di malformazioni. La legge dice chiaramente "quando siano accertati processi patologici" e inoltre dice che "quando sussiste la possibilità di vita autonoma del feto" l’aborto può essere effettuato solo se c’è pericolo di vita per la madre. Con le moderne tecnologie i bambini possono sopravvivere fuori dalla madre già alla 21esima settimana».

Sulla stessa linea si schiera Luca Ponticelli, noto come LucaP, studente universitario del nord Italia, che però si limita a copiare e incollare un articolo di Eugenia Roccella apparso su Avvenire: «Se il bambino di Careggi fosse morto subito, come era previsto, il caso non sarebbe approdato sulle prime pagine; e altrettanto sarebbe accaduto se la malformazione ipotizzata ci fosse stata davvero. Dunque è stato un incidente: perché è normale eliminare un feto di cinque mesi, ed è normale farlo soprattutto se ha un problema di salute, anche curabile. Ma la legge sull’interruzione di gravidanza non legittima l’aborto terapeutico, e vieta con chiarezza di abortire nel caso "sussista possibilità di vita autonoma" del nascituro, a meno che non vi sia "grave pericolo" per la vita della madre. Non si tratta di mettere in discussione la libera scelta della donna. In questo caso, per esempio, ogni responsabilità è stata velocemente addossata alla giovane madre, che immaginiamo frastornata e terrorizzata – come può esserlo una ventiduenne – da una diagnosi che le è apparsa come una condanna (…) Non è solo la donna, a dover scegliere, siamo noi tutti: di fronte a casi come questo dobbiamo sapere che non si tratta solo di malasanità, ma che è urgente decidere se costruire una società dell’accoglienza e della cura, o una società del rifiuto e dell’indifferenza».

Che è poi un generico, ma nemmeno tanto, richiamo ad un’etica della responsabilità che, al di là delle soluzioni legislative e giuridiche, possa davvero far sì che la tremenda scelta dell’aborto – legalmente permessa col fine di ridurla il più possibile – diventi sempre più consapevole. Consapevolezza che forse – costa dirlo, e il giudizio seguente è per molti probabilmente pacifico al di là della propria posizione sulla legislazione attuale – per certi versi è mancata nel caso di Careggi. E non è piacevole cercare di capire da parte di chi.

Magna Magna / La tabula rasa degli universitari abruzzesi

Questo articolo è stato pubblicato inizialmente su Novamag.it il 15 febbraio 2007.


Arrivate a Pescara, superate il fiume, e potete benissimo evitare di passeggiare per Corso Manthonè, e non perché sia cattiva idea visitare le case di Gabriele D’Annunzione ed Ennio Flaiano, o uno di quei locali che affollano la zona centrale della città vecchia. E’ che le quattro mura di cui si parla si trovano pochissime centinaia di metri più in là, dove trovare un parcheggio il sabato sera richiede numerosi e massicci interventi dall’alto.

Il locale, che fino a poco tempo fa pare si chiamasse Locanda del Rigattiere, è un ristorante non molto sofisticato che pretende di essere pub che pretende di fare musica dal vivo. E comunque riesce – almeno nell’occasione – a fare il pieno di gente. A cena trovi i tavoli affollati di studenti universitari, e viene abilmente aggirato il divieto di fumo con un grande camino posto in fondo, a destra: ci si siede là, si sfumacchia facendo attenzione a volgere la sigaretta verso la cappa, e poi si torna a sedere come se nulla fosse. Tutto attorno si è circondati da quadri che non sono nulla di che, ma che per via di una strana ed inspiegabile associazione di idee, mi fanno venire in mente Kandinski.

