Non è finita

Una piccola riforma costituzionale attesa da almeno due o tre decenni è quella che assegna direttamente al capo del governo il potere di nomina e revoca dei ministri. Se n’è parlato molto, ma non se n’è mai fatto nulla. La proposta sottoposta a referendum nel 2006 forniva proprio al capo del governo questo potere, ma, com’è noto, quella riforma (un poco troppo rigida in alcune sue altre parti, come, ad esempio, nella cosiddetta norma “antiribaltone”) fu bocciata da più del 61% dei votanti.

Le cronache politiche di questi giorni, con i dubbi del presidente Mattarella rispetto alla nomina di Paolo Savona quale ministro dell’economia del governo composto e sostenuto da Movimento 5 Stelle e Lega Nord, portano a galla la tensione esistente, almeno in maniera latente, all’interno dell’articolo 92 della Costituzione – quello che regola la composizione dell’esecutivo e la nomina dei suoi membri, per i quali il premier incaricato ha potere di proposta, mentre resta al Quirinale il potere di nomina.

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La Padania, aspirante provincia russa

Il riciclarsi da movimento autonomista, se non indipendentista, del nord Italia a soggetto nazionale da parte della Lega è stato uno dei fenomeni politici (ma anche comunicativi e culturali) che più mi hanno incuriosito negli ultimi anni. Non che i partiti siano monoliti ideologici immutabili, per carità, ma ancora oggi lo statuto del soggetto politico guidato da Matteo Salvini prevede come finalità «il conseguimento dell’indipendenza della Padania», pur, allo stesso tempo, essendosi trasformato in partito sovranista e identitario, quasi a scimmiottare il Front national francese.

Appare interessante anche la nuova proposta politica e programmatica della Lega (nome ufficiale: Lega Nord per l’Indipendenza della Padania), movimento che una volta voleva rappresentare le regioni più ricche, più produttive e più europee dell’Italia – e non parliamo solo dei più o meno fastosi anni ’80 o ’90, ma anche degli anni in piena crisi finanziaria. Era solo il 2012, infatti, quando l’allora segretario nazionale lombardo Matteo Salvini (altra caratteristica ancora attuale della Lega è che le cariche che per i non leghisti sono regionali vengono chiamate “nazionali”, mentre quelle che per tutti sono nazionali vengono chiamate “federali”) dichiarava: «La Lombardia e il Nord l’euro se lo possono permettere. Io a Milano lo voglio, perché qui siamo in Europa. Il Sud invece è come la Grecia e ha bisogno di un’altra moneta. L’euro non se lo può permettere». Una razza una faccia, insomma, ma solo sotto la linea gotica. Sopra, direttamente catapultati nelle Fiandre.

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Sul cosiddetto reddito di cittadinanza a Cinque Stelle

La notizia, vera, falsa o semplicemente ingigantita, di numerose persone che in alcuni uffici pubblici del sud Italia si sono messe in fila per richiedere il cosiddetto reddito di cittadinanza ha portato acqua al mulino di una delle teorie che tentano di spiegare il successo elettorale del Movimento Cinque Stelle in tutto il paese, soprattutto nel mezzogiorno. Questa teoria più o meno interpreta il successo grillino come un trionfo dell’assistenzialismo meridionale, e resta nel filone di quelle intepretazioni dei risultati e delle tendenze elettorali che più o meno tendono a imputare all’elettorato i propri insuccessi, senza sforzarsi di interpretare e di incanalare diversamente, invece, le problematiche presenti nella società, e di andare oltre certi sintomi, anche quelli deteriori. Non c’è bisogno di ricorrere alla figura del calabrese fannullone per spiegare quella che, con parole più elaborate, si può in un certo modo definire come una richiesta di un nuovo e diverso stato sociale.

Che in Italia manchino misure universalistiche di sostegno al reddito è cosa nota, così come sono noti l’elevato tasso di disoccupazione, soprattutto tra i giovani e soprattutto al sud, e la scarsa qualità di parte del lavoro in offerta in Italia, mal pagato e mal contrattualizzato. Nella fase di elaborazione della sconfitta che stanno attraversando i partiti usciti sconfitti dall’ultima consultazione elettorale, cioè il Partito Democratico e le altre forze di sinistra o di centrosinistra, intepretare male sia la proposta grillina di riforma del welfare sia la reazione da parte dell’elettorato potrebbe essere addirittura esiziale rispetto al tentativo di tornare elettoralmente competitivi nei prossimi anni.

