La Cianciulli

Barbara Bracco, La saponificatrice di Correggio. Una favola nera, Il Mulino, Bologna 2018.

Uno dei libri più interessanti che mi è capitato di leggere lo scorso anno è stato un breve saggio di Barbara Bracco, storica dell’Università di Milano Bicocca, che ricostruisce le indagini, la detenzione in manicomio e il processo a Leonarda Cianciulli, nota giornalisticamente come la saponificatrice di Correggio, località in provincia di Reggio Emilia.

I fatti attorno ai tre omicidi per cui la Cianciulli fu condannata sono, in linea di massima, abbastanza noti: la carnefice, moglie di un funzionario pubblico e con antichi precedenti penali per furto e truffa, tra il 1939 e il 1940 attirò a casa sua con false promesse di matrimonio o di lavoro tre donne. Ognuna di loro fu uccisa e, stando a quanto raccontò la Cianciulli nel suo memoriale, i loro cadaveri furono saponificati oppure mangiati (ad esempio, trasformati in farina per biscotti o finiti in marmellate). Quanto ci fosse di vero nel racconto che la Cianciulli fa nel processo e, soprattutto, nel suo lungo scritto redatto durante la sua permanenza pre-processuale a guerra in corso ad Aversa, è stato da sempre oggetto di dibattito. La perizia scientifica dell’epoca, infatti, concludeva che la quantità di soda caustica utilizzata dall’assassina era insufficiente per concludere il processo di saponificazione di un corpo di un essere umano.

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Me, Desert

Ma ribadiamo che quando io parlo, quando si delira del non capire – il non capire non è una cosa, una prerogativa degli scemi, non è il privilegio dell’idiota il non capire – è l’abbandono. Essere nell’abbandono non significa essere deficienti, significa non esserci, smarrire, non essere più in casa. Maledette le case, le famiglie, le mogli, i padri, i figli, lo stato, l’anima, tutto quanto! Vogliamo farla finita con la fine? Facciamola finita con questa fine, perché la fine e il principio son la stessa cosa. E siamo sempre nell’origine, siamo sempre nel senso di colpa, siamo sempre nella parola, non ne usciremmo mai più. Non so, questa non è prosa, non è grazie a Dio nemmeno quella merda detta poesia. Bisogna fare di sé dei capolavori. Io ho trovato da molti anni, da molti millenni dentro di me il deserto. E quindi sono in un deserto che parla a un altro deserto e non più al deserto dell’altro.

Mi sono scaricato la playlist del MI AMI 2012

Un paio di giorni fa ho scaricato l’intera playlist dell’edizione 2012 del MI AMI, l’evento organizzato da RockIt appositamente per gli hipster. Scherzi a parte, l’ho tenuta su per un po’, e ho fatto un po’ di selezione della roba interessante. Lasciando da parte la roba remixata e cose del genere, ho scelto quattro canzoni. Non aspettatevi critiche raffinate, rimarrò sul rozzo crinale del bello/brutto.

4. I Gatti Mézzi – Morirò d’incidente stradale

Nonostante il tema, questa canzone è divertente. Cantata con spiccato accento toscano (fiorentino? Non vorrei dire sciocchezze, da quelle parti sono sensibili al tema pisano, nella fattispecie), senza pretese però ascoltabile, con buon accompagnamento musicale.

[youtube http://www.youtube.com/watch?v=hczsF00klgU]

 

3. Lo Stato Sociale – Mi sono rotto il cazzo

Suona bene. Il tema è un po’ generazionale, un po’ sinistroide, e anche un po’ troppo da snob anti-industriale. Se ci pensi tanto, fa anche un po’ incavolare. Mi ricordano a tratti I Cani in questa canzone, e non so se dire se si tratta di un complimento. Bravi però, devo ascoltare altre cose di questo gruppo.

[youtube http://www.youtube.com/watch?v=aJlaKcmW-nk]

 

2. Nicolò Carnesi – Kinder Cereali all’amianto

Questa sono quasi sicuro di averla già sentita qualche tempo fa. Alcuni riferimenti (tipo “a scuola non ci vado più”) mi fanno sentire un po’ vecchio. Certe volte mi sembra un po’ nonsense nel suo raccontare tratti di gioventù.

[youtube http://www.youtube.com/watch?v=A0kekqqLhdQ]

 

1. Vadoinmessico – In Spain

Questi già li conoscevo, li avevo beccati su internet da qualche parte (con Pepita Queen of the Animals), e poi su BBC Radio 1. Di tutti i componenti, un paio sono italiani, e molte delle loro canzoni mi piacciono. Invidio l’ottimo accento del cantante, visto che io sono quassù in Albione da un anno e mezzo e ho un accento da cani (e anche quello del mio italiano non è che sia un granché, a dire il vero). Molto consigliati.

[youtube http://www.youtube.com/watch?v=VyOaQOs5mDI]

E’ bene dirlo: #disperatimai

TristezzaUno dei vantaggi che dà l’insonnia è quello di potersi dedicare ad attività per le quali durante la giornata non si trova il tempo: riaprire quel libro interrotto a metà molti mesi fa, spulciare i profili altrui su Facebook, provare a cucinare schifezze ipocaloriche, oppure ascoltare podcast e repliche per radio.