Seduti a tavola, l’antipasto è sostanzioso: bruschette con salsicce, prosciutto crudo, pomodoro, più una numerosissima quantità di affettati. E iniziamo subito accompagnando il tutto con un rosso assai pesante – non ho voluto neanche sapere cosa fosse, indignato dall’indisponibilità (nonostante la presenza sulla carta) di un buon Montepulciano d’Abruzzo rosso. Se il primo – tipico piatto locale, chitarrine con sugo, con le piccole pallottine di carne che mi mandano in sollucchero – era comme il faut (chi già era stato qui, diceva di aver anche allora mangiato primi deliziosi), sul secondo è cascato l’asinello: una tagliata decentemente al sangue, da servire per forza di cose calda, ci è arrivata tiepiduccia, e non va affatto bene. I dolci, invece, erano la fine del mondo: un po’ di torta al cioccolato e un po’ di tiramisù, complimenti a chi ci ha messo le mani, erano meravigliosi. Se poi avete la temerarietà di prendere un po’ di confidenza col titolare, sappiate che non vi permetterà di saltare nemmeno una portata – e potrebbe anche proporvela doppia.

Il prezzo da pagare è stato decisamente abbordabile, e il locale comunque poi ci ha offerto anche un dopocena con musica dal vivo, e tanta bella gioventù. E chi scrive non ha potuto fare a meno di contemplare l’ampia beltà della fauna femminile – da tipico ambiente serale universitario.

Tabula Rasa, Via Alfonso di Vestea 20, Pescara

Magna Magna / Caffè dei poeti

Questo articolo è stato pubblicato inizialmente su Novamag.it il 14 novembre 2006.


Caffè dei Poeti, Piazza Bice Piacentini 13, San Benedetto del Tronto (Ap)
E’ nel paese alto di San Benedetto del Tronto, girando a destra subito dopo il torrione medievale, che troviamo la piazza con parcheggio che ospita il Caffè dei Poeti, ristorante a gestione familiare situato in un vecchio ma ben tenuto edificio del centro storico, e diviso in tre piani.

All’ingresso (piccolo, come si deve per queste costruzioni), sulla destra, spunta una copia incisa su legno dell’opera più famosa di Annibale Carracci, Il mangiafagioli, e l’ambiente si rivela subito ospitale, seppure non decisamente spazioso. Arrivati in tarda serata – più o meno le dieci – ci sediamo al primo tavolo che incontriamo, subito dopo le due o tre scalette iniziali, proprio accanto al piccolo ascensore che trasporta i pasti dal ristorante alle sale. I più schizzinosi potrebbero avere da ridire sul coperto (una tovaglietta di carta per ognuno, su un tavolo in legno con numerose scritte e incisioni, forse di ragazzi e amici che, a tarda sera, passano di qui per una birra e alcuni stuzzichini); noialtri, però, siamo gente che s’accontenta, e quindi pazienza, anche perché l’ambiente è cordiale, e l’agio a tavola è qualcosa che vale mille punti.

Prendiamo il menù consigliato da quello che ci pare essere, dai comportamenti, il fratello del titolare. Iniziamo con una serie di antipasti: formaggi di vario tipo (ma il sottoscritto salta), focaccine con quel tocco di rosmarino che non guasta mai, e del prosciutto crudo tagliato a mano che è la fine del mondo. Delizioso, per questa particolare portata chiediamo il bis. Arrivano le olive all’ascolana – qui, in zona, immancabili – cremini fritti (divorati), funghi e verdure grigliate, affettato misto, mozzarelline con rucola e aceto balsamico. Piccoli arrosticini di carne con olive. Semplice, buono, e nel complesso il tutto si rivela quantitativamente soddisfacente (chi scrive odia le microporzioni). Accompagniamo da bere, prima un quartuccio di vino (siamo due persone), e poi semplicemente e deplorevolmente – mea culpa, mea culpa – acqua.

Passiamo, com’è ovvio, al primo: orecchiette con salsiccia, funghi e una spolveratina di parmigiano. Piatto servito saporito – cosa che il sottoscritto apprezza, altri forse no – e gradevolissimo. Il secondo, invece, scade nella banalità: un girello di vitello come tanti altri, passabile ma niente di che.

Evitiamo il dolce, avanti con caffè e ammazzacaffè. Venti euri pro capite, e si torna a casa. Da tornarci, nonostante il dedalo di viuzze in cui destreggiarsi (se non conoscete il luogo, fermatevi e chiedete consigli precisissimi), il parcheggio un po’ difficoltoso, e quel secondo che ti fa pensare che la cucina avrebbe potuto offrire di più. Tutto il resto, veramente squisito e gradevole.