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Alternative al declino?

Negli ultimi giorni ho letto due articoli con conclusioni nettamente diverse riguardanti l’Italia e le prossime elezioni, pur partendo da presupposti, almeno alcuni, non molto discordanti tra loro.

La scorsa settimana mi sono capitate sotto gli occhi le riflessioni di Michele Boldrin, dove la critica è prima di tutto culturale, e solo in seconda istanza politica ed economica: solo la Pianura Padana è rimasta attaccata alle zone più dinamiche e avanzate del mondo, e più per vincoli esterni politico-commerciali che per particolari meriti indigeni. In Italia l’istruzione continua a peggiorare, il «furto intergenerazionale» non è stato ancora fermato, larghissime aree del paese campano sulla generosa redistribuzione effettuata dallo stato centrale, eccetera – il declino avviene da decenni e non è arrestabile a breve.

La causa culturale del declino è una sorta di eccezionalità italiana, che vede l’Italia come paese decisamente peculiare rispetto agli altri, culla della civiltà e sede della cristianità, e siamo così speciali che continuiamo a tenerci Alitalia e non vogliamo vendere Italo, però desideriamo sbarazzarci di cinesi, immigrati, tedeschi/Europa, di tutti quelli che non ci danno il posto che ci meritiamo. Continue reading “Alternative al declino?”

La difficoltà del votare

In questo blog raramente aggiornato la politica è l’argomento probabilmente trattato con maggiore frequenza, tra l’altro esponendo opinioni che, col tempo, sono anche andate cambiando. Quest’anno alcune di queste opinioni andranno finalmente soppesate in vista delle elezioni del prossimo 4 marzo.

Cinque anni fa ero in Albione e suggerivo di votare Partito Democratico, pur non potendolo votare io stesso (non ero iscritto all’AIRE, mentre ora lo sono). Fu una scelta fatta un poco per esclusione, un poco per la volontà di non vedere altri personaggi avventurosi al governo. Cinque anni dopo noto che dalle parti dello stesso partito si cerchi di portare avanti l’immagine di “forza tranquilla” (alla François Mitterrand), nonostante nel frattempo i cosiddetti rottamatori abbiano preso in mano il partito e un pezzo della storica classe dirigente abbia deciso, per motivi non solo politici ma anche personali, di andarsene e fare la loro battaglia da fuori – extra ecclesiam nulla salus, a mio avviso, ma, come dicevo, qui alcune battaglie fatte sono state tutto fuorché politiche.

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#Elezioni2018 – You need allies, not just votes, to win elections in Italy

The latest electoral contest in Sicily has been widely considered in Italy as a resounding defeat for the Democratic Party, a success for the centre-right forces and, after all, a good result for the anti-establishment Five Star Movement, which, anyway, did not succeed in winning its first regional election. If we look at some numbers and details, however, we might get a more nuanced picture

Sicily has been for almost two decades a centre-right stronghold (at the 2001 general election, 61 constituencies out of 61 were won by the coalition supporting Silvio Berlusconi). Local government is granted a number of special powers. Moreover, a multitude of local lists and regional parties make the political landscape quite fluid and peculiar on the island. In 2012, the surge of Grillo’s party and the internal division of the centre-right (split into two different coalitions, while the Union of the Centre, a Christian-democrat party normally loyal to the centre-right and electorally strong in Sicily, changed side) led to the victory of Rosario Crocetta, the candidate of the Democratic Party-led coalition. which, however, was unable to win a majority of seats at the Sicilian Regional Assembly.

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Modern Greece, or the struggle for modernity

Stathis N. Kalyvas, Modern Greece. What Everyone Needs to Know, Oxford University Press, 2015

I bought Modern Greece. What Everyone Needs to Know not much time after its publication. I was curious about modern Greek history, which I did not know much about, as Greece used to be mentioned frequently in newspapers headlines during that period – but I found time to read it much later (and time to write about it only now).

I am no historian, while Stathis Kalyvas is a political scientist at Yale University: this means that I am neither willing nor able to properly judge his attempt to provide a useful resource for those approaching to Greece’s recent history. I only have a few comments or remarks, along with a short summary.