Proprio grazie a quest’ultimo caso mi è capitato di ascoltare, durante i passati giorni e questo venerdì in particolare, alcune trasmissioni di Radio 24 dedicate all’iniziativa Disperati mai, ispirata da Oscar Giannino e Sebastiano Barisoni. Il direttore di Radio 24 Fabio Tamburini la spiega così:

La grande crisi sta cambiando la vita di tutti noi. E non è ancora finita. Sono destinate a cambiare abitudini consolidate, il modo di vivere la vita di ogni giorno e di fare impresa. Sono cambiamenti sempre difficili, a volte traumatici che, in molti casi, costringono a fronteggiare momenti drammatici, a fare scelte che lasciano il segno. A volte le difficoltà da affrontare portano alla disperazione per la paura di non farcela, di non essere all’altezza della situazione. La catena dei suicidi è impressionante, un lungo bollettino di una guerra mai dichiarata ma in corso, di cui le istituzioni non sembrano accorgersi. A nessun livello.

Per questo Radio 24 ha deciso di scendere in campo contro la disperazione, ha deciso di non lasciarvi soli.

Il primo passo è dare voce agli imprenditori in difficoltà

Scriveteci le vostre storie all’indirizzo mail disperatimai@radio24.it, raccontateci le difficoltà con cui dovete fare i conti. Ne parleremo nei nostri programmi

Radio 24 è al vostro fianco, non vi lascia soli.

E’ un’iniziativa che esula – giustamente, a mio avviso – da considerazioni ragionevolissime e condivisibili riguardanti la situazione dell’impresa italiana in generali e le scelte prese dai titolari di singole aziende. Si inquadra, piuttosto, in una situazione che ha visto salire alla triste ribalta della cronaca nera numerosi casi di suicidi in Italia – col pensiero anche un po’ rivolto alle migliaia di suicidi che hanno avuto luogo in Grecia dall’inizio della crisi dell’eurozona. Lo sfogo, spesso, è terapeutico, e può davvero bloccare decisioni a cui non può essere messo riparo, e mi sembra questo lo spirito di questa iniziativa.

Invitare persone che vedono in pochi mesi svanire i frutti del duro lavoro di una vita può sembrare davvero facile – soprattutto se penso che io, invece, mi lamento di mille cose pur giocando a fare l’intellettuale interessato alla politica ed emigrato in Albione, senza la necessità di dover alzarmi la mattina per tirar su la serranda per portare a casa la pagnotta per me e i miei dipendenti. Fatto sta, però, che sentire la lettura di alcune di quelle lettere fa stringere il cuore e venire voglia di abbracciare forte i loro autori.

L’idea del suicidio è un’idea suggestiva in sé: è una soluzione definitiva ai problemi, e soprattutto chi lo affronta lo percepisce (ma non è detto che lo sia in realtà) come un male minore rispetto a quelli che si lascia alle spalle – cosa, che, tra l’altro, lo rende pure una scelta eticamente giustificata dal punto di vista soggettivo, ma spesso (seppur non sempre, bisogna ammetterlo) oggettivamente sbagliata da un punto di visto più lucido e più razionale delle opzioni in campo (quella lucidità e quella razionalità che, ahimè, spesso comprensibilmente mancano nelle persone che si trovano in stato di estrema preoccupazione per l’avvenire economico proprio, dei propri cari e dei propri collaboratori). E’ sbagliata, in altre parole, se si pensa che ci siano solo la vergogna del fallimento, lo stigma sociale e la fatica quotidiana delle difficoltà economiche da un lato, e la scomparsa da questa terra dall’altro. Non è così.

E’ vero, la crisi sarà lunga, ma mollare non è una scelta senza alternativa: ci si può sempre reinventare, ripartire a qualsiasi età, darsi da fare  – mi viene da pensare: come parlo facile io! – alzare la voce perché chi ci governa si renda più pienamente conto che bisogna fare di più e di meglio rispetto al pur sacrosanto rigore di bilancio e a quelle riforme (discutibili o no che siano) che, però, dovrebbero mostrare i loro effetti benefici solo nel medio-lungo periodo. Iniziare a rispettare i propri impegni, ad esempio, sarebbe un buon inizio: la fredda inesorabilità e l’ingorda esosità con cui lo Stato pretende una quantità abnorme del reddito di imprenditori e lavoratori mentre è lui stesso debitore nei confronti dei cittadini di ben 70 miliardi di euro.

Rimandare la decisione, parlare e parlarne, ragionevolmente sfogarsi, tenere in conto le cose buone e belle rimaste, ripartire come si è sempre fatto in tutte le crisi, piccole e grandi, individuali e collettive. Mi sono venute in mente queste parole – più che i ragionamenti politici e sociali che di solito mi vengono in mente – a sentire per radio le lettere e le telefonate in diretta di quelle persone.

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La classe operaia va all’inferno

Avete idea quelle canzoni che talvolta sembrano autobiografiche, oppure ti ricordano ambienti conosciuti? Ecco, questa per me è un esempio delle parti da cui vengo: una certa vita, non per forza di provincia, che non riguarda per forza la classe operaia ma anche una certa piccola borghesia. La mancanza di creatività nel divertimento e nell’intrattenimento, l’attesa che passi l’inverno, il desiderio di posti più belli, più interessanti, più stimolanti. E poi magari tu guardi tutto questo, pensi di essere diverso (migliore? Più originale?) ma non lo sei.

Oggi ne faccio ventinove, così come l’anno prossimo, quello successivo, quello dopo ancora e così via finché campo. Di contare finisco qua. Tanti auguri a me e a Manuel Rui Costa, grande calciatore.

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