First of all, the book seems pretty convincing in expounding a trajectory made of boom-bust-bailout cycles over the last two centuries: on several occasions, Greek élites have set out ambitious goals, which then turned out to be risky or simply unaffordable in the short term. These efforts generated crisis which generally ended up with some form of foreign intervention. At the end of each cycle, Greece had found itself struggling for a while, but, at the very end, it used to find itself better than it used to be at the beginning of the same cycle – and actually, Greece has not been a late modernizer, but one of the first countries to catch up with Western Europe. If you go through the book, starting from the fight for national independence and finishing with the Eurozone crisis, you will be quite convinced – as I have been – that this recurring pattern has effectively taken place in Greek history.

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#Elezioni2018 – A potential anti-EU coalition in Italy?

In the current year, many have feared (or hoped for) the rise of anti-EU, anti-establishment or simply radical parties or candidates (which, more than occasionally, turned out to be radical right parties) in countries such as France or the Netherlands. According to some commentators, this would have led, in the long run, to the disgregation of the current ‘liberal’ order, at least in Europe, and to the collapse of the European Union after the Brexit blow in 2016. However, Geert Wilders and Marine Le Pen did not succeed and the European project has not been hit further.

I thought, anyway, that many would have turned closer attention to Italy by now, as it seems the most likely potential target for anti-EU forces, but, apparently, it did not happen – wrongly, in my opinion. There are two factors, indeed, that make Italy a target for anti-EU’s’ appetites. First, after two decisions of the Constitutional Court in 2014 and in 2017, and the referendum held in December, Italy now has a substantially PR voting system both for the lower house and the Senate – remember: both have equal powers. This means that coalitions are almost necessary to rule the country. Second, no natural coalition seems likely to win a majority of seats: both a potential centre-left and a potential centre-right coalition look unable to attract more than 30%-40% of votes, while the Five Star Movement rules out any form of alliance with other parties.

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La parziale illusione dell’ingegneria istituzionale

Le ultime novità che vengono dalla politica italiana riguardano l’accordo raggiunto dalle tre principali forze politiche (Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Forza Italia) rispetto a una nuova legge elettorale ispirata a quella in vigore in Germania ma, in realtà, differente in numerosi e sostanziali dettagli. Le probabilità che questa venga approvata appaiono alte, ma pochi metterebbero la mano sul fuoco, visto che l’intoppo è dietro l’angolo.

La spinta all’accordo da parte dei vertici dei tre partiti (Renzi, Grillo, Berlusconi) sembra svelare un’attitudine secondo la quale gli interventi di carattere costituzionale e istituzionale siano le chiavi attraverso cui si può modellare il sistema politico e non solo politico. Detto in altri modi: questa è stata un’altra legislatura in cui si è dato molto peso alle riforme elettorali e costituzionali, anche giustamente, dove però la spinta verso cambiamenti economici e sociali ha trovato numerosi ostacoli e tentennamenti. Pensiamo, ad esempio, al Jobs Act del governo Renzi, che doveva essere il testo che avrebbe rilanciato il contratto a tempo indeterminato, con lo sfoltimento delle forme contrattuali e il rinnovo delle politiche attive per il lavoro e dei sussidi. Quelle novità positive riguardanti l’occupazione e la stabilizzazione avute nell’ultimo triennio sono state probabilmente causate soprattutto dalla decontribuzione temporanea dei nuovi contratti e dalla congiuntura economica internazionale. L’ennesima riforma del mercato del lavoro ha invece lasciato tanti e tali spazi alle eccezioni rispetto a quello che doveva essere il nuovo modello prevalente di rapporto di lavoro, cioè il contratto unico a tutele crescenti, da aumentare sì la stabilità del posto di lavoro, ma permettendo altresì parecchie zone grigie (vedi gli interventi fatti in materia di contratto a tempo determinato o l’uso come minimo improprio dei voucher, ad esempio), oltre a non intervenire in maniera efficace rispetto all’occupazione giovanile (ancora in forte crisi) e al rilancio delle politiche per l’impiego (non sembra migliorato molto nei centri per l’impiego e misure come Garanzia Giovani non sono sembrate un esempio di efficacia).

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